Dopo il divorzio breve, gli accordi pre-matrimoniali. Ovvero: come ridurre la famiglia a contrattino precario

Così le nuove leggi sulla famiglia tolgono al matrimonio la forza responsabilizzante: non è più un impegno-chiave che ci si assume davanti all’altro e alla società

divorzio-shutterstock_199347314Pubblichiamo la rubrica di Alfredo Mantovano contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Il cardinale Sgreccia ha individuato una legge che, benché mai pubblicata su una Gazzetta ufficiale, ha efficacia superiore a quella di un testo approvato dal Parlamento: è la legge del “piano inclinato”, in virtù della quale, quando sono in gioco temi eticamente sensibili, correre su una strada in discesa rende difficile fermarsi nel punto in cui si pensava di poterlo fare. Nell’ultimo anno questa “legge” ha provocato, uno dopo l’altro, la distruzione di una buona normativa sulla droga, sostituita dalla depenalizzazione di fatto dello spaccio, il divorzio rapido, il divorzio facile, l’anarchia della fecondazione artificiale, la nuova disciplina del doppio cognome.

È finita? Neanche per sogno: mentre al Senato sta per entrare nel vivo il voto sulle unioni civili – espressione che maschera la sostanza del matrimonio fra persone dello stesso sesso –, i relatori del divorzio breve alla Camera, gli onorevoli Alessia Morani del Pd e Luca D’Alessandro di Forza Italia, continuano a correre in discesa: hanno presentato insieme una proposta di legge per introdurre gli accordi pre-matrimoniali. «Anche questo è un atto d’amore – spiega Morani –: due persone che fanno il grande passo possono donarsi la serietà e l’impegno per gestire nel miglior modo possibile non solo il loro legame, ma anche la sua fine». I quotidiani danno notizia dell’iniziativa – la Repubblica in primis – in termini di conquista: a patti chiari fin dall’avvio corrispondono prima un matrimonio, poi un divorzio felici (così dicono!).

Ricapitoliamo. C’era una volta il matrimonio: un atto di impegno pubblico col quale un uomo e una donna assumevano reciproci doveri, e in virtù di ciò, in coerenza con una tradizione plurimillenaria, la loro unione era considerata – da norme costituzionali a essa dedicate – qualcosa di più importante rispetto a una semplice e occasionale convivenza. La famiglia fondata sul matrimonio godeva di un regime privilegiato la cui specificità si correlava non solo con la forma solenne dei vincoli assunti, bensì pure con la sua funzione sociale, consistente nella trasmissione della vita e nel mantenimento della comunità.

Perché adopero il tempo passato? Per la semplice ragione che il loro contenuto è svuotato. Se Camera e Senato, con pochissimi valorosi contrari, stabiliscono che basta un anno di separazione – sei mesi se vi è accordo – per divorziare, e sminuiscono questa unione al punto che per scioglierla non è più necessaria una figura pubblica come quella del giudice: è sufficiente che i coniugi vadano dai loro avvocati o da un impiegato comunale; e se contestualmente si sta per votare un testo che rafforza i profili formali delle unioni fra persone dello stesso sesso, con l’equiparazione di esse al matrimonio, possibilità di adozione inclusa; se è vero tutto questo, matrimonio e convivenza pesano allo stesso modo sui due piatti della bilancia. E quindi il matrimonio ha perso la sua forza responsabilizzante: chi lo sceglie conclude un contratto di natura tendenzialmente privatistica senza più vedere in esso l’impegno-chiave della propria esistenza.

Quando sorge un problema all’orizzonte, sarà più facile rimuoverne la causa che affrontarlo: soprattutto se rescindere un matrimonio è diventato più semplice che disdire un contratto di telefonia mobile. L’ulteriore tappa dell’affievolimento del matrimonio saranno gli accordi pre-matrimoniali: cioè la trattativa fondata sulla prospettiva che la famiglia finisca, prima ancora che venga formata.

Quanto sono consapevoli i parlamentari, e chi ne sostiene mediaticamente il lavoro demolitorio, che tutto ciò avrà effetti sull’apertura alla vita, cioè sul futuro materiale di una comunità e di una civiltà? L’esperienza del Dopoguerra insegna che se si ama la vita si possono ricostruire le città devastate dalle bombe, e la famiglia è la struttura portante della ricostruzione. L’esperienza di questi anni di dissennata guerra alla famiglia e al matrimonio insegnerà che ci sono bombe più micidiali di quelle vere. Possono essere costruite e adoperate per via democratica. E per assenza di ragione e di coraggio.

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