E Rousseau disse: Draghi sì. L’imbarazzo di Grillo genera mostri

Il caso imbarazzante di un paese in emergenza appeso alle beghe e ai problemi di immagine della casta grillina. Rassegna stampa per non dimenticare

Beppe Grillo

«Imbarazzante». Alla fine il voto dei grillini iscritti alla piattaforma Rousseau approva l’ingresso del M5s nella maggioranza che sosterrà il governo di Mario Draghi, e oggi i giornali – c’è da scommetterci – saranno pieni di complimenti per «la trasformazione da movimento anti-sistema a forza di governo» (così Sabino Cassese si è portato avanti ieri sul Corriere della Sera). Ciò non toglie che la tragicommedia consumatasi negli ultimi giorni dentro il non-partito di Beppe Grillo resta «imbarazzante» in ogni suo aspetto.

In effetti non ci sono parole migliori di quella usata dalla fronda anti-Draghi del M5s per descrivere la situazione, a cominciare dal video con cui martedì il comico fondatore provava a convincere, balbettando, la sua creatura ad appoggiare il governo nascente. O almeno a rimandare – come poi è avvenuto – il fatidico voto della base grillina sulla piattaforma Rousseau, voto che lì per lì, con ogni probabilità, si sarebbe risolto in un secco vaffa all’ex presidente della Bce. (Un pre-vaffa in effetti c’era già stato, sebbene soltanto via Zoom).

Nemmeno l’incommentabile tweet escogitato dall’Elevato per ingannare l’insulsa “attesa di Rousseau” da lui stesso inutilmente creata è servito a levargli di dosso l’imbarazzo di cui si è ricoperto.

Vale la pena perciò di fissare questi momenti, a futura memoria.

IL VIDEO

«Imbarazzante», dicevamo, il video pubblicato da Grillo dopo il colloquio con Draghi. Grillo – così Emilio Pucci per il Messaggero mercoledì – non doveva neanche esserci alle consultazioni, «poi la svolta quando i vertici gli hanno fatto sapere che una gran parte del Movimento voleva l’astensione e che lo stesso Casaleggio stava appoggiando la richiesta di Di Battista. Il fondatore M5s sarebbe andato su tutte le furie».

Di qui la trovata del ministero della Transizione ecologico-sostenibile che secondo Grillo «filtrerà tutti gli investimenti futuri di questo paese», praticamente un mostro che in mani pentastellate diventerebbe facilmente un ministero del no tutto, un incubo che può esistere solo nel mondo delle assurdità in cui Mario Draghi non è «il banchiere di Dio» bensì «un grillino». E dove «noi non abbiam bisogno di frigoriferi, caldaie e automobili. Abbiamo bisogno di tepore, abbiamo bisogno di freddo, di caldo, di mobilità, non di automobili». Insomma, se non lo avete fatto, dovete guardarlo tutto quel video, per capire che cos’è l’imbarazzo.

IL POST

«Imbarazzante» il post offerto il giorno dopo dallo stesso Grillo ai seguaci del suo blog per provare a convincerli che davvero il ministero della Transizione ecologica è la cosa più importante del mondo: «Non lo dico io. Ce lo gridano la natura, l’economia, la società. E anche Papa Francesco». Manca solo “ce lo chiede l’Europa”.

I SOLITI SOSPETTI

«Imbarazzanti» i sospetti inconfessabili e le coltellate alle spalle che sono volati nel M5s in attesa che parlasse l’oracolo Rousseau. Ancora Emilio Pucci per il Messaggero:

«I più malevoli nel Movimento 5 stelle dicono che Grillo ha un problema personale con la giustizia, che abbia fatto una giravolta per interessi personali. “Altrimenti – rileva un big contrario all’ingresso M5s nel governo – non si spiega perché voglia Draghi senza se e senza ma”».

LA FARSA DELLA PIATTAFORMA

«Imbarazzante» che un paese immerso in una emergenza tale da escludere persino l’ipotesi di ricorrere all’esercizio democratico del voto nell’urna (ironia), debba restare per giorni appeso al capriccio di un voto online. Annalisa Cuzzocrea per Repubblica, 11 febbraio:

«Il Movimento è costretto – per statuto, per le regole interne, la natura incompiuta – a ripassare dalla piattaforma. Lasciando ancora una volta il paese appeso alle decisioni di attivisti che quando devono scegliere chi sentir parlare agli Stati generali votano in massa Di Battista e la iena Dino Giarrusso, legati alle origini barricadere e complottiste molto più di quanto non sia la vera base del Movimento. […]

La piattaforma Rousseau era nata, alla morte di Gianroberto Casaleggio, per essere il cuore pulsante del Movimento. Un luogo di incontro, di discussione, di scambio, e solo successivamente di decisione politica. Non è mai stata nulla di tutto questo perché la politica non si fa online. Semplicemente non si può, non si riesce, tanto meno aveva senso l’idea di portavoce teleguidati da casa come in un videogioco. Così, è diventata – quasi di colpo – la Second life dei 5 Stelle. Un mondo virtuale in disuso, un pezzo di archeologia da cui però non riescono a liberarsi perché è il loro tratto distintivo. Quello che consente di dire: “Non siamo come gli altri partiti”, supposto abbia ancora senso farlo».

