È morto Harry Wu, il Solzenicyn cinese

Aveva 79 anni, di cui 19 passati in un terribile laogai, “campo di rieducazione attraverso il lavoro”. Dopo l’esilio negli Stati Uniti, trascorse la vita a denunciare il regime comunista

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Ieri mattina è morto Harry Wu. Il grande dissidente cinese aveva 79 anni e si trovava in vacanza in Honduras. L’uomo che ha trascorso 19 anni nei laogai (oggi ancora aperti), i lager comunisti cinesi, e che ha fatto conoscere la loro esistenza al mondo, così come Aleksandr Solzenicyn ha fatto conoscere i gulag, «è stato un vero eroe e il suo lavoro continuerà».
Così lo ha ricordato Ann Noonan, amministratore della Laogai Human Rights Organisation, associazione che collaborava con quella fondata da Wu una volta scappato negli Stati Uniti, Laogai Research Foundation.

I LAOGAI. Harry Wu è nato in una famiglia agiata di Shanghai nel 1937. Quando si è trasferito a Pechino per studiare geologia all’università, Mao Zedong aveva già in mano la Cina da diversi anni e per tenere nascosta la sua origine borghese, Wu si tenne alla larga dalle riunioni di formazione politica. Quando il Grande timoniere invitò i cinesi a formulare liberamente delle critiche al regime, da studente Wu si espose. Due anni dopo, quelle critiche gli costarono la condanna (foto in basso) a un “campo di rieducazione attraverso il lavoro”.

«TRASFORMATO IN UNA BESTIA». Il dissidente ha raccontato quell’orribile esperienza, durante la quale è scampato tre volte alla morte, in diversi libri: Controrivoluzionario e Laogai. I gulag di Mao Zedong i più famosi. A Tempi ha raccontato quell’esperienza nel 2008, confessando: «Ho passato i primi tre anni a piangere, mentre le guardie mi umiliavano e i compagni mi derubavano. Poi ho cominciato a rubare anch’io, a pensare soltanto a sopravvivere. Sono sopravvissuto perché mi sono trasformato in una bestia».

harry-wu-laogai-solzenicyn-cinese-tempi-copertina-2008I MISERABILI. Terribili durante la detenzione erano le “sessioni di lotta”: quando un prigioniero veniva accusato di una mancanza, spesso in forza di una spiata di un compagno di pena, gli altri sventurati partecipavano con entusiasmo alla sua umiliazione e al suo pestaggio per acquistare meriti agli occhi dei carcerieri. Allo stesso Wu un detenuto ha spezzato un braccio con un colpo di badile quando viene è stato a una seduta di punizione per aver tenuto nascosta per anni una copia de I miserabili.

IL RITORNO IN CINA. Liberato nel 1979, dopo la fine del maoismo, si è trasferito negli Stati Uniti nel 1985. Invece di condurre un’esistenza tranquilla e lontana dagli orrori del regime, ha deciso di denunciare al mondo la verità. Anche per questo, è tornato segretamente in Cina nel 1991 per filmare i laogai e raccogliere informazioni, denunciando poi tutto al Congresso americano. Il secondo ritorno in patria, nel 1995, lo portò all’arresto e alla condanna a 15 anni di carcere per spionaggio. In quell’occasione lo salvò il passaporto americano e dopo 66 giorni poté fare ritorno a Washington.

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«XI, IL NUOVO IMPERATORE». Nel 2012, in un’intervista rilasciata a tempi.it, alla vigilia della nomina di Xi Jinping a presidente della Cina e segretario del partito comunista, aveva già letto con incredibile lucidità quello che poi sarebbe successo e che oggi tutti vedono. Se nel 2012 i giornali parlavano delle grandi riforme che Xi avrebbe potuto attuare, oggi è sotto gli occhi di tutti l’accentramento del potere e un recupero dell’ideologia maoista per il consolidamento del partito. Diceva Wu: «Il prossimo leader Xi Jinping è solo il nuovo imperatore del paese. Non mi aspetto nessun cambiamento, perché il cambiamento può solo essere forzato dal clima del paese e non dal leader. Il suo principale problema sarà la stabilità del regime, che è l’unica cosa di cui gli importi davvero».

LA PREVISIONE. Sul futuro della Cina invece azzardava: «I comunisti cinesi non sono più proletari, la corruzione è alle stelle a riprova che non c’è trasparenza in questo paese, guidato da tanti padrini. Ma credi che un padrino possa guidare questo paese per sempre? Sicuramente no, ecco perché nei prossimi anni vedremo una grande crisi».

Foto Ansa

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