La preghiera del mattino di Lodovico Festa
Se il centrodestra si autoazzoppa
Sul Post si scrive: «I partiti della coalizione di governo hanno diffuso mercoledì sera una nota congiunta in cui annunciano i candidati presidenti per le elezioni regionali del 23 e 24 novembre: in Veneto sarà Alberto Stefani della Lega, in Campania sarà Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia e in Puglia ci sarà un candidato civico, Luigi Lobuono. Le dispute e i negoziati fra i partiti della coalizione avevano causato un certo ritardo nell’annuncio dei candidati, che il centrosinistra ha già annunciato da diverso tempo (nonostante alcune controversie anche in quel campo)».
Come si vede da certi pessimi risultati elettorali tipo la Toscana, il centrodestra si è preparato malamente per alcune elezioni regionali: dove c’erano presidenti uscenti di centrodestra come in Calabria e nelle Marche le cose sono andate bene, e così probabilmente andrà in Veneto. Ma nelle regioni dove governava il centrosinistra, le forze della maggioranza Meloni si sono spesso praticamente autoazzoppate proponendo i propri candidati solo all’ultimo momento. Una scelta suicida quando si tratta di competere con avversari radicati senza poter contare quasi mai su consiglieri regionali con un seguito popolare acquisito grazie all’impegno nell’opposizione.
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Sulla Nuova Bussola quotidiana Ruben Razzante scrive: «La Lega è attraversata da una crisi forse ancora più profonda, che mette in discussione l’intera architettura del partito e la sua capacità di essere ancora un attore centrale nello scacchiere politico nazionale. Il generale Roberto Vannacci, candidato leghista alle recenti elezioni regionali in Toscana, è finito sul banco degli imputati dopo la pesante sconfitta subita dal centrodestra. L’ala storica del partito, quella più vicina a Matteo Salvini ma anche ai governatori del Nord, lo accusa apertamente di aver provocato la disfatta con la sua linea estrema e divisiva, che ha finito per mobilitare l’elettorato avversario e disorientare quello moderato.
Vannacci, dal canto suo, non ha fatto nulla per spegnere le polemiche: in due interviste rilasciate rispettivamente a La Stampa e a Repubblica, ha preso le distanze in modo palese dalla dirigenza leghista, accusandola implicitamente di averlo usato come parafulmine senza dargli il vero sostegno necessario per vincere. Le sue parole hanno avuto l’effetto di una bomba, alimentando le voci di una possibile scissione o comunque di una frattura insanabile tra l’area più radicale del partito e quella più istituzionale.
In questo scenario già compromesso, si inserisce la manovra di Luca Zaia, governatore del Veneto e figura di riferimento della Lega nordista e autonomista. Zaia ha ottenuto il via libera per presentare alle prossime elezioni regionali delle liste con il suo nome e il suo simbolo a sostegno del candidato Stefani. Una mossa che ha l’evidente obiettivo di rafforzare la propria leadership interna e, allo stesso tempo, arginare la fuga di consensi verso Fratelli d’Italia, il vero beneficiario delle difficoltà leghiste. Con il suo marchio personale, Zaia punta a mobilitare l’elettorato veneto che si riconosce nella sua gestione amministrativa e nel suo stile pragmatico, sperando così di ridurre il gap ormai strutturale che separa la Lega dal partito di Giorgia Meloni».
Come spiega Razzante, parte delle difficoltà del centrodestra nasce dalla crisi di alcuni dei suoi partiti, innanzi tutto di una Lega che non sa bene come collegare le sue ragioni storiche (la spinta a un federalismo sempre più accentuato) con quelle nuove, cioè quelle di rappresentare un collettore di tutte le forze (comprese quelle di tradizione centralista sul piano nazionale) che si oppongono alla linea di Bruxelles. In tanti casi, poi, scegliendo candidati che rappresentano un passato estraneo non solo al progetto di radicamento autonomistico della Lega delle origini, ma anche alla nuova linea sovranista, e sono puri collettori di voti, peraltro generalmente poco efficaci.
