Che cosa spinse davvero san Francesco a incontrare il sultano nel bel mezzo di una crociata

Due i grandi desideri all’origine del viaggio del Poverello in Egitto ottocento anni fa: il martirio e la testimonianza della verità. Ed ecco come Dio li esaudì

Giotto, San Francesco e il sultano

Articolo tratto dal numero di Tempi di giugno 2019 (attenzione, di norma l’accesso agli articoli del mensile è riservato agli abbonati: abbonati subito!).

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Damietta 1219. Casa nostra 2019. Questo scritto non vuole essere una analisi storica o storiografica del fatto di Damietta, ma semplicemente una personale riflessione a partire da questa vicenda, così tanto incredibilmente meravigliosa e così tanto dibattuta.

Se andiamo a leggere le prime biografie del santo di Assisi a proposito dell’incontro con il sultano, troveremo, se non notizie contrastanti, sicuramente un modo a tratti diverso di affrontare l’accaduto. A complicare la questione c’è anche da considerare il tema “scottante” che da questo storico incontro scaturisce: rapporto tra Occidente e Oriente, tra cristianesimo e islam… Una cosa è certa: dobbiamo toglierci dalla testa l’immagine un po’ sdolcinata di un Francesco tutto sorrisi, scuse e papaveri rossi (di zeffirelliana memoria…).

Vale forse la pena provare a ricostruire, per quel che sappiamo, la storia di quell’incontro tra Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil ottocento anni or sono: era il 1219. Esistono almeno cinque fonti cronistiche occidentali attendibili che, con sostanziale concordia – pur divergendo in alcuni particolari – ci testimoniano la vicenda. Esistono poi le numerose fonti francescane che, se fossero le uniche a riferire l’episodio, potrebbero suscitare legittimi dubbi: il loro racconto, tuttavia, confrontato con quello delle voci estranee all’Ordine, risulta a sua volta autorevole. Non esiste nessun documento da parte orientale e, per quanto riguarda la letteratura arabo-musulmana, c’è solo un’iscrizione su una lapide funebre del sultano al-Malik al-Kamil, che sembra alludere all’episodio in questione, ma sulla quale diversi studiosi hanno avanzato riserve.

I dati più sicuri potrebbero essere sintetizzati così:

Francesco parte ai primi del 1219 e, all’inizio dell’estate, giunge a Damietta con una nave che proveniva da Acri, dove aveva visitato il piccolo convento che alcuni frati avevano aperto.

Francesco era certamente sottoposto alla disciplina crociata e, quindi, in quel momento non avrebbe potuto viaggiare in partibus infidelium, se non con un permesso apposito. È plausibile pensare che Francesco avesse chiesto al cardinale legato il consenso per recarsi dal sultano, secondo il progetto di presenza cristiana che il Poverello avrebbe più tardi esposto nel capitolo 16 della Regola redatta nel 1221 (e riscritta due anni più tardi con definitiva approvazione pontificia). Nella Regola è scritto che il frate minore che voglia recarsi presso gli infedeli, deve essere mite e soggetto a tutti, non deve avanzare proposta né richiesta alcuna, limitandosi alla professione della fede cristiana.

Non sapremo mai quanto durò l’incontro tra Francesco e il sultano, né cosa si dissero; sappiamo solo che il gran signore rinviò sano e salvo il povero frate dopo avergli offerto alcuni doni.

Padre Marco Finco e Bano Ferrari in una scena di "Francesco secondo Giovanni", spettacolo teatrale prodotto da Rosetum
Padre Marco Finco e Bano Ferrari in una scena di “Francesco secondo Giovanni”, spettacolo teatrale prodotto da Rosetum

Non avendo altri dati storicamente documentati a riguardo, su questo evento rimane la domanda di fondo che mi sembra possa interessare ciascuno di noi: perché? Perché Francesco d’Assisi decide di mettersi in cammino con lo scopo di incontrare il sultano, a dispetto di tutti i pericoli che oggettivamente – con la V crociata in corso – quel viaggio comportava?

Per provare a rispondere ci aiuta san Bonaventura che – come Ministro generale dei Frati Minori, con una responsabilità di governo su un Ordine che contava ormai più di tremila frati – scrive una biografia di Francesco (La Leggenda Maggiore), dove parla lungamente dell’episodio. La versione bonaventuriana dello storico incontro si presenta ben quattro volte più lunga di quella di Tommaso da Celano (primo biografo di Francesco), scritta 40 anni prima. In alcuni passaggi Bonaventura rimanda indubitabilmente agli scritti di Francesco per far desumere che a Damietta si realizza non solo l’anelito missionario, ma anche quello di una convivenza sottomessa, soggetta ad ogni umana creatura, fino ad affidare anche «il proprio corpo al Signore» (cfr Regola non bollata 1221 in FF 45).

Per Bonaventura è chiaro che Francesco si è recato in Terrasanta «tra gli infedeli, a portare con l’effusione del suo sangue, la fede nella Trinità» (cfr Leggenda Maggiore in FF 1172).

La santità cui siamo tutti chiamati

Due, quindi, le grandi questioni: il martirio e la testimonianza della verità. Secondo il Doctor Seraphicus, la spinta che muove Francesco a recarsi nei luoghi in cui imperversava una guerra implacabile tra cristiani e saraceni, era la conquista della palma del martirio e la conversione degli infedeli. Del resto, anche Dante scrive di Francesco: «Per la sete del martiro nella presenza del Soldan superba predicò Cristo e l’altri che ’l seguiro» (cfr Paradiso XI, 100-102).

Sul desiderio di martirio torna in aiuto Tommaso da Celano: raccontando del fatto di Damietta, indica come fattore decisivo la rinuncia da parte di Francesco ai doni offertigli dal sultano. Celano evidenzia così che non è dall’anelito al martirio che scaturisce il movimento di conversione del sultano, ma dalla rinuncia ai beni, una nuova perfezione che ha la stessa dignità del martirio. L’originalità vocazionale dei frati minori è proprio la scelta della povertà evangelica come fattore di conversione e di missione. Il Celano aggiunge che sarebbe stato Dio a negare il martirio a Francesco («Il Signore non concedeva il compimento del desiderio del Santo», cfr Vita prima in FF 423), per esaudire in seguito, in altro modo e in altra forma, il suo desiderio di perfezione: con il dono delle stimmate, novità assoluta di un nuovo modello di perfezione. Per Tommaso da Celano le stimmate sono il superamento definitivo dell’idea di martirio come culmine della perfezione.

Prima di Damietta Francesco è l’uomo della conversione, che fonda il suo essere sulla povertà e sulla gioia della condivisione. Dopo Damietta Francesco diventa il predicatore (tanto che in coda al racconto dell’incontro con il sultano, Tommaso da Celano scrive della predica agli uccelli) e il santo delle stimmate. Prima del grande viaggio Francesco segue il proprio desiderio di martirio, appreso dalla storia dei martiri della Chiesa primitiva. Dopo, Francesco è colui che lascia fare a Dio, obbedisce al progetto di un Altro e, così, abbraccia una nuova via di perfezione.

Mettendo insieme quanto scritto da Tommaso da Celano e da san Bonaventura, si comprende che l’incontro con il sultano sia stato particolarmente significativo anzitutto per Francesco, partito con chissà quali domande su di sé e su tutto ciò che aveva originato… Ma si comprende anche che la missione è il modo per scoprire quella “perfezione”, quella “santità” a cui siamo chiamati tutti.