Emergenza carceri. Cancellieri e Amnesty accusano, il giudice Brambilla rilancia: «Subito amnistia terapeutica»

Si torna a parlare di prigioni sovraffollate e trattamento disumano dei detenuti. Su Tempi interviene il giudice Guido Brambilla e rispondono, tra gli altri, Cosimo Ferri, Nitto Palma, Luigi Manconi

Si torna a parlare dell’emergenza carceri. Lo ha fatto oggi il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri intervenendo al carcere Ucciardone a Palermo per la commemorazione di Giovanni Falcone nell’anniversario della strage di Capaci. «Le nostre carceri non sono degne di un paese civile e della nazione di Cesare Beccaria», ha detto il ministro. Per questo «serve un’azione molto vasta». E non basterà costruire «nuove e moderne carceri, con spazi decenti»: bisogna «ripensare il sistema delle pene, valutando se non ci siano spazi ulteriori per quelle alternative, pensando che l’obiettivo è certo far sì che si paghino gli errori, ma al contempo che i reclusi ne escano migliori».

«CONDIZIONI DISUMANE». Ma il ministro Cancellieri non è stata la sola a rimettere a tema quella che il presidente Napolitano ha definito una «prepotente urgenza» del nostro paese. Anche Amnesty International, nel Rapporto annuale 2013, reso pubblico proprio oggi, parla di «condizioni disumane» negli istituti penitenziari italiani: «Le condizioni di detenzione e il trattamento dei detenuti in molti istituti di pena e altri centri detentivi sono state disumane e hanno violato i diritti dei detenuti, compreso il diritto alla salute». L’associazione per la tutela dei diritti umani nel mondo denuncia in particolare il «grave sovraffollamento» delle nostre prigioni e «l’incapacità di tutelare il rispetto della dignità umana e di altri obblighi internazionali».

«CLEMENZA PER LA PACIFICAZIONE». E sempre di emergenza carceri si occupa il settimanale Tempi in un ampio servizio pubblicato nel numero in edicola da oggi. Il servizio si apre con l’intervento di Guido Brambilla, giudice del Tribunale di Sorveglianza di Milano e autore di numerosi articoli sul tema dell’esecuzione penale, che invoca «l’amnistia» come «importante istituto che potrebbe favorire un clima di pacificazione in questo momento storico». Secondo Brambilla infatti un provvedimento di clemenza «non avrebbe solo lo scopo di deflazionare l’insopportabile sovraffollamento carcerario, che ha raggiunto ormai livelli “sudamericani” con numerose sentenze di condanna dell’Italia da parte della Corte di giustizia europea, ma anche quello “simbolico” di far respirare il rovente agone giudiziario introducendo quella serenità necessaria per por mano alle nuove sfide che la riforma della giustizia impone». E la prima tra le riforme necessarie, sempre secondo il magistrato milanese, sarebbe appunto il potenziamento delle pene alternative alla detenzione in cella, se necessario anche affidandosi a iniziative private in un’ottica di sussidiarietà: «Il carcere – scrive Brambilla – dovrebbe costituire l’“extrema ratio” dell’intervento punitivo. In tale logica, lo Stato, dopo (o con) una terapeutica amnistia, dovrebbe potenziare le misure alternative (affidamento in prova, affidamento terapeutico, le varie forme di detenzione domiciliare eccetera), rendendole visibili alla collettività come vere e proprie sanzioni tese al reinserimento più che come forme di assistenzialismo sociale, con una contestuale semplificazione delle stesse».

COSIMO FERRI E LE ALTERNATIVE AL CARCERE. «La pena detentiva sia riservata ai casi più gravi (delitti di allarme sociale) e quella pena deve essere certa ed effettiva», risponde nello stesso servizio di Tempi Cosimo Maria Ferri, sottosegretario alla Giustizia. Che spiega: «Per arrivare a questo risultato occorre sviluppare, oltre ad un massiccio sfoltimento delle fattispecie di rilievo penale, il ricorso ampio a pene pecuniarie per i reati di scarso allarme sociale». Ferri ricorda che proposte di legge in materia di pene alternative sono già all’esame del Parlamento e del governo e sostiene che è «necessario sviluppare anche lo strumento dell’espulsione», visto che «il problema del sovraffollamento è legato soprattutto all’alta percentuale di detenuti stranieri che non hanno risorse all’esterno e quindi non possono fruire di misure alternative».

NITTO PALMA E LUIGI MANCONI, PDL E PD. Si dicono favorevoli a provvedimenti di clemenza, sebbene con distinguo, tutte le voci interpellate da Tempi sulla proposta del giudice Brambilla. In particolare il presidente della commissione Giustizia del Senato, Nitto Palma (Pdl) crede che «l’amnistia sia un formidabile strumento di deflazione dei carichi giudiziari e solo in parte (e non so in che misura) può incidere sul sovraffollamento carcerario. Ma parlare di amnistia fuori da un sistema di interventi più ampio significa porre in essere un intervento non decisivo, che si presta a strumentalizzazioni politiche di chi paventa rischi per la sicurezza dei cittadini». E Luigi Manconi (Pd), membro a sua volta della commissione Giustizia di Palazzo Madama e da anni in prima linea per far tornare il sistema carcerario italiano alla legalità, concorda sul fatto che «carcere e giustizia vivono una condizione di eccezione» e dunque «richiedono provvedimenti di eccezione per ripristinare quella normalità che consenta poi di agire per risolvere il problema alla radice».