Dopo lo scivolone di Chiomonte, i No Tav rispolverano i cortei a prova di bambino

Gli scontri della scorsa settimana hanno danneggiato pesantemente la già compromessa immagine dei No Tav. Che ora giocano la carta della manifestazione pacifica. Basterà a convincere l’opinione pubblica?

L’assalto al cantiere di Chiomonte è stato sicuramente, al di là dei dribbling dialettici degli amministratori e i silenzi dorotei dei leader del movimento, un duro colpo – e forse qualcosa di più – per l’immagine dei No Tav. I distinguo sono stati flebili e – se non all’interno della base e al protetto dei profili personali nei social network – non si sono registrare dissociazioni. Domani, quindi, la manifestazione, che andrà da Giaglione al cantieri in val Clarea, ha lo scopo di proporre alla Valle (ma ancor più ai media) l’unità e la non-violenza di un movimento, in realtà sempre più difficile da preservare dalla contaminazione di linguaggi e pratiche violente (le parole sono pietre e le pietre volano davvero, non solo a parole).

La parola d’ordine è chiara: (di)mostrarsi non violenti. C’è da scommetterci: si rivedranno gli amministratori, le famiglie con i passeggini ed i bimbi in corteo. “L’obiettivo – dichiara Alberto Perino, uno dei più telegenici dei leader della protesta antitreno – è far vedere a tutti cosa stanno combinando in Clarea. Il tutto in modo pacifico e tranquillo proprio come il 30 luglio dello scorso anno, quando verso i poliziotti non volò nemmeno un insulto”. Serve un’iniezione di consenso. Cacciar via dai mezzi d’informazione e dalla memoria collettiva l’assalto militare al cantiere, perpetrato da autonomi e militanti dei Centri Sociali torinesi acquartierati al camping No Tav. Campeggio che, nelle intenzioni, dovrebbe durare fino a settembre. “Vogliamo tenere sotto pressione l’apparato – spiega Francesco Richetto – ma non pensiamo abbia senso pensare solo ad assediare una cosa vuota, un cantiere dove non sta lavorando nessuno”.

Nessuna azione eclatante, forse un po’ di disturbo alle reti. La strategia quindi, dopo lo scivolone dell’assalto della settimana scorsa, è quella di far intendere che nulla stia avvenendo, che ci si trovi di fronte a un non-cantiere. L’urgenza è dimostrare di non aver perso il controllo della situazione, di non essere semplicemente un terreno fertile per l’innalzamento delle scontro sociale. Forse i buoi sono scappati e la proverbiale concretezza dei montanari dovrebbe insegnare che chiudere la stalla rischia di essere una sterile mossa d’efficienza formale. Vedremo.

Intanto in questi giorni si parla tanto di numeri, uno strano destino il loro. Ci sono numeri (spread) ai quali si appende il futuro di una nazione. Altri sono semplicemente ignorati. Per esempio, per la costruzione della sede unica della Regione Piemonte, a Torino, sono stati sbancati 480 mila metri cubi di materiale. Per il cunicolo geognostico di Chiomonte si prevede di scavarne la metà. Il primo cantiere, a parte gli strali di Vittorio Sgarbi che contesta il progetto dell’archistar Massimiliano Fuksas, non ha scatenato alcuna protesta. L’altro, invece, è ben noto che sì. Ieri, inaugurando la terrazza panoramica da cui si potrà assistere al procedere dei lavori, il presidente Roberto Cota ha quindi potuto dire: «Finalmente un cantiere tranquillo». Strano destino, davvero, quello dei numeri…