Lettere al direttore

C’è una gioventù che costruisce muri anziché sfasciare vetrine

Di Emanuele Boffi
24 Ottobre 2026
«Caro direttore, posso dirle che a volte dalle storie più impensabili sono rinate storie che sembravano compromesse. Basta che noi adulti facciamo proposte adeguate»
Minorenni di spalle
(Foto Ansa)

Caro direttore, sono educatrice e tutor di corsi professionalizzanti rivolti a ragazzi in dispersione scolastica. Per capirci, tanti di loro all’apparenza potrebbero sembrare come i ragazzi che hanno devastato Milano. Ed effettivamente alcuni di loro hanno amici coinvolti in quello che è successo. Sono immersa quindi nel mondo educativo del terzo settore e può immaginare quanto in questi giorni siamo immersi di analisi, domande e preoccupazioni. Ma tra tutti questi – alcuni interessanti, altri ideologici – approfondimenti ho un’immagine davanti agli occhi. Ieri abbiamo iniziato il corso di manutentore edile a cui partecipano 12 ragazzi (quelli di cui sopra, appunto). Ecco, sabato abbiamo visto chi devastava. Ieri ho avuto il privilegio di vedere ragazzi della stessa età, stessa provenienza, stesse storie difficili ma che al posto di distruggere hanno iniziato a costruire un muro. E per i prossimi due mesi saranno impegnati a imparare a costruire: muri, scarichi idraulici, impianti elettrici. La maggior parte di loro sono ragazzi che hanno accettato una proposta dai loro adulti di riferimento, spesso educatori di comunità o assistenti sociali. E quindi la ringrazio per l’articolo che ha scritto: è vero che per primi noi adulti ci dobbiamo chiedere quale proposta – anche concreta – abbiamo per questi ragazzi e se tale proposta è convincente. E le proposte sono convincenti se convincono noi in primis. È diversi anni che faccio con grande gioia questo lavoro e ho visto la libertà di questi ragazzi in gioco. Non posso raccontare solo storie felici, anzi. Ma posso dirle che a volte dalle storie più impensabili sono rinate storie che sembravano compromesse. È bastata una proposta, una libertà che ha accettato e qualcuno disposto a continuare a scommettere su di loro. È una goccia nel mare, ma la storia di tanti santi e uomini e donne di buona volontà ci insegna che è così che si può davvero cambiare il mondo. Grazie anche per il vostro prezioso contributo!
Lucia Socci

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Molto efficace e vero l’articolo scritto dal direttore di Tempi a proposito delle violenze messe in atto da molti giovani in questo periodo. È molto vero che quasi tutti i commentatori dicono e scrivono che occorre “ascoltare” i giovani, ma è altrettanto vero che quasi nessuno poi propone qualcosa a questi giovani che occorrerebbe ascoltare. Anche perché questi eventuali ascoltatori spesso sono anche quelli che parlano del diritto all’aborto, dello sfascio della famiglia, del diritto al suicidio, cioè parlano solo di morte. Al contrario, quindi, perché i giovani dovrebbero ascoltarli? Se l’alternativa è solo la “morte” e non una vita nuova, perché i giovani dovrebbero dare loro retta? E perché dovrebbero risparmiare i loro libri? Provocante, come sempre, anche l’articolo di Davide Rondoni su Avvenire, che riporta il problema al suo livello proprio, che è quello dell’educazione, accusando gli adulti, a tutti i livelli, di non sapere trasmettere una speranza costruttiva a giovani che, in sostanza, vengono lasciati soli, con la strada aperta ad ogni avventura nichilista, anche violenta. Il problema, quindi, è eminentemente educativo. Se così è, mi pare immensa la responsabilità delle comunità cristiane, che spesso di limitano anch’esse ad analisi psico-sociologiche, mentre hanno tra le mani e nel cuore il vero tesoro da trasmettere a tutti, a partire dai giovani. Esse, cioè, sanno che la vera speranza, la vera fiducia, il vero senso della vita hanno un nome, ben preciso e storico (è un Fatto) ed il nome è Gesù Cristo, nato duemila anni fa a Betlemme, vissuto nel silenzio apparente per 30 anni per poi annunciare a tutti, a costo della Sua stessa vita, che la vita ha un senso, che è possibile amare e non distruggere, che è possibile perdonare e non ammazzare, che è possibile, con lieto sacrificio, il bene. Allora penso che le comunità cristiane non possano rimanere sempre al di qua della soglia che apre la porta ad una seria speranza. Devono avere il coraggio, superando ogni vergogna, di indicare a tutti ed in particolare ai giovani che Cristo è la vera speranza che può introdurre le nostre povere vite in un cammino positivo, anche se non sempre facile. L’incontro con Cristo ha cambiato la mia altrimenti insignificante vita, perché ho avuto la semplicità di seguire chi mi indicava Cristo come senso di tutto. Le comunità cristiane dovrebbero rompere ogni indugio e rimettersi a proporre, sì proporre, la presenza di Cristo come fattore di salvezza in ogni situazione. Altrimenti, perché Dio si sarebbe fatto uomo: per essere irrilevante, tenendolo fuori da ogni giudizio e da ogni analisi? Da povero fedele laico di strada, vorrei anche dire che questo è un compito imprescindibile di ogni cristiano e non solo dei vescovi, dei preti e delle suore: è un compito pieno di responsabilità di ogni battezzato. Evidentemente, annunciare Cristo apertamente non risolverebbe d’incanto ogni problema, ma darebbe al nostro cammino la direzione giusta, perché sono convinto che più fossero i convertiti a Cristo e più le cose andrebbero meglio. Naturalmente, il tutto è affidato alla libertà di ciascuno, che è ciò a cui Cristo si è rivolto. E ciascuno si metterebbe a mettere in atto il proprio compito, che per le comunità cristiane è, innanzi tutto, testimoniare Gesù. Altrimenti esse si limiterebbero a partecipare alle chiacchiere inconcludenti e strumentali di tutti. Sono cosciente che il problema è complesso e deve essere affrontato sotto vari profili: mi pare che il profilo proprio di ogni comunità cristiana sia quello che mi sono permesso di segnalare, il che non impedisce di impegnarsi su tutti i fronti.
Peppino Zola

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Bravissima Caterina! Che moltissimi possano leggere e, speriamo, capire la tua “La preghiera del mattino | Cattivi maestri“. Grazie!
Keo Zanetti

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Anche dietro il terrorismo degli anni Settanta c’erano professori, sociologi e intellettuali. Ma almeno avevamo un Pci leale verso le istituzioni e alieno dagli estremismi. Ora abbiamo una sinistra che o tace, e chi tace acconsente, oppure è direttamente complice, una sinistra eversiva.
Luciano Montecolli

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Bei tempi quando Tenco si innamorava perché non aveva niente da fare invece di andare in centro a spaccare vetrine!
Guido Clericetti

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