Francesco si è giocato tutto. «Se la vita non è una partita, di Dio non ce ne facciamo niente»
Il 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, ha quest’anno un significato particolare: a ottocento anni dalla morte del Patrono d’Italia, la ricorrenza torna a essere festa nazionale. È dunque anche il momento per guardare a ciò che questo centenario ha messo in movimento e, soprattutto, a ciò che resterà oltre le celebrazioni.
Nelle fiabe ricorre spesso l’espressione «cammina cammina», mentre il protagonista procede dentro la sua avventura. Francesco è stato un santo in cammino e la sua memoria continua a generare gesti, opere e iniziative capaci di mettere in movimento la comunità umana: nell’arte, nell’educazione, nella ricerca, nell’incontro. A fare il punto è Davide Rondoni, poeta e presidente del Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi: dai cammini francescani all’arte contemporanea, dalle carceri ai giovani, dalla ricerca universitaria alle iniziative internazionali.
Siamo a ottobre dell’anno dedicato alle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di san Francesco. Puoi fare una sintesi del lavoro svolto dal Comitato?
Sono di ritorno dal Cairo, dove ho partecipato all’inaugurazione di un campo da calcio per ragazzi intitolato a san Francesco. Questa è un’immagine sintetica del tipo di proposte su cui ho puntato quando ho accettato l’impresa gratuita di essere presidente del Comitato. M’interessava avviare delle iniziative e dei progetti che rimarranno nel tempo. È nato il progetto di 10 statue dedicate a san Francesco e realizzate da altrettanti artisti, che stanno progressivamente trovando collocazione in luoghi significativi d’Italia. Abbiamo promosso la digitalizzazione della biblioteca di Assisi e la digitalizzazione delle nuove fonti, con un milione e mezzo d’investimenti. C’è il Cammino di Francesco, finalmente ordinato in una proposta unica con una sede ad Assisi. Per i giovani è stato indetto un concorso per cantautori e band che si è concluso da poco a Rieti e ha avuto un’ottima risposta, perché hanno partecipato in tantissimi. Anche questo è un avvio, nella speranza che continui. Non da ultimo, puntando molto in alto, ho chiesto la festa nazionale del 4 ottobre e l’ho ottenuta. Ovviamente, l’intero anno è stato anche pieno di eventi, ma avevo a cuore soprattutto di puntare su cose che rimarranno nel tempo.
Restiamo su quel campo da calcio al Cairo, in cui i ragazzi giocheranno in uno spazio dedicato a san Francesco. Questa presenza è collegata al tema di Francesco che guarda a Oriente? Tu hai insistito spesso su quest’aspetto: c’entra anche con un campo da calcio?
C’entra perché san Francesco è andato in Egitto. Abbiamo fatto questo campetto al Cairo e non in un altro posto perché Francesco è andato in Oriente, è andato in Egitto a parlare con il Sultano. E si sono intesi perché entrambi venivano da una tradizione permeata dal monachesimo, una forma di vita che richiama all’evidenza che il mondo è di Dio. Cosa che non c’è nel mondo protestante. Questa è una grande differenza che, in un momento di guerra mondiale, tra l’altro, sta venendo a galla. All’inaugurazione del campo da calcio hanno giocato due squadre di ragazzi più grandi, tra cui la capitana della nazionale di calcio egiziana. È un segno che rimane. Gli ultimi Mondiali di calcio sono stati il più grande teatro religioso degli ultimi 500 anni. Abbiamo visto Messi con Gesù Cristo tatuato sulla spalla, Yamiq e Amrabat che s’inginocchiano e pregano al termine delle partite vinte, altri giocatori che pregano insieme, Ancelotti che bacia la Virgen de Guadalupe. Abbiamo visto che quando la vita è una partita, il senso religioso viene fuori attraverso un segno. È chiaro che, se la vita non è una partita, di Dio non ce ne facciamo niente. Vale nella vita in generale e anche in quella metafora che è il calcio. E così come il Sultano e Francesco s’intendevano attraverso le metafore teologiche, o meglio teologico-poetiche, la gente s’intende anche attraverso delle metafore calcistiche. San Francesco c’entra con tutte e due.
A proposito di campi in cui è in ballo una partita, il Comitato ha promosso delle iniziative anche nelle carceri?
