Egitto, condanna a morte per 529 sostenitori di Morsi e dei Fratelli Musulmani

La pena capitale è stata comminata a 153 islamisti già arrestati e ad altri 376 ancora latitanti per l’uccisione di due poliziotti. Ora la parola passa al Gran Mufti, che potrà commutare la pena

«È uno scandalo senza precedenti: faccio l’avvocato da 25 anni e non ho mai visto un caso che si conclude in tre giorni, senza poter presentare testimoni». Così Gamal Abdul Hamid, tra gli avvocati della difesa, ha commentato la decisione della Corte d’assise di Minya, Egitto, di condannare a morte 529 sostenitori del presidente deposto Mohamed Morsi per l’uccisione di due poliziotti, l’appartenenza a un gruppo terrorista (i Fratelli Musulmani) e i disordini avvenuti lo scorso agosto.

PAROLA AL GRAN MUFTI. La pena capitale è stata comminata a 153 islamisti già arrestati e ad altri 376 ancora latitanti. Contro la sentenza gli accusati potranno fare appello, intanto la decisione è stata inviata al Gran Mufti d’Egitto, massima autorità musulmana del paese che ha il compito di ratificare le condanne a morte ma anche il potere di respingerle.

SCONTRI DI AGOSTO. I disordini a Minya, 25o km a sud del Cairo, sono scoppiati in seguito alla deposizione da parte dell’esercito del presidente dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi. Il 14 agosto le forze di sicurezza hanno disperso due accampamenti di protesta al Cairo, che chiedevano il ritorno di Morsi, uccidendo centinaia di persone.
In tutto il paese si è scatenata la rappresaglia dei Fratelli Musulmani, che a Minya, come in altre parti dell’Egitto, hanno anche attaccato e bruciato oltre 60 chiese e colpito le proprietà dei cristiani, accusati di spalleggiare le Forze armate.

«INVERNO ARABO». A causa delle pieghe che ha preso la rivolta contro Mubarak cominciata nel 2011, il patriarca copto-ortodosso Tawadros II ha definito così la “Primavera araba”: «Non è stata una primavera e nemmeno un autunno. È stata un inverno». In un’intervista trasmessa lo scorso 22 marzo da Al Watan, il patriarca ha accusato l’Occidente di aver fomentato le insurrezioni per disgregare i paesi arabi.
Infine, ha definito il generale Abdel Fatah Al Sisi come «l’eroe della Rivoluzione di giugno che ha salvato l’Egitto. La sua candidatura a presidente del paese è un’assunzione di responsabilità patriottica di prim’ordine».