«UN MODELLO CHE FUNZIONA»

«Imbarazzante» che ancora ieri Casaleggio abbia trovato il coraggio di dichiarare all’Ansa che Rousseau è un «nuovo modello di partecipazione, un passo avanti importante verso un concetto di cittadinanza digitale che si sta sempre più affermando con grande interesse anche dall’estero per capire come questo modello sta funzionando».

Massimiliano Panarari, la Stampa, sempre ieri:

«Per l’ennesima volta, questo paese si ritrova appeso alla sentenza dei militanti del M5s. Un’entità metafisica e un feticcio (al pari della fantasmatica visione grillina della democrazia diretta) di cui è impossibile conoscere consistenza numerica e reale rappresentatività […]. A dispetto delle sbandierate virtù della partecipazione, il cervellone informatico della Casaleggio Associati è un sistema rigorosamente chiuso, con un software proprietario segretissimo, e che viene hackerato con una certa frequenza, in barba alle rassicurazioni sulla custodia della privacy e dei dati personali degli utenti-votanti (il cui vero autentico risulta più misterioso dell’identità dei costruttori di Stonehenge). Così, “grazie” a loro, di nuovo, il paese è “tra color che son sospesi” sul baratro di una crisi di sistema».

SI VOTA, NON SI VOTA, SI VOTA FORSE

«Imbarazzante» la sequela di ordini, contrordini e contro-contrordini sulla votazione online. Così ne ha sintetizzato i motivi Tommaso Ciriaco per Repubblica:

«[Grillo] sospende la votazione online in attesa che Draghi batta un colpo. Non è una scelta avventata, ma studiata. Serve a evitare un salto nel buio sulla piattaforma grillina, visto che gli umori degli utenti non sembrano escludere un clamoroso no. Ma è utile anche ad alzare il prezzo del sostegno all’esecutivo. Ed è proprio questa pretesa, raccontano fonti grilline, a far incastrare per un po’ la trattativa.

Draghi, riferiscono, non prende per nulla bene quel rinvio. Non ne comprende le ragioni. Fa presente di non essere disposto ad accettare un passaggio parlamentare senza prima un sì o un no chiaro da parte del Movimento. Se voto su Rousseau deve essere, che avvenga prima del suo discorso programmatico alle Camere, prima del giuramento dei ministri. L’alternativa è quella di farsi da parte, senza neanche far partire il treno del nuovo esecutivo.

Non c’è poi da stupirsi, viste le mosse del presidente del Consiglio incaricato nelle ultime quarantott’ore. Ai cinquestelle, ad esempio, non concede neanche la dichiarazione pubblica attesa sul ministero della Transizione ecologica. Il massimo che sente di poter fare è comunicare i suoi progetti agli ambientalisti [del Wwf] ricevuti nel pomeriggio alle consultazioni, lasciando che siano loro a farsi ambasciatori del messaggio con i media e, di conseguenza, con la galassia 5s».

IL QUESITO RETORICO

«Imbarazzante» lo stesso quesito posto ai girillini su Rousseau:

«Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?».

Con Casaleggio che precisa: «Il quesito lo ha scelto Crimi». E le proteste che ovviamente si sprecano.

Emanuele Buzzi, Corriere della Sera:

«Dopo una lunga consultazione, viene eliminata dalle risposte la possibilità di astenersi: una mossa per polarizzare il voto ed evitare che gli indecisi possano “gonfiare” il fronte ribelle. Ma 13 parlamentari del Movimento sottoscrivono una nota in cui sostengono che il quesito su cui votare “è stato formulato in maniera suggestiva e manipolatoria”».

Matteo Pucciarelli, Repubblica:

«Nel quesito di Rousseau, infine, non c’è l’opzione “astensione”. La proposta mediana l’avevano Alessandro Di Battista e Barbara Lezzi, che pure si sono sempre dichiarati contrari all’appoggio a Draghi; ma poteva essere un modo per stemperare posizioni che appaiono inconciliabili. Niente da fare quindi, o sì o no. “Avanti tutta. Sempre per finta, naturalmente…”, ironizza Lezzi».

Titolo di apertura del Fatto quotidiano di ieri:

“Il vero quesito: Ma un ministero vale il sì all’ammucchiata?”.

IL MINISTERO MASCHERATO

Ecco, il ministero. «Imbarazzante» anche credere o fingere di credere alla favola di Draghi che, ormai «grillino» e non più «banchiere di Dio», affida la “Transizione ecologica” a qualche profeta della decrescita felice ostile al frigorifero e amante del tepore.

Luca De Carolis, il Fatto quotidiano, 11 febbraio:

«L’ex Bce ha capito le esigenze del M5s lacerato, bisognoso di un trofeo per recuperare almeno un po’ di contrari».

Wanda Marra, ancora il Fatto:

«Dunque, il superministero dovrebbe tenere insieme le deleghe di Sviluppo economico (senza la Comunicazione), Infrastrutture e Ambiente. Ma a chi andrà non è dato sapere, anche se si parla di un super tecnico».

