E se i famosi oligarchi facessero fare il lavoro sporco proprio a Grillo?

Chi pensa che a causa dei milioni di disoccupati si possa affermare oggi in Europa una qualche forma di “fascismo sociale” è un inguaribile ottimista

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Coblenza, foto ricordo: Geert Wilders, Frauke Petry, Harald Wilimsky, Marine Le Pen e Matteo Salvini. «Per me l’esempio più tipico dei populismi europei è quello tedesco del ’33. Dopo Hindenburg, la crisi del ’30, la Germania è in frantumi, cerca di rialzarsi, cerca la sua identità, cerca un leader, qualcuno che gli ridia la sua identità e c’è un ragazzetto di nome Adolf Hitler che dice “io posso, io posso”. E tutta la Germania vota Hitler. Hitler non rubò il potere, fu votato dal suo popolo, e poi distrusse il suo popolo. Questo è il pericolo». Così papa Francesco. Quasi in contemporanea.

Fascismo e nazismo non si sono affermati però solo in virtù delle aberranti ideologie identitarie, ma soprattutto per uno “scambio”, disperato, hobbessiano, fra sicurezza sociale (piena occupazione, tutela della proprietà privata e della sicurezza personale) e libertà (che consentiva ai “rossi” di minacciare gli sfracelli bolscevichi). Piaccia o no, questo trade-off produsse, prima della Seconda Guerra mondiale, l’affermazione di una sorta di “Stato sociale”: politiche sostanzialmente keynesiane, tanto in Italia che in Germania, fecero uscire i due paesi dal baratro in cui li aveva precipitati l’«inutile strage», riducendo la disoccupazione, istituendo o rafforzando la previdenza sociale e il collocamento, spesso attraverso investimenti pubblici lungimiranti – certo, al prezzo della libertà e di ben altro.

Ma chi pensa che a causa dei milioni di disoccupati e di poveri creati dalla crisi e dall’austerità si possa affermare oggi in Europa una qualche forma di “fascismo sociale” è un inguaribile ottimista. Nessuna retroscenica oligarchia finanziaria-militare in grado di delimitare il perimetro in cui si esercitano i riti della democrazia consentirà a qualsivoglia movimento populistico uscito vincente dalle urne di ripristinare una qualche forma di capitalismo societario. E nessuno dei soprascritti untorelli sarà quello che spianterà Milano. Neanche le due “regine nere”.

Può essere semmai vero che un establishment cinico, attendendosi la malaparata dei partiti tradizionali, investa nella vittoria di un leader populista “a perdere”, a cui affidare l’ultimazione del lavoro sporco (eliminare la sanità pubblica, licenziamenti di massa) che altri premier usa e getta (Monti, Renzi) hanno lasciato incompiuto. Grillo potrebbe rivelarsi questo tipo di agent provocateur. Non sta forse esaltando gli uomini forti al comando in questi giorni? E se il gioco non riuscisse, un mite premier convenzionale potrebbe dirci: vedete?, vi amputo una gamba, ma se arriva Grillo ve ne taglierà due. Quindi astenersi perditempo, borghesi inquieti e golpisti amatoriali.

Foto Ansa

 

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