Ecco cos’è davvero successo la notte in cui è stato ucciso l’ambasciatore Stevens in Libia

Il resoconto del Dipartimento di Stato americano racconta di un assalto in piena regola a Bengasi da parte di milizie armate. «Non c’era nessuna protesta anti-islam». Trovati i presunti responsabili.

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«Un attacco letale senza precedenti portato a termine da un grande numero di persone armate». Così è stato definito da un importante membro del Dipartimento di Stato americano l’attentato che l’11 settembre scorso a Bengasi ha causato la morte dell’ambasciatore Chris Stevens e di altri tre americani. «È molto, molto difficile trovare un precedente come questo nella recente storia diplomatica. Non c’era mai stato in Libia, né a Tripoli né a Bengasi, un attacco così».

VERSIONI CONTRASTANTI. Da principio, era stata diffusa la versione secondo cui l’attacco all’ambasciata americana di Bengasi, la roccaforte dei “ribelli” libici e la città da cui è partita la controffensiva a Muammar Gheddafi, era stato spontaneo in seguito alle proteste del mondo musulmano contro la pubblicazione del video “L’innocenza dei musulmani“. Ma secondo quanto riferito ieri da alti ufficiali alla AbcNews le cose stanno diversamente.

«NON C’ERA NESSUNA PROTESTA». Nel compound che ospitava l’ambasciatore ci sono quattro edifici: le caserme che ospitano le guardie locali, l’edificio centrale che contiene la residenza dell’ambasciatore Stevens e il Toc (Tactical Operations Center) che serve per la sicurezza e le comunicazioni. L’area, grande come un campo da football americano, è recintata da un muro alto tre metri con un ulteriore metro di filo spinato sopra di esso. Stevens era arrivato a Bengasi il 10 settembre con cinque guardie più le tre di ordinanza e altre due mandate da Tripoli. Secondo il Dipartimento di Stato non c’è stata nessuna protesta prima dell’attacco: «Non stava succedendo niente di strano». Alle 21.40 gli agenti sentono rumori, spari e un’esplosione all’interno del compound e vedono uomini armati entrare. L’ambasciatore con l’ufficiale americano Sean Smith e una guardia si mettono al sicuro nell’edificio principale in una stanza di sicurezza. Da lì, vedono gli uomini armati girare per l’edificio alla loro ricerca.

IL FUOCO E LA MORTE DI STEVENS. Non trovando nessuno, gli uomini armati danno fuoco all’intero edificio: il fumo nero e denso in poco tempo pervade tutto, anche la stanza dove si trovano Stevens e gli altri due. A questo punto, mentre un agente riesce ad uscire dall’edificio che va a fuoco, gli altri agenti, che si trovavano in un edificio differente da quello dove era rinchiuso Stevens, riescono a chiedere aiuto via radio. Un gruppo di sei agenti di sicurezza insieme a 16 membri della milizia libica locale, Brigata del 17 febbraio, soccorrono l’ambasciatore Stevens, probabilmente già morto per soffocamento, e di fianco a lui trovano Smith morto. Combattendo contro gli assalitori si fanno strada fino al “annex”, una struttura di sicurezza a pochi chilometri dal compound. Qui ingaggiano una battaglia nella quale muore Glen Doherty, agente di sicurezza americano colpito da una granata, prima dell’arrivo dei rinforzi statunitensi da Tripoli che riescono ad evacuare tutti all’aeroporto di Bengasi e poi a Tripoli su due aerei. Resta poco chiaro chi abbia portato Stevens all’ospedale che ha cercato di salvargli la vita.

TROVATI GLI ISLAMISTI DI ANSAR AL-SHARIA. Se le proteste spontanee per il film anti-islamico non c’entrano, il principale indiziato dell’assalto all’ambasciata resta la brigata irregolare islamista Ansar al-Sharia, cacciata qualche giorno dopo l’attentato dalla città di Bengasi dalla popolazione. L’esercito libico li ha stanati nella regione collinare Jebel Akhdar, ma come affermato dal comandante della task force del governo, «hanno 200 uomini e 17 veicoli armati. Sono troppo pericolosi per noi». Anche Gheddafi a suo tempo aveva tentato di debellare la brigata ma nonostante avesse un contingente di 30 mila soldati non era riuscito a sconfiggerli.

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