Il futuro di Milano non può essere ostaggio della paura
Le inchieste della Procura sull’urbanistica di Milano riempiono le pagine dei giornali e tutti i notiziari. Proprio per questo ritengo che occorra una riflessione che provi ad andare sotto la superficie, perché una volta di più c’è il rischio che questa cacofonia mediatica confonda le idee e non consenta di cogliere cosa c’è realmente in gioco.
Parto da una considerazione di Andrèe Ruth Shammah, nota artista, regista, figura autorevole della cultura milanese, fatta in un’intervista a Repubblica: «Io chiedo a chiunque abbia a cuore questa città di alzarsi a difenderla, perché non è una questione di colore politico. Le inchieste faranno ovviamente il loro corso». Perché difendere Milano?
Intendo difendere Milano e la Lombardia perché dietro quello che sta avvenendo, vedo ancora una volta un attacco al modello di governo espresso da questo territorio, basato su un rapporto diverso fra pubblico e privato: fiducia e collaborazione, non solo burocrazia e autorizzazioni negate.
Una città trasformata
Non c’è dubbio che Milano, in questi anni, sia stata l’unica città del nostro Paese ad aver dimostrato una vitalità e una capacità di trasformazione di livello europeo e internazionale. Questo è avvenuto anche grazie alle leggi e alle scelte urbanistiche volute da Regione Lombardia: non più solo vincoli e azzonamenti, ma forme di collaborazione; su obiettivi condivisi. Anche grazie a questo metodo e a queste regole, in questi ultimi 25 anni, dalle finestre del mio ufficio al Pirellone e poi a Palazzo Lombardia, ho visto una città in continua rigenerazione: il Bosco Verticale, Porta Nuova, City Life, la Fiera a Rho Pero e poi le infrastrutture: il passante ferroviario, tre nuove linee della metropolitana, tre nuove autostrade, nuovi ospedali pubblici e privati, ecc. Una trasformazione raccontata molto bene nel libro Miracolo Milano che invito tutti a leggere, come invito a vedere il docufilm che uscirà in autunno. È difficile — anzi, impossibile — dire che questa trasformazione abbia peggiorato la città.
Certo, ha portato con sé anche problemi seri, che richiedono intervento adeguati: la gentrificazione, il rischio di espellere le fasce popolari e di costruire una città per ricchi, la carenza di studentati e alloggi per le giovani coppie a prezzi accessibili. Ma Milano è stato, insieme alla Lombardia, l’emblema di un Paese che, quando vuole, sa affrontare le sfide del presente e competere a livello globale. Forse è proprio questo che risulta inaccettabile. Perché il “modello Milano”, avviato da Albertini e proseguito dai sindaci che gli sono succeduti a prescindere dal colore politico, è anche il “modello Lombardia” di Formigoni, che in questi trent’anni, grazie a scelte politiche ispirate al principio di sussidiarietà e alla collaborazione tra pubblico e privato, ha rappresentato l’esempio di come si possano cambiare le cose. Di come si possa provare a realizzare ciò che altrove sembra impossibile.
Forse è proprio per questo che il “modello Milano” e il “modello Lombardia” vanno colpiti, non criticandoli nel merito, ma cercando di dimostrare che, se qualcosa si fa, è solo perché c’è corruzione, malaffare, illegalità. Non perché si sperimenta un governo buono, efficace, efficiente. È una lettura che abbiamo già visto: con Albertini, con Formigoni, con chiunque abbia provato a governare davvero. E ogni volta si è tentato, più o meno riuscendoci, di smontare quel modello per via giudiziaria.
Se regna la paura
A sei mesi dalle Olimpiadi “MilanoCortina2026”, la prima cosa che succederà, se non stiamo attenti, è che si fermi tutto. Non per decisione politica, ma per paura. Perché in questo clima nessuno si assumerà più la responsabilità di una scelta difficile. L’ha detto con la sua solita lucidità Piero Bassetti: c’è il rischio concreto che Milano venga messa in sospensione. E lo vedremo — lo stiamo già vedendo — dallo stadio di San Siro ai grandi progetti urbani.
