È ora di un giudizio equilibrato sull’era Formigoni

“Una storia popolare” mira a uscire dalla stagione dei giudizi sommari o intellettualistici su una vicenda lunga almeno 40 anni

Formigoni intervistata da giornalisti e tv
Roberto Formigoni, ex presidente della Regione Lombardia

«Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato», scrive George Orwell in 1984. Se non ti preoccupi tu di mettere in salvo il passato che ti riguarda, a tramandarlo nella versione che gli fa comodo ci penserà chi ha il potere oggi. La lotta per la memoria è la più importante di tutte le lotte politiche, perché dal modo in cui viene tramandata la memoria del passato – cioè dal modo in cui viene ricostruito il passato e sulla base di tale ricostruzione viene giudicato – dipende l’autocoscienza delle persone nel presente e la legittimazione di chi detiene il potere oggi.

Chi ha il potere oggi, riscrive il passato – esattamente come il ministero della Verità in 1984 riscrive periodicamente la storia – enfatizzando qualcosa e omettendo qualcos’altro, deformando storie e demonizzando persone, e soprattutto consegnando all’oblio fatti, persone e parole considerati scomodi, sempre e soltanto per rafforzare e giustificare il proprio potere, mai per amore della verità.

Il bene e non solo il male

Copertina di Una storia popolare, libro intervista di Roberto Formigoni con Rodolfo Casadei
La copertina del libro intervista di Roberto Formigoni con Rodolfo Casadei

Un libro come Una storia popolare, mia intervista biografica a Roberto Formigoni, nasce dalla collera. Collera per il fatto che 8 anni dopo la fine di un’esperienza di governo lunga 18 anni a capo della più importante (economicamente) regione d’Italia e 28 anni dopo lo scioglimento del Movimento Popolare nessuno abbia cercato di scrivere in maniera sistematica ed esaustiva su due vicende politiche di cui Roberto Formigoni è stato protagonista – e con lui almeno due generazioni di cattolici socialmente e politicamente impegnati – che hanno lasciato una duratura impronta nella storia italiana. Soprattutto suscita collera il fatto che nessuno si sia preoccupato di mettere in evidenza, insieme a limiti e difetti che sono conseguenza inevitabile della fragilità della natura umana, il tanto bene fatto, i vantaggi arrecati alla società, le scommesse vinte, le testimonianze coraggiose.

Dei 18 anni di governo della Lombardia fra il 1995 e il 2013 e di tante realizzazioni si ricorda soltanto la condanna penale del suo presidente, frutto di una discutibile sentenza giudiziaria; del Movimento Popolare e dei ciellini degli anni Settanta e Ottanta, del loro contributo alla preservazione della democrazia e del pluralismo negli anni delle intimidazioni extraparlamentari e dell’egemonia culturale del Pci, non si ricorda nulla.

Dal Movimento popolare alla Lombardia

Quando Formigoni è stato condannato in Cassazione, Comunione e Liberazione, il movimento ecclesiale al quale appartiene da quando aveva tredici anni, ha diffuso un comunicato nel quale esprimeva umana solidarietà e cristiana compassione in forza del fatto che «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Corinti 12,26). Per la stessa ragione, cioè a motivo dell’appartenenza allo stesso corpo, è giusto che aderenti e simpatizzanti di Comunione e Liberazione provino orgoglio per quello che Formigoni e la sua squadra hanno fatto di ottimo negli anni di governo della Lombardia e per quello che il Movimento Popolare sotto la guida formigoniana è stato nella società italiana dei terribili anni Settanta e Ottanta. E infatti la citazione di san Paolo prosegue: «…e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui».

Ma se nessuno si prende la briga di raccontare la storia per intero, di fare memoria del bene compiuto – senza nascondere sotto il tappeto i punti oscuri, le contraddizioni e le questioni scomode – come faranno i fratelli di Formigoni a gioire con lui e con se stessi, oltre che a soffrire? Il libro tenta di colmare questo inammissibile, scandaloso vuoto di narrazione, che si è dilatato nel tempo fino ad oggi.

Non è un romanzo criminale

Il libro nasce anche da una preoccupazione: che al silenzio assordante di chi ha vissuto la stessa storia di Formigoni ma fino ad oggi ha trascurato di raccontarla e condividerla con le giovani generazioni – silenzio rotto da due lodevoli eccezioni: La P38 e la mela. Una presenza cristiana a Roma negli anni di piombo di  Saverio Allevato e Pio Cerocchi e il recentissimo Quelli della Birreria Finisterre. Una compagnia atipica nel lavoro e nel sindacato di Giancarlo Rovati e Maurizio Vitali – si contrappongano solo le voci che vogliono ridurre la storia del Movimento Popolare a un tardivo soprassalto integralista e l’esperienza di governo della Lombardia con Formigoni presidente a una vicenda criminale.

