È giusto bocciare in prima media?

Il caso di uno studente non ammesso alla seconda dai suoi insegnanti, ma “promosso” da una sentenza del Consiglio di Stato

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Caro direttore, ma nella scuola media si può ancora bocciare? Il Resto del Carlino ha raccontato la vicenda di uno studente di Scandiano (Reggio Emilia) che, dopo essere stato bocciato in prima media, è stato ammesso alla seconda per una decisione del Consiglio di Stato. «L’ammissione alla classe successiva – si legge nella sentenza riportata da molti quotidiani – deve fondarsi su un giudizio che faccia riferimento unitario e complessivo a periodi più ampi rispetto al singolo anno scolastico». Più ampio? Cioè? Due anni? Tre anni?
Leggo che il ragazzo, dopo un primo quadrimestre in cui aveva ottenuto voti discreti, a giugno aveva diverse insufficienze, ed è quindi stato rimandato. A luglio i suoi genitori hanno fatto ricorso, ottenendo che il bambino fosse promosso, ma una nuova sentenza del Tar ha confermato la non ammissione all’anno successivo. La famiglia, assistita da un avvocato, si è rivolta al Consiglio di Stato che le ha dato ragione, ammettendo il ragazzo al secondo anno. Un nuovo pronunciamento del Consiglio di Stato favorevole allo studente ha chiuso la vicenda. «Una conferma – scriveva ieri la
Stampa – rinforzata dal fatto che nel passaggio dalla scuola elementare alla media appare necessario che il profitto venga valutato su base biennale e non solo sui risultati del primo anno». Morale? La scuola è stata condannata a pagare le spese processuali: 1.700 euro.
Claudio Fanti via email

Non tutti i contorni della vicenda sono limpidi, ed è difficile (e sempre rischioso) pronunciare un giudizio in base alle notizie riportate dai quotidiani. Nel caso specifico, infatti, è difficile esprimersi senza conoscere nel dettaglio le sentenze: aveva ragione il Tar? Aveva ragione la famiglia? Avevano torto i genitori? Perché il Consiglio di Stato ha detto che per valutare il profitto di un alunno serve un biennio?
Quel che mi pare che si possa rilevare, più in generale, è che questo singolo caso è rivelatore di una questione più importante: quando si va per tribunali, inevitabilmente, la situazione si complica. Un tribunale può (e certamente) deve dire se le norme sono state rispettate. Ma chiedo: è giusto che un giudice valuti anche l’aspetto educativo di una simile decisione? Posto che il Consiglio di classe possa essere composto da insegnanti incompetenti e che anche loro possono sbagliare, quale titolo hanno i giudici per esprimere una valutazione di quel genere? Chi c’era in classe con il ragazzo durante le ore di lezione? Un insegnante o un giudice?
A meno che ci sia stato da parte del Consiglio di classe un intento punitivo o un accanimento nei confronti dello studente (e non è questo il caso), chi meglio di tutti i suoi insegnanti (e non solo di uno di essi) può valutare se, per il suo bene, egli deve accedere alla classe successiva?
Si può bocciare, così come promuovere, per diverse ragioni e non tutte e sole legate al rendimento scolastico. Si deve valutare anche la maturità di uno studente o il suo rapporto coi compagni, ad esempio. C’è una vita di classe che nessuna norma può codificare, ed è giusto così. Lo dirò con un iperbole: è meglio lasciare libero un insegnante di sbagliare nel valutare uno studente (che conosce) piuttosto che affidarsi a un giudice che fa rispettare al millimetro le norme su un alunno (che non ha mai visto).
Alla fine, mi pare, è una questione di fiducia: cioè se ci si fida o meno di questi insegnanti cui affidiamo una parte della vita e dell’educazione dei nostri figli. È tutta qui il busillis: non ci si fida più di nessuno, e infatti si finisce sempre più spesso in tribunale.

Foto Ansa

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