Fratelli d’Italia, stringiamoci a Corte

E ora solo la Corte Costituzionale (o il tracollo elettorale del governo D’Alema) può fermare una riforma che, parola di primario di ospedale statale, peggiorerà il servizio sanitario pubblico

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Secondo il ministro della Sanità l’85% dei medici ha scelto di lavorare esclusivamente per le strutture pubbliche (intramoenia). Ma sull’intera vicenda di una riforma che ha imposto ai medici di compiere un’opzione definitiva entro il 13 marzo (si è trattato, per quanti l’hanno compiuta, di una scelta netta tra attività nelle strutture pubbliche mantenendo compensi e ruoli, e attività privata,extramoenia, con perdita di ogni possibilità di carriera e parte del compenso nella struttura pubblica) incombono ricorsi e giudizi di incostituzionalità. In particolare il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di alcuni medici delle università di Siena e Pisa, rilevato principi di inconstituzionalità nel decreto Bindi e autorizzato un rinvio per l’opzione al 5 luglio, data in cui il provvedimento verrà discusso dalla Corte costituzionale. La Bindi però non ha voluto sentire ragioni e ha ribadito: “I ricorsi sono carta straccia e i medici devono scegliere entro il 13 marzo”. E così oggi la guerra continua. “Ricorrere al tribunale amministrativo è un diritto dei cittadini” spiega Giuseppe Mancia, docente di Clinica medica all’Università di Milano Bicocca e primario nel reparto di medicina interna dell’ospedale pubblico S. Gerardo di Monza. In attesa del verdetto della Corte Costituzionale, quali saranno le prime conseguenze concrete della riforma Bindi? “La prima conseguenza sarà un’inevitabile dequalificazione della categoria che nel tempo porterà molti a scegliere una remunerazione migliore nelle strutture private. Un buon primario che davanti a buone offerte scelga l’extramoenia verrà immediatamente declassato della carica di primario e dello stipendio pur continuando a fare lo stesso lavoro. Crede che resterà nella struttura pubblica sottopagato e degradato? E i migliori giovani, cosa faranno? Il rischio è che alla fine nel pubblico rimanga, mugugnando, solo chi non avrà abbastanza motivi per cambiare. Non credo che questa politica punitiva andrà a vantaggio della sanità pubblica”.

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