Gender a scuola. No cara Repubblica, non è una battaglia «tra laici e cattolici» ma per la libertà di educazione

Il quotidiano si scandalizza per il ritiro degli opuscoli Unar. E l’Age rilancia con il “ritiro degli studenti”: un giorno al mese a casa contro la propaganda Lgbt

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gender-scuola-repubblicaRepubblica si rituffa oggi nel pasticcio dei corsi di gender a scuola tentando di confonderne ulteriormente gli elementi: il quotidiano romano – scandalizzato dall’iniziativa del sottosegretario Toccafondi che ha causato un temporaneo stop alla diffusione degli ormai famigerati opuscoli Unar – se la canta e se la suona presentando la vicenda come “l’ultima battaglia tra i laici e i cattolici” sulla scuola e riducendo la posizione dei “cattolici” a un bigotto “no ai corsi anti-omofobia”. Le cose ovviamente non stanno affatto così.

LAPSUS LGBT. Innanzitutto non è vero che si tratti di innocenti “corsi anti-omofobia”, si tratta invece, come i lettori di Tempi sanno benissimo, di un autentico tentativo di far entrare per via burocratico-amministrativa la teoria del gender nelle scuole dello Stato e farla diventare così parte del “bagaglio culturale” di tutti. Lo conferma involontariamente la stessa Repubblica ribattezzando il programma adottato dal governo Monti un anno fa – quello che ha dato il via a tutto – con un nome emblematico: “Strategia nazionale LGBT 2013-2015”, mentre il nome ufficiale parlava di lotta alle discriminazioni.

LA GIORNATA DI RITIRO. Non è vero neanche che l’introduzione dei corsi di gender a scuola divida “i laici e i cattolici”. E qui la miglior conferma arriva paradossalmente da un’associazione di ispirazione cristiana, l’Age (Associazione italiana genitori), che proprio ieri ha deciso di lanciare la mobilitazione più forte contro la “Strategia LGBT”. Come racconta diffusamente Lucia Bellaspiga in un articolo pubblicato da Avvenire, l’Age propone a genitori, insegnanti e studenti di dar vita a una Giornata di ritiro dalla scuola, sulla scia dell’iniziativa francese che ha costretto il governo Hollande a rallentare l’ingresso della propaganda di genere negli istituti del paese.

LO STATO CHE DIVIDE. Il presidente dell’Age Fabrizio Azzolini spiega che l’idea di tenere i figli a casa un giorno al mese non è un modo per divaricare un presunto solco tra cattolici e laici, ma un «gesto forte» per «svegliare dal torpore insegnanti, presidi e genitori». C’è un’ideologia che «subdolamente, senza incontrare una vera opposizione» si sta diffondendo nelle scuole dei nostri figli e «mette a repentaglio il diritto dei genitori di scegliere liberamente l’educazione dei propri figli (riconosciuto dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) e la libertà d’insegnamento dei docenti, ma anche la laicità dello Stato». Come sottolinea Azzolini, «non occorre essere cristiani» per capire che è in gioco la libertà di educazione dei genitori e che con i corsi di gender «lo Stato cerca di separare insegnanti e genitori, nonostante nella scuola italiana la legge ci unisca nel patto di corresponsabilità educativa».
Tra l’altro, nel merito della questione, «non occorre essere cristiani» nemmeno per comprendere che «una presunta uguaglianza tra individui asessuati e astratti apre la strada a una società che non può sopravvivere». Del resto «lo scriveva perfino Marx».

IL SOPRUSO. Che non sia solo una contrapposizione tra “laici e cattolici”, bensì un problema di libertà, lo ribadisce anche l’Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche), che in un comunicato ringrazia il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, per la sua denuncia della strisciante «dittatura gender» e accoglie «il suo invito a non farci intimidire, a non lasciarci esautorare nel diritto di educare i nostri figli».
In un editoriale apparso sempre su Avvenire, infine, Gianfranco Marcelli sottoscrive la mobilitazione dell’Age ricordando che «da parte del mondo cattolico, non c’è la benché minima volontà di impedire la sacrosanta lotta a ogni forma di discriminazione, o peggio ancora di bullismo e di violenza, nei confronti delle persone omosessuali». La battaglia contro i corsi di gender nasce invece dal fatto che, appunto, quei corsi non riguardano il bullismo: «A risultare intollerabile è proprio la pretesa di indottrinamento imposto dall’alto agli operatori scolastici e inflitto alle famiglie senza che esse possano far sentire la propria voce», un autentico «sopruso, mascherato da incentivo alla tolleranza».

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