Francesco Verderami sul Corriere della Sera di ieri:

«Quale sarà la sua struttura non si sa, quali deleghe gli verranno assegnate nemmeno, che possa gestire la parte più cospicua del Recovery fund è escluso».

Stefano Bartezzaghi per Repubblica:

«Che parola è “transizione”? Era nel titolo di una gloriosa rivista di teoria politica del gruppo del Manifesto. Ma poi è anche nella formula rituale della “fase di transizione”, che svolge per la fisica politica dinamica il ruolo che nella fisica politica statica è della “pausa di riflessione”: cioè, sostanzialmente, il ruolo di una casella che da vuota ha funzione di mito, o di fantasma. E chissà l’archivio Altan, sulla transizione, quante vignette!

Poi però si superano le impressioni superficiali, si lavora nel profondo, si anagramma e ci si accorge che le lettere di “transizione ecologica” sono le stesse di “sognatori eccezionali “. Come opporsi, allora? Andrà tutto bene».

LA TRANSIZIONE FRANCESE

«Imbarazzanti» pure gli autorevoli esempi menzionati da Grillo a sostegno dell’importanza della poltrona ambientalista. «Nel suo blog, Grillo cita innanzitutto la Francia», ricordava ieri il Fatto. Qui «il ministero dell’Ecologia è diventato il ministero della Transizione ecologica e sostenibile nel maggio del 2017 con il primo governo di Emmanuel Macron», spiegava Luana De Micco nell’articolo, ma bastava la titolazione per capire tutto:

«Transizione verde? Con Macron il flop del ministero unico. Oltralpe le lobby lo hanno boicottato. Un ministro è caduto sul nucleare, l’altro ha prodotto una sola legge».

(Senza dimenticare che la presenza di un ministero ambientalista dal titolo grillesco non ha impedito alla Francia di subire recentemente una «storica» condanna per violazione dell’accordo di Parigi).

IL COLPO DI MANO

«Imbarazzante» l’ansia della “casta” M5s, prontissima a calpestare la mitica democrazia diretta pur di restare al potere. Scriveva già l’altroieri il Fatto:

«Sullo sfondo, l’incubo scissione: anche dei sostenitori del sì. “Lunedì alla Camera hanno riunito i capi commissione, e hanno detto che in caso di vittoria sul No su Rousseau avrebbero comunque votato la fiducia”».

Confermava la sempre più grillina La7: «Se gli iscritti dovessero dire no, i parlamentari potrebbero decidere diversamente».

ONESTÀ E TRASPARENZA

«Imbarazzante» perfino il motivo per cui tutto ciò è imbarazzante. Il vuoto di idee ricoperto di trasparenza e onestà: era destino che finisse così, come abbiamo scritto mille volte. Con Beppe Grillo e Di Maio e Crimi nell'”ammucchiata” con gli odiatissimi Berlusconi e Renzi, ma non senza prima aver negoziato disperatamente per un Conte ter con Tabacci e Mastella. A Di Battista e ai ribelli, almeno, il premio della coerenza per essere rimasti attaccati all’ottusa pretesa di fare politica con l’antipolitica.

Marco Imarisio, Corriere della Sera, 11 febbraio:

«”Una formica non deve sapere come funziona il formicaio, altrimenti tutte le formiche ambirebbero a ricoprire i ruoli migliori e meno faticosi, creando un problema di coordinamento”. Questo passaggio di Tu sei rete, il libro di Davide Casaleggio che è una summa del pensiero paterno, rappresenta anche l’ambiguità concettuale di una struttura che viene presentata come simbolo di democrazia diretta ma in realtà ha funzione di reclutamento, profilazione dei dati, raccolta di fondi. E non di vera e propria partecipazione. Perché a decidere infine sarà solo il Capo, al quale infatti è affidata la possibilità di capovolgere gli esiti sgraditi delle votazioni, oppure di indirizzarle scrivendo i quesiti in un certo modo».

Alessandro Trocino intervista Roberta Lombardi, ancora Corriere della Sera:

«Resta l’ostilità di molti a Draghi.

“Ogni opinione nel Movimento è legittima e benvenuta, ci mancherebbe che fossimo al pensiero unico”.

Beh, ci sono state decine di espulsioni in passato.

“Non mi pare avessero pensieri originali. Non rimpiangiamo nessuno, non abbiamo perso fior di ideologi”».

Infine Massimo Franco, sempre sul Corriere di ieri:

«Quanto alla piattaforma Rousseau, pensare che la democrazia si affidi a un voto elettronico gestito da una società privata, al quale partecipa lo 0,1 per cento degli elettori grillini, sa di rituale irresponsabile. È probabile che domani Draghi sciolga la riserva e formi il suo governo: in piena autonomia».

Tempi lo ha già scritto con qualche cautela ma senza dubbi: meglio Draghi degli sciagurati giallorossi. E certo che prima o poi bisognerà pur tornare a votare per togliere finalmente all’Italia questo enorme, inutile, anzi dannoso imbarazzo.

Foto Ansa