Ci sarà ancora una sovranità alimentare europea dopo l’accordo con il Mercosur?
Dopo un quarto di secolo di negoziati estenuanti, l’Unione Europea ha impresso una svolta decisiva alla propria politica commerciale. Il 9 gennaio 2026, il Consiglio dell’Ue ha dato il via libera alla firma dell’accordo di partenariato con il blocco del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), gettando le basi per la creazione di una delle aree di libero scambio più vaste del pianeta, con un bacino di circa 700-800 milioni di consumatori. Se da un lato Bruxelles celebra un “passo storico” per la diversificazione strategica, dall’altro il mondo agricolo europeo ha alzato le barricate, portando i trattori nelle piazze di Parigi, Atene e Milano.
Le garanzie e il nodo degli standard produttivi divergenti
L’intesa punta ad abbattere barriere tariffarie che pesano per oltre 4 miliardi di euro l’anno sulle imprese europee. I vantaggi attesi sono imponenti: un incremento stimato dell’export Ue verso l’America Latina del 39 per cento e il sostegno a circa 440 mila posti di lavoro in tutto il continente. Per l’Italia, il piatto è particolarmente ricco sul fronte delle indicazioni geografiche (Ig): l’accordo garantisce la protezione di circa 350 marchi europei, tra cui eccellenze del made in Italy come il Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di Parma, vietandone imitazioni e usurpazioni.
Tuttavia, il via libera non è stato unanime. Mentre l’Italia ha abbandonato le storiche riserve per sostenere l’intesa, paesi come Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda hanno espresso un voto negativo, riflettendo le profonde spaccature interne all’Unione. Nonostante le rassicurazioni di Bruxelles, le organizzazioni agricole denunciano un accordo «fondamentalmente squilibrato». La protesta, riesplosa con vigore nelle ultime settimane, vede gli agricoltori denunciare una concorrenza sleale basata su standard produttivi divergenti. Mentre i produttori europei sono soggetti a rigidi vincoli ambientali e sanitari, si teme che il mercato venga invaso da merci sudamericane prodotte con fitofarmaci vietati nell’Ue o con standard di benessere animale inferiori.
Le promesse di Bruxelles al popolo dei trattori
In Francia, i trattori hanno raggiunto luoghi simbolo come la Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo, sfidando i divieti per protestare contro quella che percepiscono come una condanna a morte per le proprie aziende. In Grecia, la tensione è alimentata anche da ritardi nei pagamenti della Pac (Politica agricola comune) e scandali sui sussidi, spingendo il governo ad annunciare aiuti straordinari per 160 milioni di euro nel tentativo di frenare le mobilitazioni. Anche in Italia la tensione è palpabile: associazioni come Coldiretti, Cia e Confagricoltura hanno espresso forte scetticismo, ribadendo che la qualità del made in Italy non può essere oggetto di mediazione politica.
Per superare le resistenze di governi e categorie, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha giocato la carta della sicurezza finanziaria (inclusa la riduzione dei dazi sui fertilizzanti). La strategia prevede un meccanismo senza precedenti: l’anticipo di circa 45 miliardi di euro dai fondi della Pac 2028-2034. Gli Stati membri potranno accedere a questi fondi già all’inizio del ciclo di bilancio, garantendo una liquidità immediata che serve a mitigare i timori di una competizione impari con i colossi sudamericani.
A questa manovra si aggiunge il potenziamento della riserva di crisi, che salirà a 6,3 miliardi di euro per contrastare emergenze climatiche o sanitarie, e l’obbligo di destinare almeno il 10 per cento delle risorse nazionali alle aree rurali per combattere lo spopolamento.
Un punto cardine per il “sì” dell’Italia è stato il rafforzamento del cosiddetto “freno a mano”. La soglia per l’attivazione del meccanismo di salvaguardia è stata abbassata dall’8 al 5 per cento: se le importazioni di prodotti sensibili come carni bovine, riso, zucchero o miele aumenteranno oltre questa soglia, la Commissione potrà avviare indagini accelerate e ripristinare i dazi per proteggere i produttori interni.
Impatto stimato e domande aperte
L’impatto settoriale appare tuttavia variegato. Se gli allevatori tremano per l’arrivo di 99 mila tonnellate di carne bovina sudamericana, l’industria del vino e quella dell’ortofrutta guardano all’accordo con speranza. Per il vino italiano, l’eliminazione di dazi che in Brasile arrivano al 35 per cento rappresenta un’opportunità strategica. Anche per mele e kiwi italiani, che già registrano performance interessanti verso il Mercosur, l’abbattimento delle tariffe doganali è visto come un fattore di crescita determinante.
Con la firma ufficiale avvenuta il 17 gennaio in Paraguay, la partita si sposta ora sul piano politico. Se l’accordo commerciale provvisorio (iTA) rientra nella competenza esclusiva dell’Unione Europea, l’accordo di partenariato (Empa) dovrà affrontare il lungo processo di ratifica in tutti gli Stati membri. L’ago della bilancia sarà il Parlamento europeo.
Il dossier Mercosur rimane la fotografia di un’Europa divisa tra la necessità di rafforzare il proprio peso geopolitico globale e l’urgenza di difendere la tenuta sociale e ambientale del proprio modello agricolo. La domanda che resta aperta, mentre i trattori continuano a presidiare le città, è se queste garanzie finanziarie e tecniche saranno sufficienti a proteggere la sovranità alimentare di un intero continente. Da non dimenticare poi il rapporto dell’Europa con gli Stati Uniti che hanno sempre considerato l’America Latina il proprio “giardino di casa”. Stringere un accordo commerciale con gli Stati del Mercosur potrebbe essere visto di cattivo occhio.
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