Giovani, sbarbati e ostinati come il santo che ancora fa la guardia al duomo di Gemona

È stato grande il grazie che il popolo del Friuli ha dato alle Chiese sorelle e ai volontari delle diocesi gemellate con le comunità colpite dal sisma nel 1976

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quarant’anni fa, giunti alle porte di Gemona, era solo distruzione. L’occhio si posava sull’unica cosa rimasta in piedi: un uomo di sasso di sette metri che portava un bimbo sulle spalle, a guardia di ciò che restava della cattedrale.

Venerdì scorso, 6 maggio, il sole inondava il borgo e il suo duomo ricostruito come un gioiello. E San Cristoforo, un giovanottone celtico, dalla capigliatura da surfista ed un accenno di barbetta che si capisce bionda persino nell’arenaria, ci sorrideva con una soddisfazione a stento contenuta, con in braccio il suo bambino Gesù, come per dirci, avete visto che ce l’abbiamo fatta, che abbiamo guadato assieme questo torrente di macerie e di morte, portando in salvo la nostra fede, il nostro popolo, ricostruendo cento città di uomini.

È stato grande, grandissimo, il grazie che la Chiesa e il popolo del Friuli, alla vigilia di questo anniversario, hanno dato alle Chiese sorelle e ai volontari delle diocesi italiane gemellate con le comunità colpite dal sisma nel 1976. La nostra (neonata) Caritas di Parma era gemellata con Montenars, un paese del gemonese praticamente cancellato. Ciò che facemmo noi, banda di sbarbati, di padri e madri un po’ tocchi, di preti e suore incoscienti, fu niente. Spalare, ricuperare povere cose, far fieno, portar l’acqua alle mandrie ai pascoli alti, aprire una mensa, tenere i bambini e, soprattutto, radunarsi la sera intorno al fuoco, a cantare, a pregare, a farsi allegria, affinché il sipario delle tenebre che calava su quel vuoto anfiteatro di montagne non soffocasse la speranza in chi aveva perso tutto. Solo in questi ultimi giorni friulani, riascoltando dalla viva voce dei superstiti il ricordo della perdita dei propri cari, quel 6 maggio 1976, mi rendo conto che noi giovanotti eravamo “di coccio”, come il giovanotto di pietra che è ancora lì a far la guardia al duomo di Gemona. Sì, non possiamo aver combinato molto di più, ma abbiamo portato il nostro sorriso a chi, forse, anche di quel sorriso, di beata incoscienza giovanile, aveva bisogno.

E grazie Friuli che oggi ci hai fatto tutti tornare giovani di quarant’anni. Grazie a quella ragazza di Gemona, all’epoca non ancora nata, che mi ha fatto accomodare al banco come se fossi la persona più importante al mondo. Grazie alla gente che mi ha sorriso e stretto la mano risalendo il borgo. Ecco ora so cosa vuol dire tornare. La luce della sera che entrava dal rosone della cattedrale dell’Assunta e dava corpo a pilastri di pulviscolo dorato che si elevavano sulla nostra adunanza non poteva che essere la luce del ritorno. Ecco, nel cuore, siamo e siete, cari amici, ritornati per sempre.


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