Fmi: Italia cresce dello 0,6% per il 2014, e dell’1,1 per il 2015

Il world economic outlook rivede al rialzo le previsioni per l’Italia, con un +0,6 per cento del Pil nel 2014, e un + 1,1 per cento nel 2015. Ma ammonisce: «Necessarie riforme strutturali»

Il direttore generale dell’Fmi Christine Lagarde

Secondo il Fondo monetario internazionale l’economia italiana è finalmente tornata a crescere. Nel World economic outlook, la previsione dell’economia globale, l’Fmi ha rivisto al rialzo le previsioni rispetto a gennaio. Per l’Italia, dopo il calo dell’1,9 per cento è prevista una crescita dello 0,6 per cento per il 2014, e dell’1,1 per cento per il 2015.

«NECESSARIE RIFORME STRUTTURALI». In particolare l’Fmi – che ha corretto anche le previsioni per l’Eurozona, del + 1,2 per cento per il 2014, e del +1,5 per cento per l’anno successivo – prevede per il Bel Paese un rialzo dei prezzi al consumo (+0,7 per cento per quest’anno, +1 per cento per il 2015), e un rialzo della disoccupazione, che nel 2014 dovrebbe salire al 12,4 per cento e poi scendere all’11 per cento l’anno dopo. Per questo motivo l’Fmi ammonisce che «La bassa crescita potenziale resta una preoccupazione e sono necessarie riforme strutturali a partire da quella sul lavoro». In modo particolare è raccomandata «la definizione di un unico contratto di lavoro, meno tasse sul lavoro e una amministrazione pubblica più efficiente». Per l’Fmi l’economia italiana cresce comunque molto poco, al livello della Grecia (con una crescita però del +2,9 per cento per il 2015), e davanti solo a Finlandia, Slovenia e Cipro.

«CORRETTIVI PER L’EUROPA MERIDIONALE». Nell’outlook, l’Fmi si sofferma poi sull’analisi di nuovi rischi per l’economia mondiale e tra i «timori geopolitici» si segnala in particolare la crisi Ucraina. In particolare si segnala poi come «la crescita potenziale di molte economie avanzate è davvero bassa. Soprattutto nell’Europa meridionale i correttivi si segnala che non possano essere dati per scontati. Perciò risultano importanti le misure per sostenere la crescita anche nelle economie avanzate, ma anche un ripensamento delle istituzioni che regolano il mercato del lavoro e del ruolo degli investimenti pubblici».