Expo. Dello scontro in procura a Milano almeno una cosa è chiara: «I magistrati hanno un potere smisurato»

Nella lotta fra Bruti Liberati e Robledo in scena al Csm, Filippo Facci intravede l’emblema di uno dei problemi più gravi della giustizia, «lo scenario enormemente discrezionale» in cui si muovono i pm

La guerra fra magistrati nella procura di Milano sarà anche difficile da comprendere ai profani della materia, ma una cosa la fa emergere chiaramente agli occhi di chiunque, e cioè «lo scenario enormemente discrezionale» nel quale si muovono le toghe. A scriverlo è Filippo Facci in un commento apparso oggi su Libero. Il giornalista intravede nella lotta fra Alfredo Robledo e il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati (da giorni in scena al Csm) l’emblema dell’assenza di limiti del potere dei pm.

BRUTI LIBERATI VS ROBLEDO. L’ultimo capitolo dello scontro fra Bruti Liberati e Robledo sono le accuse che il capo della procura meneghina avanza davanti al Csm. Secondo Bruti Liberati, Robledo ha «determinato un reiterato intralcio alle indagini» su Expo e «posto a grave rischio il segreto delle stesse». Robledo, afferma procuratore capo di Milano, «pur essendo costantemente informato del fatto che era in corso un’attività di pedinamento e controllo su uno degli indagati svolta da personale della polizia giudiziaria, ha disposto analogo servizio delegando ad altra struttura della stessa Guardia di Finanza». Accuse pesanti, sottolinea Facci, «perché intralciare un’indagine sarebbe anche un reato».

ASSENZA DI REGOLE. Più interessante dell’esito della guerra fra i due magistrati, secondo Facci, è ciò che emerge leggendo gli atti del Csm: «Il differenziato profilo che si intravede» fra i due pm. Facci descrive Bruti Liberati, ex presidente di Magistratura democratica (la corrente “di sinistra” dell’Anm), come «uomo d’apparato, di corrente, politicizzato, sensibile agli scenari politici e ai suoi cambiamenti, alle conseguenze delle inchieste che nascono dai suoi uffici: dunque un abile amministratore».
Robledo, invece, Facci lo definisce come un magistrato «più compiaciuto della propria indipendenza sancita dalla Costituzione, più immediato, automatico, quasi precipitoso, convinto che una certa ruvidità faccia parte dei suoi doveri e ufficialmente indifferente alle conseguenze delle sue indagini».
«Entrambi i profili – spiega Facci – se portati all’eccesso, descrivono alla perfezione il periglioso archetipo del magistrato all’italiana». Dallo scontro emerge anche che i pm non si muovono in un territorio dominato da «regole inflessibili e rigide». Al contrario, conclude il giornalista, sono dotati di «un potere smisurato che si può esercitare in un modo o nell’altro».