Sì, a L’Aquila un istituto penale minorile è stato dedicato a Francesco. Sono state svolte iniziative di poesia in altre carceri, perché il carcere segna un momento decisivo per Francesco. Francesco rimase in carcere a Perugia e ne uscì cambiato. L’intenzione del progetto è di offrire ai detenuti l’opportunità di esplorare temi significativi sulla vita e le opere di san Francesco, per stimolare la riflessione e l’espressione personale. Come ho già avuto modo di dire, in carcere la poesia può diventare un gesto di libertà vera, una parola che rimette in moto coscienza, dignità e responsabilità.
Riguardo alla memoria di san Francesco, ci sono stati interventi per la catalogazione dei libri a stampa del Fondo antico della Biblioteca comunale di Assisi e la digitalizzazione delle fonti francescane. Molti hanno riscoperto la voglia di leggere i testi di Francesco, anche grazie a chi, come te, si è speso per approfondire il contenuto della sua voce, del Cantico delle Creature in particolare. Cosa occorre per stare di fronte ai testi di san Francesco?
È proprio per questo motivo che ho scritto sia un commento al Cantico (Vivere il Cantico delle creature, Edizioni Messaggero Padova, ndr), sia il libro La ferita e la letizia (Fazi Editore, ndr). Li ho pensati come aiuto alle persone normali, cioè non agli studiosi, rispetto agli accostamenti che vedevo in giro sulla figura di Francesco. A parte Chesterton, che però è un po’ datato, ho pensato di dare il mio piccolo contributo perché altri testi, per quanto autorevoli, mi sembravano deficitari dal punto di vista esistenziale.
Poi, se uno vuole incontrare Francesco, deve seguire il metodo di Francesco. Francesco ha creato subito la fraternità, quindi il metodo per incontrare Francesco è incontrare i suoi fratelli. Può essere direttamente una fraternità di frati, o una fraternità di persone che sono ispirate da lui. In tutta la genia dei fondatori dei movimenti del Novecento, da Chiara Lubich, che era terziaria francescana, a Giussani, che parlava di letizia e aveva un cappuccino come confessore, c’è il riverbero dell’iniziativa di Francesco, anche perché quei movimenti sono stati, come il suo movimento nel Duecento, una grande fonte di rinnovamento per la Chiesa, che è quello che a Francesco interessava, come a Giussani, alla Lubich e agli altri.
In movimento è anche l’arte, anche se può avere la forma fissa delle statue che sono state dedicate a Francesco e poste in tutta Italia come segno visibile per la comunità.
Ho scelto come motto del Comitato «Un’esplosione di vita». Quando c’è una vita, si documenta nell’arte. Le sculture, insieme alla grande mostra al MAXXI di Roma curata da Beatrice Buscaroli e a molte altre, tra cui quella curata da Roberta Tosi, che ha coinvolto la riflessione di artiste contemporanee, hanno documentato un’esplosione di arte contemporanea generata dall’esplosione di vita di Francesco. Quello delle 10 statue è un bellissimo segno, forse è il più grande progetto di arte pubblica degli ultimi 50 anni: abbiamo dato la committenza a 10 scultori contemporanei perché si misurassero con la figura di Francesco, mettendo le loro opere in luoghi particolari, ad esempio a Cortona, nel Golfo dei Poeti a Lerici, a Leuca. La bellezza dell’Italia è anche merito di Francesco: senza san Francesco l’Italia non sarebbe così bella.
Un altro aspetto curato dal Comitato riguarda, come accennavi all’inizio, il Cammino francescano. È nata l’Associazione “Vie e Cammini di Francesco”, con una proposta unitaria e una sede ad Assisi. Francesco ha camminato tantissimo, quindi anche l’opera del Comitato segue queste orme del santo, va avanti.
Il lavoro del Comitato continua, nel senso che ci saranno tante iniziative da qui alla fine dell’anno. Molto di ciò che abbiamo avviato andrà avanti anche l’anno prossimo. Il Cammino è senz’altro una delle proposte che proseguirà nel tempo, così come alcuni progetti di studio nell’Università di Perugia. Tanto continuerà a muoversi, anche senza di me, ovviamente. Proprio come quei bambini che continueranno a giocare in quel campo da calcio.
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