Dolce e Gabbana dovranno risarcire l’Agenzia delle Entrate. 500mila euro per “danni morali” e “pregiudizio”

Lo impone il Tribunale di Milano. Depositate le motivazioni della sentenza di condanna a 1 anno e 8 mesi di carcere dei due stilisti per una presunta evasione fiscale

Mezzo milione di euro. È la cifra che Domenico Dolce e Stefano Gabbana dovranno dare all’Agenzia delle Entrate per risarcirla di un presunto “danno morale”. Lo impone il Tribunale di Milano nelle motivazioni della sentenza di condanna dei due stilisti per evasione fiscale. È quello che scrive oggi il quotidiano Libero e i lettori di tempi.it sanno bene cosa pensiamo di questa assurda vicenda. 
Il torto subito dal Fisco italiano da parte dei due imprenditori, secondo il giudice Antonella Brambilla, sarebbe stato prodotto «non tanto, ovviamente, per l’esposizione a legittime critiche in merito agli accertamenti, quanto per il pregiudizio che condotte particolarmente maliziose cagionano alla funzionalità del sistema di accertamento ed alla tempestiva percezione del tributo».

LA PRESUNTA EVASIONE. Dolce e Gabbana, secondo il Tribunale di Milano, sarebbero colpevoli di avere ottenuto vantaggi fiscali nel 2004 attraverso la creazione di una società “fittizia” in Lussemburgo, la Gado. Per questa presunta evasione fiscale, nel giugno scorso i due stilisti sono stati condannati a un anno e 8 mesi di carcere. Tuttavia, la cifra evasa contestata, da un miliardo di euro, si è ridotta con la sentenza a circa 200 milioni. Inoltre la condanna è arrivata solo per il reato di omessa dichiarazione dei redditi. Mentre per il reato di dichiarazione infedele dei redditi i due stilisti, difesi dai legali Massimo Dinoia (qui l’intervista a tempi.it), Fortunato Taglioretti e Armando Simbari, sono stati assolti.

I PARERI. «Si tratta di una operazione articolata», spiega nelle motivazioni, il giudice Brambilla, «che presenta molteplici aspetti di criticità, ciascuno dei quali richiede autonomo ed approfondito accertamento, anche perché non tutti risultano penalmente rilevanti».  Secondo la difesa, infatti, le motivazioni della sentenza «riconoscono e ribadiscono un principio fondamentale, che invano i pubblici ministeri avevano tentato di bypassare: nessuno può essere condannato a pagare imposte su redditi che non ha mai percepito». E la sentenza, nella parte assolutoria, «è un doveroso riconoscimento alla piena legittimità della condotta dei due stilisti» che hanno «pagato regolarmente tutte le imposte, fino all’ultimo centesimo». Circa la creazione della società “fittizia” , i difensori ribattono che «le risultanze processuali» sono state «travisate o dimenticate dal Tribunale» e confidano nell’appello.