Perché la battaglia sull’accordo Ue-Mercosur non finirà oggi con la sua firma
Gli oppositori dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea (Ue) e Mercosur, che oggi, sabato 17 gennaio, Ursula von der Leyen e i rappresentanti di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay firmeranno ad Asunción affilano i coltelli: le organizzazioni degli agricoltori di mezza Europa hanno convocato una protesta a Strasburgo il 20 gennaio, 150 europarlamentari annunciano un ricorso alla Corte di giustizia Ue contro alcuni dispositivi del trattato e il voto di ratifica del Parlamento europeo a fine mese o all’inizio di febbraio si annuncia combattuto.
Il voto a maggioranza qualificata con cui i rappresentanti permanenti dei Ventisette hanno dato il via libera al trattato per parte europea il 9 gennaio scorso non ha detto l’ultima parola sulla vicenda. In quell’occasione Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, contrarie all’accordo, sono state messe in minoranza. Decisiva la posizione dell’Italia, che in dicembre aveva bloccato l’approvazione europea schierandosi con la Francia, ma che dopo l’introduzione di clausole di salvaguardia e di contingenti di importazione relativi a prodotti agricoli e zootecnici nel testo del patto ha raggiunto le posizioni di Germania e Spagna – i due grandi paesi Ue più favorevoli al trattato – rendendo impossibile la costituzione di una minoranza di blocco.
Meno dazi per tutti
Preso atto che il trattato favorirà l’aumento delle esportazioni di prodotti industriali manifatturieri europei nei paesi del Cono Sud (segnatamente automobili, pezzi di ricambio, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici), in discussione è l’impatto negativo che invece avrà sull’agricoltura e la zootecnia e potenzialmente sulla sicurezza alimentare. A regime, l’accordo prevede l’abolizione del 91 per cento dei diritti di dogana del blocco sudamericano sui prodotti del Vecchio Continente, e l’abrogazione del 92 per cento di quelli della Ue sulle esportazioni in provenienza dal Mercosur.
Le imprese europee risparmieranno 4 miliardi di euro per dazi all’anno e i paesi Ue nel loro complesso conosceranno un aumento di 77,6 miliardi di euro del loro Pil da qui al 2040. Secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani, «alla fine del periodo di “rodaggio” [stiamo parlando del 2040, ndr] l’Italia guadagnerà 14 miliardi di export in più».
Tuttavia la liberalizzazione premierà alcuni settori e ne penalizzerà altri, dal punto di vista europeo. Verranno meno dazi del 35 per cento sull’automotive, del 14-20 per cento sui macchinari, del 14-18 per cento sui pezzi di ricambio, fino al 18 per cento sulla chimica, fino al 35 per cento sull’abbigliamento e fino al 14 per cento sui prodotti farmaceutici. Un recente studio stima al 37 per cento il potenziale di crescita delle esportazioni industriali verso il Mercosur una volta entrati pienamente in vigore gli accordi.
Sull’altro lato, l’Ue si impegnerebbe ad aprire il proprio mercato a ulteriori 99 mila tonnellate di carne bovina sudamericana all’anno con una tariffa preferenziale del 7,5 per cento, nonché a 180 mila tonnellate di zucchero e a 100 mila tonnellate di pollame. In questi settori già indeboliti, molti temono una concorrenza sleale, poiché i produttori latinoamericani sono soggetti a standard ambientali e sanitari meno rigorosi di quelli imposti in Europa. Contingenti esenti da dazi sono previsti anche per riso, miele, etanolo.
Campi minati
Secondo uno studio effettuato nel dicembre 2020 dalla London School of Economics per conto dell’Unione Europea, l’accordo potrebbe ridurre la produzione europea di carne bovina e ovina fino all’1,2 per cento e quella di zucchero dell’1 per cento. In totale, l’82 per cento delle attuali le linee tariffarie agricole Mercosur vedranno eliminare progressivamente i dazi europei in quanto relative a prodotti agricoli non considerati sensibili.
Ci sono anche alcuni prodotti agricoli e caseari per i quali l’abolizione dei dazi porterà un vantaggio ai produttori europei: parliamo di vino (attualmente tassato al 27 per cento), superalcolici, formaggi (quote esenti da dazi fino a 30 mila tonnellate), biscotti, bevande gasate. Secondo le stime della Commissione europea si prevede che le importazioni di prodotti agricoli e agroalimentari dal Mercosur aumenteranno di 5,7 miliardi di euro entro il 2040 (di cui 365 milioni di euro per la carne bovina), mentre le esportazioni dello stesso tipo della Ue verso il Mercosur dovrebbero aumentare solo di 2,9 miliardi di euro (principalmente per vini e liquori).