Stefano Parisi ha ricordato un dato che dovrebbe far riflettere tutti: secondo Aspesi, l’associazione degli sviluppatori urbani, il danno economico potenziale determinato dal blocco dei cantieri a causa di questa inchiesta potrebbe arrivare a 38 miliardi di euro. Più dell’impatto dei dazi di Trump. Pensiamo a quante parole sono state spese su quei dazi. Qui, invece, quasi senza evidenza di questo aspetto, rischiamo di far saltare 150 cantieri. Non è solo un tema giudiziario. È una questione che riguarda la tenuta della trasformazione urbana, la fiducia, l’idea stessa di sviluppo.

Trasparenza non è sospetto
Secondo punto. Dietro tutto questo io vedo anche un attacco più generale alla politica. Lo ha spiegato bene proprio Parisi a Il Foglio: a volte sembra che la Procura voglia sostituirsi alla politica, voglia imporre orientamenti amministrativi che non le competono. È una tendenza pericolosa. Penso che ci sia bisogno di un sussulto della politica, di una reazione che difenda il ruolo di chi viene eletto dal popolo per governare. La magistratura deve esercitare in piena autonomia la propria funzione. Ma non deve debordare, non deve entrare in scelte che non le spettano. Così come la magistratura rivendica giustamente la propria autonomia e chiede di non essere subordinata alla politica, a maggior ragione la politica non può e non deve accettare alcuna forma di subalternità ad altri poteri. Vale per le ingerenze improprie degli interessi economici, ma vale anche per il potere giudiziario.
Non basta appellarsi al garantismo se non si compie, nello stesso tempo, un’opera culturale. Perché è proprio la cultura democratica, nel suo senso più alto, a essere messa alla prova. Quando si confonde la trasparenza con il sospetto, la vigilanza con la diffidenza sistematica, allora è la stessa fiducia pubblica che viene corrosa. Milano e la Lombardia sono cresciute anche grazie a una cultura della fiducia che ha saputo tenere insieme sviluppo e regole, innovazione e senso del limite. Questa cultura va difesa, non con gli slogan, ma ricordando che non esiste buona politica senza assunzione di responsabilità. E non esiste responsabilità se l’unica reazione possibile, quando si governa, è quella della paura. Il punto non è solo salvaguardare il principio dell’innocenza fino a prova contraria. Ovviamente, da garantista, credo che in assenza di una condanna definitiva non ci sia motivo per cui chi riceve un avviso di garanzia debba dimettersi. Ma Il punto è che senza un ambiente favorevole all’iniziativa, al cambiamento, al coraggio di scegliere, nessuna trasformazione sarà più possibile. E chi si mette in gioco sarà sempre più solo. Il rischio più inquietante è che dietro questa inchiesta ci sia, ancora una volta, l’antico vizio italiano: perdonare tutto a chi non fa nulla e non perdonare mai a chi fa qualcosa. È questo il nodo. Il nostro Paese fatica a tenere il passo con il resto del mondo anche perché punisce chi prova a smuovere le acque, chi osa, chi, anche nella pubblica amministrazione, innova e cerca strade diverse. Questo è, forse, il male più grave.
Meglio non fare?
Il messaggio implicito è: “Meglio non fare”. Politici, dedicatevi ai post, ai video, alle frasi ad effetto che piacciono ai vostri sostenitori. Non a fare, non a governare! Ma così si finisce per impedire ogni serio tentativo di cambiamento. E la politica si trasforma in una vetrina autoreferenziale, incapace di incidere sulla realtà.
Detto tutto ciò, il sindaco Sala ha la responsabilità politica di aver sottratto ai decisori politici – Giunta e Consiglio comunale – le decisioni sulle proposte urbanistiche che permettono lo sviluppo della città, affidandosi esclusivamente ai tecnici e creando così le zone d’ombra di cui oggi parlano le inchieste giudiziarie.
La Milano di Albertini e la Lombardia di Formigoni non hanno mai avuto paura di discutere le scelte nei luoghi politici opportuni, anzi, è proprio per questa condivisione politica che hanno potuto fare quei provvedimenti che hanno permesso lo sviluppo di Milano e della Lombardia.
Mi auguro che l’opinione pubblica, e soprattutto la politica, sappiano distinguere ciò che compete alla giustizia da ciò che compete al governo di un territorio. Perché il futuro di Milano e della Lombardia non può essere ostaggio della paura.
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