La scommessa del Forum IPAgro: costruire insieme invece di lamentarsi
C’è un modo diffuso di raccontare oggi l’agroalimentare italiano: un settore sotto assedio, schiacciato dal clima, dalle imposizioni spesso ideologiche del Green Deal europeo, dai mercati globali che spiazzano le produzioni italiane con la concorrenza a basso costo e sleale. Un racconto, per quanto veritiero, che spesso dalla giusta richiesta di protezione e sostegno, rischia di scivolare nel vittimismo.
Al XXIII Forum dell’associazione Impresa Persona Agroalimentare, che si è tenuto venerdì e sabato scorsi a Milano Marittima, il registro è stato assai diverso. Nessuna censura dei problemi, ma tanta disponibilità a mettersi in gioco per cercare soluzioni condivise per “guardare al futuro senza paura”, come recitava il titolo dell’evento che ha radunato 400 persone, dai rappresentanti delle aziende agricole a quelle di trasformazione alimentare passando per operatori e professionisti.
Coraggio di cambiare
È questa d’altronde la cifra distintiva di Impresa Persona Agroalimentare, un’associazione (circa un migliaio di aderenti in tutta Italia e già Cdo Agroalimentare) decisamente sui generis, che riunisce in maniera trasversale gli addetti ai lavori della filiera e si riunisce una volta all’anno proprio al Forum, riconosciuto ormai da più parti come luogo di confronto reale. D’altronde, ogni anno l’assessore all’Agricoltura dell’Emilia-Romagna Alessio Mammi non manca l’appuntamento, e quest’anno pure il ministro Francesco Lollobrigida ha voluto mandare il suo saluto. Insomma, la voglia di costruire che emerge in questo consesso viene riconosciuta in maniera bipartisan, un po’ come accade al Meeting di Rimini.
A incarnare questa impostazione è stato quest’anno il presidente di IPAgro Gianmaria Bettoni. Sessant’anni, cremonese, laureato in Scienze Agrarie all’Università Cattolica di Piacenza, Bettoni è un imprenditore agricolo nei settori lattiero-caseario, suinicolo e delle bioenergie; dal 2015 guida il Caseificio di Torre Pallavicina ed è consigliere di amministrazione del Consorzio Tutela Grana Padano Dop. Da qualche anno ha ricevuto il testimone alla guida dell’associazione da Camillo Gardini, iniziatore del Forum insieme ad altri amici e colleghi e per tanti anni vera anima dell’evento. Bettoni, dal canto suo, non parla da osservatore, ma da uomo immerso fino al collo nel settore. «Guardare al futuro senza paura – ha spiegato – non significa ignorare le difficoltà, ma affrontarle insieme, con realismo e con il coraggio di cambiare».

Perché e per chi
Un approccio emerso in particolare in uno dei temi spesso evocati, soprattutto fuori dai panel ufficiali: l’accordo Ue-Mercosur. Un argomento che altrove viene spesso trattato in modo ideologico e un po’ manicheo, come se l’unica alternativa fosse tra apertura ingenua e incontrastata da una parte, e chiusura identitaria dall’altra. Al Forum, invece, il giudizio è stato più articolato e complesso. «I dazi non sono una soluzione – ha spiegato Bettoni in diverse interviste –. Nelle relazioni internazionali serve tornare a un approccio collaborativo. Le criticità vanno gestite, ma aprirsi ai mercati crea opportunità».
Il Mercosur, in questa prospettiva, non è uno spauracchio né una panacea: presenta luci e ombre. Può favorire nuove rotte commerciali per le eccellenze italiane, a partire dalle Indicazioni Geografiche che verrebbero maggiormente tutelate, ma pone anche problemi concreti per alcuni comparti che finirebbero per risentire della concorrenza sudamericana, dallo zucchero ai cereali; problemi che vanno affrontati senza slogan. Difendere il Made in Italy, è stato il ragionamento di Bettoni, non significa alzare muri, ma essere abbastanza forti e responsabili da stare nella competizione globale senza scorciatoie.
Lo stesso realismo ha attraversato i confronti su credito, innovazione e filiera. Le esperienze portate da grandi gruppi e operatori – dal mondo bancario e assicurativo rappresentato da Intesa Sanpaolo e Generali all’industria con Philip Morris sul palco, dalla ricerca ben incarnata da Bayer alle testimonianze di produttori del lattiero-caseario e dell’ortofrutta – hanno mostrato un filo comune: non bastano asset e dimensioni (per quanto indispensabili), contano i progetti, la qualità delle relazioni e la capacità di tenere insieme economia e senso. Che si parli di credito agribusiness, di trasformazione industriale, di gestione del rischio o di nuove tecnologie applicate all’agricoltura, il punto non è solo “cosa” si introduce, ma “perché” e “per chi”. Insomma, lo sguardo al mercato è davvero imprescindibile.

Una scommessa culturale
Anche l’innovazione, tema spesso inflazionato e ridotto a mero storytelling, al Forum è stata riportata a terra. Tenendo insieme l’aspetto tecnologico (esemplare la testimonianza di Unitec sulla robotica) con la responsabilità di non lasciare indietro nessuno: quindi conoscere meglio il suolo per offrire soluzioni migliori agli agricoltori, ridurre gli sprechi per una sostenibilità economica prima ancora che ambientale, migliorare la qualità, dare stabilità alle filiere.
In definitiva, ciò che colpisce del Forum di Impresa Persona Agroalimentare è il clima. Non quello che spesso mette in ginocchio l’agricoltura, ma quello che si respirava e percepiva in sala, nei momenti di pausa, attorno alle tavole. In un tempo segnato da incertezza e paura, qui aleggiava una strana e contagiosa fiducia che, ben lungi dall’ottimismo di facciata, nasce dal condividere problemi e tentare di dargli una risposta, mettendo insieme esperienze e competenze, in una logica di aiuto reciproco. Imprenditori e manager che non si limitano a difendere il proprio spazio, ma cercano compagnia per crescere. È una scommessa culturale prima ancora che economica.
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