Erdogan vendica Ataturk e occupa basi militari in Libia

Il generale, fondatore della Turchia moderna, fu costretto a ritirarsi dal paese nordafricano. Ora il Sultano diventa sempre più spregiudicato nella realizzazione del suo sogno neo-ottomano

Recep Tayyip Erdogan è riuscito alla fine a vendicare anche il fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Ataturk, riportando importanti successi in Libia. Era il dicembre 1911 quando il generale respinse gli italiani fuori da Tobruk e si installò a Derna. Quella vittoria servì a poco, perché gli ottomani dovettero presto ritirarsi per occuparsi dei Balcani in fiamme alle porte della Prima guerra mondiale, ma ora il Sultano può vantare il nuovo progresso nella realizzazione del suo progetto neo-ottomano.

LA TURCHIA OCCUPA BASI MILITARI IN LIBIA

Dopo aver respinto per conto del Governo di accordo nazionale di Fayez al Sarraj l’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar lontano dalla capitale Tripoli e fuori dalla Tripolitania, Ankara passa all’incasso e fa valere l’accordo firmato nel novembre 2019. Dal punto di vista militare la Turchia occuperà nei prossimi mesi quattro basi strategiche in Libia: il grande aeroporto di Al Watiya vicino al confine tunisino, espugnato ad Haftar, e quello di Al Jufra, oltre ai porti di Misurata e Sirte.

Erdogan potrà controllare così il Mediterraneo centrale, come quello orientale, dove, in forza dell’accordo (contrario al diritto internazionale) firmato con Tripoli sulla Zona economica esclusiva turco-libica, la Turchia avvierà subito perlustrazioni per la ricerca di gas e petrolio, come dichiarato dal ministro per l’Energia Fatih Donmez.

ANKARA UMILIA LA MISSIONE EUROPEA IRINI

Oltre ai rischi per l’Italia dell’avanzata turca in Libia, non è sfuggita a nessuno la crescente arroganza di Erdogan, che si comporta sempre di più come un membro alieno della Nato. Emblematico l’episodio del 10 giugno 2020 nel Mediterraneo, dove da circa un mese è cominciata l’operazione navale europea Irini, incaricata di far rispettare l’embargo delle armi in Libia.

La missione aveva già perso di credibilità il 28 maggio, quando è arrivata indisturbata nel porto di Misurata una nave mercantile partita da Istanbul una settimana prima carica di carri armati M-60 destinati alle forze di Sarraj. Il 10 giugno la nave cargo Cirkin, che batte bandiera della Tanzania, è stata intercettata al largo della Libia scortata da tre fregate turche. Quando la fregata greca Spetzai ha avviato le procedure per ispezionare il cargo, le navi turche hanno negato il permesso e una ha illuminato l’imbarcazione greca puntandole contro il mirino, che equivale a uno sparo d’avvertimento.

LA FRANCIA HA SBAGLIATO TUTTO

«Come può», si chiede il Figaro, «un paese membro della Nato avere un atteggiamento così aggressivo» contro le navi dei suoi alleati? La Francia, che avendo appoggiato il generale Haftar si ritrova ora perdente su tutta la linea, ha alzato la voce più di tutti i partner europei contro «l’interferenza straniera della Turchia» in Libia. Ma se c’è qualcuno che ha molto da farsi perdonare in tema è proprio Parigi.

Non solo perché nel 2011 ha creato le condizioni di instabilità del paese, delle quali Erdogan ha saputo approfittare, mobilitando a tutti i costi Onu e Nato per abbattere il regime di Muammar Gheddafi, un intervento cui l’Italia ha dovuto partecipare contro i suoi interessi sotto (neanche tanto) velata minaccia. Ma anche perché questa prima fase della guerra in Libia in appoggio al Governo di accordo nazionale di Al Sarraj, alleato e dell’Italia e dell’Onu, Erdogan ha potuto vincerla impiegando in prima linea quei ribelli siriani che un tempo combattevano contro il regime di Bashar al Assad.

Se la Turchia, grande sponsor internazionale della guerra contro Assad, si è ritrovata con migliaia di mercenari a disposizione e un fondamentale peso politico, è perché nei primi anni della guerra paesi come la Francia hanno ciecamente appoggiato la “ribellione”, nonostante fossero perfettamente a conoscenza della pericolosità dei jihadisti e Fratelli musulmani siriani.

L’ARROGANZA DI ERDOGAN CON GLI ALLEATI NATO

Ora quegli stessi combattenti festeggiano la “conquista” della Libia ed Erdogan può godersi il suo posto al sole a sud del Mediterraneo. E mentre Parigi protesta contro l’ardire del Sultano, questi, sempre più spregiudicato, gioca la sua partita fino in fondo bloccando il piano Nato di difesa per i paesi baltici e la Polonia, chiedendo in cambio il pieno sostegno politico dell’Alleanza alla sua campagna militare contro i curdi in Siria. Ankara chiede addirittura che le milizie curde, usate dagli Stati Uniti per eliminare lo Stato islamico in Siria, siano dichiarate organizzazioni terroristiche.

Il blocco fa anche comodo a Vladimir Putin, sostenitore di Haftar in Libia e di Assad in Siria, che pur trovandosi sempre sul fronte opposto delle alleanze rispetto a Erdogan, concorda con lui nella volontà di indebolire l’influenza dell’Occidente in Medio oriente e non solo. In un momento in cui gli Stati Uniti di Donald Trump sembrano non volersi opporre all’attivismo turco, che cosa aspettano Italia e Unione Europea a mettere in campo una strategia prima che sia troppo tardi?

Foto Ansa