Dpcm e inchieste giudiziarie per finire di sottomettere il Nord

Una volta si diceva che a Roma si fanno le leggi, a Milano il pane. Adesso Milano deve baciare la pantofola alla procura se vuol panificare. Mentre Roma continua a fare le leggi

Logo della Regione Lombardia sul vetro di un palazzo

Cronache di mezzo lockdown / 18

Quanto è bello stare sotto i dipiciemme senza fiatare. Mussolinianamente combattere il virus e obbedire senza discutere anche le lezioni di spiritualità, le raccomandazioni a frequentare i centri commerciali ma non le Messe di Natale. «Niente polemiche pretestuose», come dicono i gesuiti. “Elogio della sottomissione” ha scritto il fondatore del Foglio. Un po’ come stare in una moschea immensa grande come il Belpaese: stesi in silenziosa adorazione. Muti e pedalare.

Vorrei tranquillizzare Giuliano (Ferrara): i suoi vecchi amici non si sottomettono. E, anzi, pur da cittadini leali con chi ci governa e obbedienti alle leggi, contestano la gestione dell’emergenza. Contestiamo che tutto cominci e finisca a Roma caput mundi. E soprattutto contestiamo che Regioni e opposizione non siano state ascoltate. Su tutte, la Lombardia. Che oltre a essere stata la più colpita dal virus, per sovrappiù è stata anche la Regione più azzannata dal solito circuito mediatico-giudiziario.

Siamo ben consapevoli della debolezza politica del sistema lombardo. Una volta si diceva che a Roma si fanno le leggi, a Milano il pane. Adesso Milano deve baciare la pantofola alla procura se vuol panificare. Mentre Roma continua a fare le leggi. A decretare. E a rappresentare leggi e decreti attraverso le magistrature. Le quali, in questo esercizio di rappresentazione, hanno il grave compito di tenere alla catena assistenziale il Sud, al guinzaglio coloniale il Nord. Dove da un trentennio è in voga lo sport dell’esclusione per via giudiziaria di chiunque metta politicamente in discussione – anche solo sfiorandola – l’egemonia del sistema nazionale incentrato sugli assetti istituzionali, giuridici ed economici della capitale.

“Mafia capitale”? Appunto. Che poi non era neanche mafia. O perlomeno non era la “mafia” delineata dal procuratore Pignatone. Il cui nome, dopo la sentenza di primo grado, rimbalzò come eco fino alla luna. Carminati e Buzzi come Cosa Nostra? In realtà si trattava della Roma di sempre. Corrotta e associata a delinquere con il potere capitale. Ma insomma dava lavoro a migliaia di ex detenuti e poveracci.

Adesso Virginia Raggi che è molto personalmente pulitina (non essendosi sporcata con nulla, avendo fatto nulla) si ricandida all’insegna di un libro dei sogni. Ma certo, l’Europa non vede l’ora di assegnare a lei un terzo del famoso Recovery Fund. Giacché il grande genio della politica romana la fa breve e la fa semplice (fonte Il Sole 24 ore, citato in Consiglio comunale di Milano dall’esponente Pd Carmine Pacente): ci accontentiamo di 25 miliardi. Mica male. Milano ha chiuso il suo bilancio di quest’anno con più di 700 milioni di perdite per pandemia. Il governo romano gliene ha restituiti poco più di 300 (dopo tutte le tasse record che Milano-Lombardia stende giù a Roma). E adesso la sola città metropolitana di Roma vuole papparsi 25 su 75 miliardi di Recovery europeo? No, non funziona così.

Ma per tornare e concludere il romanzo che rese famoso Pignatone e diede un anno di articoli ai giustizialisti de noantri: come è stato dimostrato prima in appello, poi definitivamente in Cassazione e in seguito anche nella testimonianza diretta di uno degli imputati, il Salvatore Buzzi (“a me fascista che sono sempre stato comunista?”, testimonianza tenuta un po’ sotto traccia dalla stampa nazionale perché chiama in causa i finanziamenti stabili dati dagli ex presunti “mafiosi capitali” alla sinistra come istituzioni e alla sinistra come uomini), il romanzo criminale era proprio solo un romanzo.

Ma intanto Giuseppe Pignatone era andato in pensione d’oro da capo procuratore della magistratura sindacalizzata di sinistra. Non solo. Godeva di una collaborazione a Repubblica e gode di una poltrona giudiziaria apicale nello Stato vaticano. Roma, la sua procura, l’avvicendamento al suo vertice, il dopo Pignatone insomma: è anche la sorgente di tutti i guai del fu più potente dei magistrati sindacalizzati e politici romani: Luca Palamara, ex capo Anm e di corrente, ex consigliere di Csm, recentemente cacciato dalla magistratura con troppa solerte fretta.

Lui, magistrato Palamara, che nella sua lunga militanza tra i poteri al cuore dello Stato non aveva però capito l’antifona che era libero di occupare con i suoi protetti tutte le poltrone delle sedi giudiziarie che voleva. Come in effetti la catena palamariana del potere ha occupato in un decennio di attività dietro le quinte e menando al proprio amo un servizievole Quarto Potere da due palle un soldo. Ma non doveva, il Palamara, neanche per sogno accarezzare l’idea e sfiorare neanche lontanamente la mira di tramare per la successione ai vertici della procura di Roma. Che non è mai stata, come dicevano gli ingenui, il puro e semplice “porto delle nebbie”. Ma è stata ed è uno dei garanti dello Stato profondo e dei segreti di Pulcinella.