Le riforme in Regione

Chi avrà la pazienza di leggere le 180 pagine (su 530) del libro dedicate agli anni in cui Formigoni era al governo di Regione Lombardia, si accorgerà che non solo quella serie di amministrazioni ebbe il coraggio di portare avanti una riforma che associava al sistema sanitario pubblico il meglio della sanità privata a vantaggio dei cittadini nonostante ostilità di ogni tipo; non solo seppe tradurre in fatti amministrativi i princìpi della dottrina sociale cristiana in materia di educazione, famiglia e vita attraverso il buono scuola, la legge per la famiglia, il sostegno alla maternità, la legge per gli oratori, i fondi per i disabili come Eluana Englaro, ecc.; ma che a quei tempi la Lombardia era all’avanguardia delle regioni italiane in una lunga serie di laicissime materie: è stata la prima Regione italiana a creare il singolo decreto di pagamento per i Fondi europei, che ha accelerato immensamente le procedure, a creare lo Sportello Unico delle imprese per tutte le autorizzazioni amministrative, a stabilire premialità per le cooperative sociali in determinate gare di appalto, a mettere a sistema i servizi per l’occupazione delle agenzie private, ad avere una sede di rappresentanza a Bruxelles presso la Ue, a fare cooperazione internazionale con fondi regionali, a stabilire che la formazione professionale espletava l’obbligo scolastico, a creare il contratto tipo del project financing, cioè della partecipazione di investimenti privati in opere pubbliche, a creare fondi di investimento per finanziare l’housing sociale, a fare un Piano dell’aria per la riduzione dell’inquinamento e a introdurre il blocco del traffico applicando le prime direttive Ue sul particolato, a fare una legge sull’abitabilità dei sottotetti per ridurre il consumo di territorio, a introdurre i contratti di fiume (per ridurre la possibilità di alluvioni), a rendere possibili gli esami del sangue senza prenotazione, a introdurre l’accreditamento delle strutture sanitarie private, superando il vecchio sistema delle convenzioni, a rendere tempestivi i pagamenti della Pubblica Amministrazione ai fornitori dei servizi sanitari (il Lazio ci è arrivato, stando alle parole del suo presidente Zingaretti, nel 2020) e molte altre cose. In tutte queste materie e in altre ancora (che trovate nel libro) le altre regioni italiane hanno imitato, dopo poco o dopo molto tempo, la Lombardia del ciellino Formigoni presidente.

Una storia popolare

Chi avrà la pazienza di leggere le 120 pagine dedicate agli anni del Movimento Popolare e il II capitolo della Quarta parte del libro si accorgerà che un giudizio positivo sul ruolo pubblico di Cl e sull’azione socio-politica del Movimento Popolare lo hanno avuto non solo grandi figure come Giovanni Paolo II e Giulio Andreotti – cosa nota ai più – ma anche personalità il cui apprezzamento per il movimento di don Giussani e per le iniziative dell’Mp è meno noto, e i cui nomi in molti desteranno sorpresa: uomini come Giorgio La Pira, Benigno Zaccagnini, Aldo Moro, Francesco Cossiga, Roberto Ruffilli.

Se decine di migliaia di giovani non sono stati risucchiati nell’abisso del terrorismo rosso o nero, e poi negli anni del “riflusso” in quello della droga, e se il Pci non ha potuto imporre la sua egemonia, lo si deve anche ai ragazzi e alle ragazze di Cl che negli anni Settanta hanno rischiato l’incolumità fisica pur di affermare una presenza cristiana nelle scuole, nelle università e nelle fabbriche.

Se la Lombardia ha potuto fare da battistrada a molte politiche che successivamente sono state fatte proprie da altre Regioni di vario colore politico, è per la forza di un’amicizia cristiana che è stata fonte di creatività e di impegno civile appassionato, e che ha saputo valorizzare tutto quello e tutti quelli che incontrava, inclusi compagni di coalizione e di giunta e dirigenti e dipendenti regionali che cristiani non erano.

Perché Formigoni non è stato un leader che ha ipnotizzato le masse, ma l’espressione di un popolo che a partire dall’esperienza dell’unità in Cristo ha creato opere, ha servito il bene comune, ha testimoniato la verità senza cedimenti sulla questione antropologica.

Basta pregiudizi sommari

Le domande che ho rivolto a Formigoni hanno mirato soprattutto a evidenziare e tramandare tutto questo positivo, senza omettere di porre anche quelle scomode su limiti e contraddizioni che sotto certi aspetti l’esperienza dell’Mp e l’impegno pubblico dei ciellini hanno mostrato. Tuttavia non era scopo del libro sviluppare un processo di autocritica. Non solo per ragioni di spazio, ma perché non dovrebbe essere Formigoni da solo a condurlo, proprio per il motivo appena detto che a impegnarsi nella politica e nella creazione di opere sociali in quegli anni era un intero popolo, e non un leader isolato.

Nutro però la fragile speranza che questo libro possa servire a uscire dalla stagione dei giudizi sommari o intellettualistici su una vicenda di impegno sociale e politico di cattolici centrato sui criteri della presenza e dell’unità lunga almeno quarant’anni, se prendiamo come riferimenti simbolici il convegno del Clu al Palalido di Milano del 1973 dal titolo “Nelle università italiane per la liberazione” e   le dimissioni di Formigoni dalla presidenza della Lombardia nel 2013.

Giudizi sommari e intellettualistici formulati a prescindere dalla realtà effettuale, che è stata in gran parte semplicemente rimossa. Ma le rimozioni troppo grandi, si sa, producono nevrosi. Il risultato di aver rinunciato alla politica come compito di un’unità di popolo e di averla lasciata alla buona volontà di singoli cristianamente ispirati è l’odierna subalternità  non solo politica ma addirittura culturale dei cattolici – compreso il mondo di riferimento di Formigoni – alle forze ideologiche di destra e di sinistra. Ciò che per molti anni non era accaduto grazie al coraggio e alla concezione integrale della fede di chi ha dato vita alla storia popolare raccontata nel libro-intervista a Formigoni.

Foto Ansa