«Eliminare Gesù dai canti di Natale è un grave errore». Parola di musulmano
Non c’è spazio per Gesù tra le strofe dei canti di Natale. Pochi giorni fa alcune insegnanti della scuola primaria “San Giovanni Bosco” di Reggio Emilia hanno deciso di riscrivere alcune rime della versione italiana di Jingle Bells per la recita degli alunni. «Oggi è nato il buon Gesù» è diventato «oggi è festa ancor di più» e «aspettando quei doni che regala il buon Gesù» si è trasformato in «aspettano la pace e la chiedono di più».
La preside della scuola, Francesca Spadoni, ha difeso il corpo docente a spada tratta, definendo la scelta un «esercizio della libertà di insegnamento, diritto fondamentale riconosciuto dalla normativa scolastica italiana e principio cardine della scuola democratica». Parole che non sono passate inosservate e che hanno scatenato la polemica in consiglio comunale. Il capogruppo della Lega, Alessandro Rinaldi, ha parlato di «deriva inaccettabile», definendo la scelta «ideologica e profondamente diseducativa». Immediata la risposta del consigliere del Partito democratico Federico Macchi: «Nel testo proposto ai bambini colgo un meritorio invito a riflettere sui valori universali di convivenza, solidarietà e pace».
A far sentire la sua voce in questi giorni è stato anche Nadeem Chaudhry, mediatore culturale islamico di 33 anni, che in un’intervista al Resto del Carlino ha espresso tutta la sua amarezza per la scelta delle insegnanti del Don Bosco. Il giovane è nato in Pakistan, ma risiede da oltre vent’anni in Italia, ha vissuto prima in Liguria e oggi abita in in provincia di Reggio Emilia. Da qualche anno ha ottenuto anche la cittadinanza del nostro Paese. «La decisione è la prova che in Italia si sta deliberatamente tentando di eliminare i valori della nostra tradizione», ha spiegato a Tempi.

Ci spieghi meglio.
Per un straniero che arriva qui per la prima volta, conoscere il nostro patrimonio culturale è innanzitutto un’immensa opportunità. Se una certa componente politica pensa di appiattire le tradizioni del nostro Paese per non ledere la sensibilità di qualcuno, commette un grave errore. Negli ultimi anni, in nome della laicità, è in atto un vero e proprio accanimento ideologico contro la nostra cultura. Sembra che per favorire l’integrazione l’unica soluzione debba essere l’auto-eliminazione dell’Occidente.
A cosa può portare questo genere di scelte?
Negare la propria identità costituisce una sorta di “giustificazione” per gli stranieri, che così sono meno invogliati a integrarsi. L’effetto è controproducente, con il pericolo della chiusura in se stesse di intere comunità e di una “ghettizzazione” autoimposta. Si tratta di un danno non solo per i cittadini italiani, ma anche per chi viene privato della “spinta” a conoscere più a fondo la nostra società.
Lei per lavoro si trova spesso a rapportarsi con famiglie di studenti stranieri, in particolare provenienti da India e Pakistan. Quali sono le principali difficoltà che si trova ad affrontare?
L’integrazione è un processo lento e molto complesso. Di certo la priorità non sono i canti natalizi, quanto i contesti familiari profondamente diversi dai nostri, in cui spesso il ruolo dei genitori segue regole precise. Alle madri è completamente affidata l’educazione dei figli, mentre i padri sono quasi sempre assenti. Per comunicare con le famiglie la barriera linguistica costituisce un ostacolo difficilissimo da superare per gli insegnanti. Come si può spiegare la situazione scolastica di un alunno a genitori che non parlano una parola di italiano?
Cosa le ha permesso di sviluppare queste idee nel corso della sua carriera?
Gli incontri che ho fatto negli anni, in particolare il volontariato con la Comunità di Sant’Egidio, e lo studio della storia millenaria e dell’arte italiana. Poi è stato utilissimo tenere sempre gli occhi aperti nel mio lavoro, mantenendo uno spirito aperto di confronto con la storia e la tradizione della mia famiglia, che è il vero senso dell’integrazione. Pur rimanendo musulmano, ad esempio, mi rendo conto del legame profondissimo della storia della Chiesa con questo Paese, del suo impatto sul suo patrimonio culturale e sociale.
Cosa la porta a pensare che «gli istituti reggiani stiano divenendo un terreno di sperimentazione ideologica», come ha affermato al Resto del Carlino?
Poche settimane fa Marwa Mahmoud, assessore alle Politiche educative del comune di Reggio Emilia, ha sostenuto che fosse necessario «decolonizzare lo sguardo» e promuovere «una formazione continua per superare approcci coloniali verso gli studenti». Bisogna fare attenzione a generalizzare, le storia coloniale italiana è profondamente differente da quella di altri Paesi europei, come la Francia e l’Inghilterra. È una strumentalizzazione quanto meno pericolosa, il problema semmai è contrario. Dobbiamo combattere per superare le barriere linguistiche e culturali, così da ottenere una coscienza di valori comuni e condivisi. Bisogna però fare attenzione a che la cancel culture non ci privi sempre più delle tradizioni occidentali, altrimenti in futuro il confronto sarà sempre più povero e scarno di contenuti.
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