Don Giussani, un dono per tutta la Chiesa

I libri di mons. Negri e Ronza ci riconsegnano la figura di un sacerdote che ha introdotto tanti nella vita pulsante della Chiesa

Don Luigi Giussani con giessine a Varigotti nel 1965

Caro direttore, constato con piacere che la personalità del servo di Dio don Luigi Giussani continua ad interessare l’opinione pubblica, tanto che si moltiplicano anche i libri a lui dedicati. La scorsa settimana, come Tempi ha documentato, l’editrice Ares ne ha pubblicati addirittura due in contemporanea: uno di Luigi Negri (Con Giussani – la storia & il presente di un incontro), uno di Robi Ronza (Luigi Giussani – Comunione e Liberazione & oltre). Ho letto entrambi e ne sono stato edificato e confermato circa l’eccezionalità del nostro carissimo “Don Gius”.

Una prima osservazione riguarda il fatto che don Giussani ha introdotto convintamente nella vita pulsante della Chiesa persone molto diverse tra di loro, a conferma della sua dimensione veramente cattolica. Mons. Negri proveniva da una educazione decisamente “cattolica” e da una tradizione vissuta dentro le strutture parrocchiali. Ronza proveniva da una famiglia e da una educazione improntate al laicismo rigoroso dell’azionismo  nostrano, impegnato nella Resistenza. Ebbene, entrambi sono stati travolti dall’uso della ragione di don Giussani, che all’uno ha confermato le ragioni cristiane della vita ed all’altro ha aperto strade nuove, che neppure si sarebbe immaginato (la stessa cosa, peraltro, che è successa a me). Ciò fu dovuto alla certezza di una esperienza cristiana (vissuta in famiglia ed in seminario) che permetteva a don Giussani un uso nuovo del rapporto tra ragione e fede, convincente per i giovani oramai dubbiosi degli anni ’50 del secolo scorso. In effetti, la presenza di Giussani colpiva tutti, anche quelli che poi non l’hanno seguito.

Ma dai due libri risulta anche che la proposta cristiana del nostro amato prete ambrosiano ha suscitato tante vocazioni, apparentemente diverse tra di loro, ma unite dal tratto indiscutibilmente “cattolico”. A parte la tradizionale vocazione alla famiglia ed al rivoluzionario celibato dei “Memores Domini”, tanti ciellini e cielline sono entrati in ordini religiosi diversi tra di loro: benedettini, francescani, domenicani, suore di carità e suore di clausura; e tanti sono diventati preti diocesani in Italia ed in terra di missione. Il seme è stato sparso in tutta la Chiesa.

Entrambi i libri descrivono, sotto vari profili, una figura straordinaria. Giustamente, Robi Ronza arriva a scrivere che don Giussani dovrebbe essere considerato un “dottore della Chiesa”, cosa che mons. Negri adombra indirettamente nel suo libro. La proposta di Ronza mi sembra sacrosanta. Anch’io, laico cattolico di marciapiede, capisco che don Giussani ha avuto la genialità (o, meglio, il carisma) di riproporre l’eterna verità di Cristo con il linguaggio dell’uomo di oggi, attento più che nel passato a iniziare la ricerca esistenziale dalla considerazione della propria esperienza. Nel contempo. Giussani ha dato, con il suo impegno concreto e con i suoi scritti, indicazioni pastorali precise per proporre l’annuncio cristiano agli uomini e alle donne del nostro tempo. E, come tutti i dottori della Chiesa, ha riproposto la centralità di Cristo per rendere vera e lieta ogni esistenza umana. Ricordo ancora la gioia di don Giussani quando san Giovanni Paolo II, nella sua prima enciclica, scrisse che «Cristo è il centro del cosmo e della storia». Ma, probabilmente, don Giussani merita il titolo di “dottore delle Chiesa” soprattutto per il richiamo fatto a tutti i cristiani circa la dimensione della “comunione”, richiamo che mi sembra quanto mai attuale, visto il viaggio particolarmente procelloso che la navicella della Chiesa sta affrontando in questo periodo (personalmente, prego insistentemente san Bonifacio, “Apostolo della Germania”, perché il Sinodo tedesco confermi, innanzi tutto, la comunione con Roma).

Proprio perché certo della carità e del giudizio di Cristo e proprio perché fondava il suo metodo educativo sulla proposta alla libertà dell’interlocutore, i due libri descrivono un don Giussani che non aveva paura di esprimere giudizi anche severi sullo stato della libertà nel mondo della cultura e della politica. Soprattutto, poneva ogni attenzione sul tema della libertà di educazione, che considerava, giustamente, la principale delle libertà. Per questo invitava tutti coloro che lo seguivano a lottare anche civilmente perché la libertà educativa non venisse repressa sia nella scuola (anche quella statale) sia in famiglia. Quasi settant’anni fa don Giussani aveva messo a fuoco, come essenziale, il tema educativo. Oggi raccogliamo i frutti della disattenzione su questo tema (anche di parte del mondo cattolico e della Democrazia cristiana). Oggi i giornaloni, diretti da “sessantottini” si lamentano degli assembramenti pro covid causati da tante persone “maleducate”. Ma furono proprio i sessantottini a teorizzare che si doveva “mollare” l’educazione: oggi ne raccogliamo i frutti. Don Giussani era abbastanza solo quando insisteva sul tema dell’educazione, ricevendo anche gli improperi dell’establishment culturale, come ha sottolineato Ronza.

Leggendo i due libri (cosa che consiglio a tutti), mi sono confermato in una convinzione che poggia su ragioni oggettive e non sentimentali: in parole povere e sintetiche, mi pare che don Giussani abbia proprio la stazza di un santo. Questo, perciò, lo rende utile e indispensabile a tutta la Chiesa. «Un dono per tutta la Chiesa», ha detto l’arcivescovo di Milano Mario Delpini, nell’omelia dell’1 marzo scorso.

Peppino Zola

Foto Ansa