Gender a scuola e ddl Cirinnà. La svolta Lgbt si nasconde nei dettagli

Prima di uscire dalla finestra della “buona scuola” con la circolare sulle attività extracurricolari, il gender era già entrato dalla porta delle attività curricolari col “Piano d’azione” della Presidenza del Consiglio

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Pubblichiamo la rubrica di Alfredo Mantovano contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«La legge contiene una piccola, per il momento necessaria, ipocrisia: (…) di fatto introduce il matrimonio tra cittadini dello stesso sesso, ma senza dichiararlo esplicitamente (…). Può essere considerata una specie di “cuscinetto”, un ponte: serve cioè a far capire che due persone dello stesso sesso possono essere benissimo considerate una famiglia. Una volta sperimentato che le unioni omosessuali (…) sono “famiglia” (…) poi queste unioni vengono chiamate “matrimonio”, com’è accaduto in Inghilterra o in America per intervento della Corte suprema, vengono equiparate anche sotto il profilo nominalistico. E si risolve così l’ipocrisia».

Bisogna essere grati all’onorevole Paola Concia – fonte insospettabile – per averla detta senza giri di parole, sul Foglio del 7 luglio: il ddl Cirinnà introduce il matrimonio gay, quel che manca sarà aggiunto dai giudici. Con analoga chiarezza in una intervista alla Repubblica del 16 ottobre 2014 il sottosegretario del governo Renzi Ivan Scalfarotto aveva affermato che «l’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik».

Non c’è dubbio che sia così: sono trascorsi due anni da quando la Corte europea dei Diritti dell’uomo ha stabilito che nessun paese europeo è obbligato a introdurre per le coppie omosessuali istituti simili al matrimonio: se però il singolo stato provvede in tal senso, non può poi “discriminare” queste coppie, escludendo alcune opportunità, in primis l’adozione. È illusorio pensare che qualche minuscola operazione di lifting al ddl Cirinnà impedisca l’equiparazione fra unioni e matrimonio; mi riferisco in particolare all’emendamento di un gruppo di senatori del Pd, che premette al ddl la clausola secondo cui l’unione civile è un «istituto giuridico originario», in quanto tale diverso dal matrimonio. Se nella sostanza tale “istituto” prevede diritti e doveri per la coppia in analogia a quelli della famiglia fondata sul matrimonio, lo si può chiamare come si vuole: la realtà è quella di un matrimonio.

Identico discorso vale per il gender a scuola: qualche ora prima della approvazione definitiva della “buona scuola”, il Miur ha pubblicato una circolare, la numero 4321 del 6 luglio, che in sé merita apprezzamento, e – sempre in sé – va incontro alle esigenze espresse dal popolo delle famiglie il 20 giugno: ribadisce infatti il consenso dei genitori al Pof (Piano di offerta formativa), e quindi al possibile inserimento in esso di corsi di gender, e conferma la necessità della piena informazione su ogni tentativo di imposizione.

Occhio al “Piano straordinario”
E tuttavia, come il demonio si nasconde nei dettagli, così le insidie si annidano nei commi e in altre fonti normative: cosa accade, a proposito del consenso, per quell’attività extracurriculare non contenuta nel Pof che subentri durante l’anno, ovvero di fronte al tentativo – già sperimentato – di introdurre l’ideologia del gender nell’attività curriculare? Sul punto la circolare non dice nulla.

Di più: il 7 maggio il dipartimento Pari opportunità della Presidenza del Consiglio (quello da cui dipende il famigerato Unar), ha diffuso il nuovo “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”. Al punto 5.2 si legge che «obiettivo prioritario» deve essere «educare alla parità e al rispetto delle differenze, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini nel rispetto dell’identità di genere, (…) sia attraverso la formazione del personale della scuola e dei docenti sia mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica». Con il che il gender, prima di uscire dalla finestra del ddl “buona scuola” con la circolare del Miur, era già entrato dalla porta col Piano d’azione grazie alla Presidenza del Consiglio, agganciandosi proprio all’attività curriculare.

Occhi aperti, sarà lunga e difficile.

Foto Ansa

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