Le clausole e le quote pretese da Roma e Parigi
Forti pressioni da parte di Italia e Francia hanno fatto sì che l’accordo finale prevedesse clausole di salvaguardia e contingenti di importazione: questi ultimi sono quelli sopra menzionati. Le clausole di salvaguardia invece consistono in misure che dovrebbero proteggere i produttori europei. Esse comprendono la reintroduzione dei dazi doganali da parte europea se, nei settori sensibili, le importazioni dal Mercosur dovessero aumentare di oltre il 5 per cento sulla base di una media triennale (Bruxelles si impegna a pubblicare ogni sei mesi un rapporto sugli sviluppi del mercato); garanzie finanziarie nel quadro della politica agricola comune (45 miliardi di euro supplementari sul bilancio della politica agricola comune a partire dal 2028); il divieto di tracce di alcuni pesticidi negli agrumi, nei manghi o nelle papaie sudamericani; il rafforzamento dei controlli fitosanitari alle frontiere (la Ue proibisce l’importazione di prodotti Ogm e di carne agli ormoni, ha norme severe in materia di residui di pesticidi, eccetera), la riduzione dei dazi doganali su alcuni fertilizzanti per ridurne il costo agli agricoltori europei e quindi mantenerli competitivi. Inoltre il Mercosur si impegna a riconoscere 344 Indicazioni geografiche europee (di cui 77 italiane) che proteggeranno i prodotti alimentari di eccellenza dei paesi Ue da imitazioni e contraffazioni.
Tutte queste concessioni, ottenute nelle ultime settimane per il pressing di Italia e Francia dopo 26 anni di negoziati (la clausola sull’aumento delle importazioni per esempio doveva essere dell’8 per cento), hanno convinto il governo Meloni a dare il via libera al trattato. Restano invece scettiche le organizzazioni degli agricoltori (Coldiretti, Confagricoltura e Cia), soprattutto per quanto riguarda i controlli sulle importazioni. Bruxelles ha promesso un aumento del 50 per cento del numero dei controlli all’estero e del 33 per cento di quelli alla frontiere degli Stati membri. Gli agricoltori italiani fanno notare che tale aumento è di fatto irrisorio, perché sul totale delle merci agricole e zootecniche provenienti dai paesi del Mercosur i controlli effettuati passerebbero soltanto dall’attuale 3 per cento al 4 per cento… Nell’ottobre del 2024 un audit condotto in Brasile dalla stessa Commissione europea aveva evidenziato la mancanza di tracciabilità della carne bovina esportata.
Rischi e benefici ambientali
Altre critiche all’accordo di libero scambio arrivano dagli ambientalisti. Il rapporto di valutazione commissionato dal primo ministro francese Edouard Philippe nel 2019 e rimesso al suo successore Jean Castex nel 2020 stima in 700 mila gli ettari di terre che patiranno deforestazione nei paesi del Mercosur come risultato dell’aumento delle esportazioni legate all’accordo. Lo stesso rapporto prevede un aumento totale delle emissioni di gas a effetto serra di 500 milioni di tonnellate di CO2, pari allo 0,1 per cento delle emissioni globali annue, dovuto alla deforestazione e al trasporto di merci. Le stime della Commissione europea sono molto inferiori, con un aumento previsto delle emissioni “trascurabile” (circa lo 0,0006 per cento sul totale mondiale).
Fra i vantaggi invece segnalati c’è il fatto che i paesi del Mercosur si sono impegnati ad aprire i loro mercati degli appalti pubblici agli europei alle stesse condizioni delle aziende locali, e che saranno ridotte anche le tasse all’esportazione di minerali. In questo modo i paesi Ue avranno un accesso facilitato a materie prime critiche per la transizione energetica come litio e rame, e diminuiranno la propria dipendenza dai fornitori cinesi.
Multinazionali in agguato?
Altre critiche al trattato di libero scambio fanno riferimento alle sue conseguenze sul piano occupazionale e socio-culturale. Si teme che esso accelererà il processo di acquisizione delle attività agricole e zootecniche da parte di multinazionali e grandi imprese agro-industriali, con l’estinzione delle imprese a conduzione familiare e lo spopolamento delle campagne.
Scrive Ambrus Béla:
«Nell’ultimo decennio, i terreni agricoli in tutta Europa sono stati silenziosamente assorbiti dalla finanza globale. Grandi gestori patrimoniali, fondi pensione, pool assicurativi e veicoli di private equity trattano sempre più i terreni agricoli come un asset a bassa volatilità e al riparo dall’inflazione. La logica è semplice: la terra è un bene limitato, è sovvenzionata e politicamente protetta dal collasso totale. Ciò che è razionale per i portafogli è corrosivo per la società. La finanziarizzazione separa la proprietà dalla gestione. I terreni vengono acquistati tramite holding, riaffittati agli agricoltori con contratti a breve termine e gestiti per l’estrazione di rendimento piuttosto che per la fertilità a lungo termine o la stabilità della comunità. Gli affitti aumentano, la proprietà diventa precaria e gli agricoltori passano da proprietari a gestori. Decisioni un tempo radicate nell’ecologia locale e nella continuità generazionale vengono sostituite da una logica contabile ottimizzata per beneficiari lontani. Questo processo si accelera quando la pressione commerciale si intensifica. Mentre i margini di guadagno crollano sotto la concorrenza delle importazioni, gli agricoltori indebitati vendono. Capitali che possono permettersi orizzonti temporali di profitto nel lungo periodo acquistano. Ciò che sembra efficienza del mercato è in realtà un trasferimento unidirezionale di sovranità dalle comunità ai bilanci contabili delle grandi imprese».
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