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Su Affaritaliani Sara Barni scrive: «“Oggi siamo qui per presentare l’ingresso in Noi Moderati di un’amica carissima, Renata Polverini. E ribadiamo quanto sia importante la presenza nel centrodestra del centro, dei moderati, e in particolare del lavoro politico di Noi Moderati”. Così il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi in una conferenza stampa nella sede del partito. “Questa scelta è motivata dal fatto di rafforzare il centro del centrodestra”, ha spiegato in conferenza stampa Renata Polverini, che lascia Forza Italia per entrare in Noi Moderati. “Abbiamo la necessità di riportare al voto gli elettori”, ha affermato Lupi, e l’adesione di Renata è un “nuovo inizio insieme”, e “un ulteriore passaggio di rafforzamento del progetto” di “rafforzamento del centro del centrodestra”. Con Maurizio e Noi moderati condivido “idee politiche e valori”, ha tenuto a sottolineare l’ex segretaria dell’Ugl. “Questa scelta è motivata dal fatto di voler rafforzare il centro del centrodestra e voler mettere a disposizione il mio impegno sui temi del welfare e del lavoro, che hanno contraddistinto la mia attività politica”. “Il tasso di occupazione in crescita non è sufficiente, c’è un tema molto forte che riguarda l’abbassamento degli stipendi e la sicurezza nei luoghi di lavoro”. “Non me ne è stata data la possibilità di farlo in Forza Italia”, ha affermato Polverini. “Mi sono candidata alle Europee, ho raccolto voti senza avere contributi dal partito e oggi, a più di un anno dal voto, mi sono resa conto che tutta l’esperienza che ho messo a disposizione non viene raccolta”. “Quella di Renata non è una scelta facile, lei sta aderendo a un partito che è tutto ancora da dimostrare, malgrado stiamo facendo un grande lavoro”, ha commentato, dal canto suo, il coordinatore politico di Nm Saverio Romano. L’annuncio dell’ingresso di Polverini arriva a pochi giorni dal passaggio del “moderato” campano Pino Bicchielli in Fi».
Anche vicende minori come i traslochi di partito della Polverini ci parlano di un ceto politico del centrodestra non di rado un po’ separato dal popolo di centrodestra. La politica italiana per molti versi è condizionata da un passato sociologico e ideologico che non ha più riscontro nella realtà. Certamente non è facile riflettere su un nuovo sistema istituzionale che rappresenti veramente società e idee della nazione qual essa è oggi, e non trenta, quaranta, ottanta anni fa. Tutto ciò anche perché nella sinistra prevale il rifiuto a convergenze neocostituenti e una difesa ottusa dell’attuale sistema istituzionale che le consente rendite di posizione (peraltro sempre più mediocri). Ci sarebbe oggi particolare bisogno di un impegno delle persone (e delle forze) oneste intellettualmente, di qualsiasi orientamento politico esse siano, per avviare una discussione che apra nuove più solide vie alla politica italiana.
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Su Policy Maker Edoardo Lisi scrive: «La domanda è: Prandini ha tutte le carte in regola per diventare il candidato del centrodestra in Lombardia? È un profilo che unisce civismo e radicamento locale, caratteristiche che potrebbero permettergli di conquistare un elettorato più ampio rispetto a un candidato politico. È lombardo (nato a Leno, Brescia), ha guidato la Coldiretti a livello locale (Brescia), regionale (Lombardia) e nazionale. È stato confermato presidente nazionale nel 2023. Inoltre, ricopre ruoli in organizzazioni collegate (Fondazione Campagna Amica, Uecoop, Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura, eccetera). In altre parole, è un civico vicino alla politica – in particolare, è vicinissimo ai vertici di Fdi, primo fra tutti il ministro Francesco Lollobrigida, capodelegazione del partito della fiamma al governo – con credibilità economica e agricola, caratteristiche che possono dare un forte appeal soprattutto in una regione come la Lombardia, con forte vocazione produttiva».
Non so se l’indiscrezione di Lisi su Prandini sia fondata. Se lo è, mi convince la scelta della persona: Fratelli d’Italia farebbe una grande operazione politica di allargamento strutturale della sua base politica, e sceglierebbe un candidato che parla al cuore del popolo del centrodestra lombardo (cioè al “contado/campagna”), superando l’impressione che la scelta dei candidati sia solo una questione di controllo dei partiti sui poteri locali. E mi convince nel metodo: scegliere un candidato oggi significa preparare una squadra e un programma ragionevoli nei tempi necessari, che naturalmente punti sulla continuità con l’amministrazione saggia di Attilio Fontana ma anche su alcune efficaci innovazioni. Prepararsi in tempo è il modo anche per evitare quelle risse un po’ da pollaio che segnano talvolta la discussione tra i partiti di centrodestra quando sono costrette a scegliere nell’”ultimo miglio”. Se questo vale per una Regione dove già si amministra, vale dieci volte tanto per un Comune come Milano dove senza preparare candidato e programma per tempo si darà un vantaggio strategico a un centrosinistra pur in difficoltà.
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