Ma insomma, il sistema romano è sempre stato anche profondamente inclusivo. A patto che non ti metti di traverso o lo reputi contendibile salpando da un porto straniero. Vi immaginate Zingaretti elemosinare presso la procura capitolina come è costretto a fare Fontana, chiedendo perdono, siamo stati lenti con i vaccini perché i tecnici sono terrorizzati? Diciamola testualmente con la lettera pubblicata dal Corriere della Sera, che è forse l’organo più preciso e prezioso della procura di Milano.

«I timori indotti nei funzionari regionali dalle inchieste della Procura di Milano stanno paralizzando la centrale acquisti della mia Regione Lombardia, scrive (tramite il proprio staff legale) il presidente Attilio Fontana ai quattro pm che in estate lo hanno indagato, per l’ipotesi di frode in pubbliche forniture, a valle dell’affidamento senza gara di una fornitura (poi tramutata in donazione) di camici dalla società regionale Aria spa al cognato. Al punto che questi funzionari vorrebbero una sorta di preventivo via libera dei pm per non ostacolarmi nell’acquisto a trattativa privata».

E adesso torniamo a Roma. Stessa cornice di pandemia, stessa esigenza di munirsi di dispositivi anti Covid. Ebbene, provate a immaginare cosa leggeremmo sui giornali se a Milano succedesse quello che è successo a Roma. Riferiscono gli atti di un’inchiesta della procura capitolina citati dal Sole 24 ore, edizione 5 dicembre, che Andrea Vincenzo Tommasi, ai vertici di Sunsky srl, società milanese di consulenza commerciale, autonomamente «a seguito dell’emergenza Covid avrebbe deciso di sfruttare le sue relazioni in Cina, per mettere in contatto la presidenza del Consiglio con produttori di mascherine».

E va bene. L’affare va in porto e il nostro Tommasi incrementa il proprio fatturato di 1,8 milioni di euro. Il problema non è che Tommasi abbia «speso illecitamente» ai cinesi il nome del commissario Domenico Arcuri (che dice di non saperne niente). Il problema sono i 12 milioni di euro di «provvigioni sospette» alla società Microproducts it srl (72 mila euro di ricavi nel 2019), di cui uno degli amministratori è l’ex responsabile di Rai International Mario Benotti (ex membro di segreteria dell’ex Pd Sandro Gozi).

Riassumo: 800 milioni di mascherine, 72 milioni di affare, 12 milioni di provvigioni “sospette”. Se ci fosse stato di mezzo Attilio Fontana quante letterine avrebbe dovuto inviare alla procura della Repubblica?

Una volta, in una indimenticabile intervista che ci concesse, il mitico Ettore Bernabei (andate sulla Treccani e chiedete chi è Bernabei) non si dimenticò di richiamare l’urgenza della riforma della giustizia. Lui che c’era nel ’46, già ai vertici della Dc, ci aveva spiegato che l’assetto costituzionale della giustizia italiana fu il frutto di un compromesso tra democristiani e comunisti: la vollero autonoma e indipendente in modo che fosse arbitra tra i due grandi partiti popolari e gli uni non tentassero di eliminare gli altri attraverso una giustizia di parte o comunque addomesticata dalla politica.

Le cose andarono in realtà come andarono. Nel primo ventennio di arbitraggio la giustizia pendette verso la Dc, essendo politicamente egemonico il partito cattolico. Il ventennio successivo pendette a sinistra, essendo dopo il ’68 egemonico il Partito comunista. Fino a giungere al paradosso dei paradossi: col crollo del partito comunista in Urss, in Italia si sarebbe dovuto attendere il crollo del Pci. E invece, grazie al fatto che l’arbitro giustizia era dominato dalla “magistratura democratica” (non dimenticate l’ammissione di Palamara: «Da trent’anni la Procura di Milano spetta a Md»), i ladri furono scoperti solo nella Dc di Andreotti e nel Psi di Craxi. Quindi cancellati Dc e Psi. Salvato il Pci che nel frattempo cambiò nome.

Ultimamente solo l’anticomunista Lombardia resiste. Nonostante abbiano tagliato la testa alla politica e al movimento cattolico popolare rappresentato da Formigoni. Adesso pensano di sfruttare il Covid per dare la spallata definitiva e prendersi finalmente il cuore economico industriale del sistema Italia? Ci stanno provando. L’operazione è iniziata a marzo e probabilmente la lettera di Fontana alla procura dice che col nuovo anno lanceranno l’assalto.

Governo e procura. E allora “sottomissione”? Un cazzo. Qualcosa mi dice che dopo averci presi tutti, uno per uno, saranno i nostri amici e i nostri figli, e infine la verità, ad andare a prendere coloro che credono ancora di poter sottomettere la libertà degli uomini liberi.

Foto Ansa