«Divorzio breve allo sportello comunale? Ma così lo Stato abbandona la famiglia alla legge del più forte»

Intervista a Francesco Belletti (Forum Famiglie): «Il governo impone per decreto la privatizzazione radicale del matrimonio. La famiglia non è un bene comune?»

Tra una settimana il divorzio breve potrebbe divenire realtà in Italia. Secondo il Corriere della Sera, infatti, il governo Renzi sarebbe pronto a inserire la norma che lo istituirà, inizialmente affidata a un disegno di legge, all’interno di un decreto che sarà approvato insieme alla riforma della giustizia civile, bypassando così il dibattito in aula. Una soluzione che preoccupa Francesco Belletti, presidente del Forum delle Associazioni familiari (foto sotto a sinistra). «Non solo l’articolo 6 prevede la possibilità di separarsi davanti a un avvocato anziché al giudice», avverte Belletti, «ma tra le righe dell’articolo 12 si scopre addirittura che un qualunque ufficiale di stato civile potrà raccogliere la volontà dei coniugi di rompere il legame matrimoniale e rendere effettiva la loro separazione». E aggiunge: «Mi chiedo con quale competenza un dipendente comunale potrà verificare che l’intenzione di separarsi sia effettivamente condivisa e non imposta al coniuge più debole».

Presidente Belletti, sciogliere il matrimonio diventerà semplice come ritirare un pacco alle poste?
L’aspetto francamente più sbalorditivo di questa assurda proposta di legge è proprio quello di voler ridurre, tramite decreto, l’impegno matrimoniale a un semplice accordo privatistico tra le parti. Senza più nemmeno prevedere la mediazione autorevole del pubblico ufficiale, soprattutto in caso di crisi. È un impegno che per legge lo Stato italiano è ancora tenuto a prendersi. È vero che ormai si tratta di un principio dal valore meramente formale, tuttavia siamo così sicuri, mi domando, di volerlo cancellare?

Cosa c’entra lo Stato con la relazione personale e affettiva tra marito e moglie, anche nell’eventualità in cui essi dovessero decidere di lasciarsi?
È la sfida insita nel legame sociale quella di rendere due persone che intendono sposarsi responsabili l’una nei confronti dell’altra, ma anche, insieme, verso i figli e la società intera. E prevedere che il matrimonio si sostanzi in un insieme di diritti e di doveri, oltre a documentare una comune responsabilità, è anche una garanzia in difesa della persona più debole e meno tutelata.

La donna?
Può essere; e talvolta per ragioni economiche. È questo il motivo per cui già nel diritto romano la donna, che era ancora subordinata alla potestà del capo famiglia, godeva di alcuni diritti che per la prima volta furono esplicitati. Ma anche i figli, dei quali i genitori sono tenuti ad occuparsi fino in fondo. Se si sposa una logica di autodeterminazione, invece, come nel caso del matrimonio breve, si sceglie di far prevalere automaticamente il diritto del più forte sul più debole.

E se la convivenza dovesse rivelarsi impossibile?
Anzitutto ricordiamo che il legame di coppia è un bene di indiscussa rilevanza pubblica, e ogni volta che un matrimonio si disfa siamo di fronte al venir meno di un bene per tutti, non soltanto per i figli. È il motivo per cui, del resto, la nostra società già prevede diversi strumenti per il sostegno alle fatiche cui una coppia può andare incontro; non ultimo l’aiuto a separarsi in modo decoroso e a garantire comunque di costruire il miglior progetto educativo per i figli. Ma non dimentichiamoci nemmeno che, quando sono aiutate, sono tantissime le coppie che superano le crisi e decidono di rimanere insieme.

La famiglia, in Italia, è un’istituzione solida e ben radicata nella tradizione. Non sarà il divorzio breve a pregiudicarne la sopravvivenza.
Non è questo il punto. Il problema è, piuttosto, la preoccupante assenza di responsabilizzazione all’interno del sistema pubblico. Anche se il nostro sistema familiare è coeso, ciò non significa che lo Stato possa disinteressarsene quasi totalmente, come dimostra di voler fare con il divorzio breve. Lo stesso discorso vale per il fisco italiano, agli occhi del quale la famiglia, purtroppo, ancora non esiste.

Il ministro Poletti, però, ha detto che a gennaio 2015 partirà il nuovo Isee.
Se è quello che abbiamo visto anche noi, va detto che lo spazio dato alle famiglie e ai carichi familiari è ancora insufficiente. Non si può sfruttare e spremere le famiglie pensando che esse riusciranno comunque a cavarsela da sole. Se la famiglia è veramente un bene comune, come si dice spesso, se davvero è il primo capitale sociale del paese, occorre fare molto di più per difenderla.

Hanno ragione i vescovi della Cei quando, non senza un velo di amarezza, giudicano l’operato del governo Renzi chiedendosi: «Che aspettarsi per la famiglia se la preoccupazione principale rimane quella di abbreviare il più possibile i tempi del divorzio, enfatizzando così una concezione privatistica del matrimonio»?
È oggettivamente impressionante l’accelerazione che si è voluta impartire inserendo il divorzio breve in un decreto legge, ma credo che si tratti di una scelta compiuta sotto la spinta di un clima culturale complessivo, caratterizzato da un individualismo radicale che aspira a rimuovere ogni tipo di relazione responsabile all’interno dei legami sociali, quasi si trattasse di ostacoli alla libertà personale. Quando in realtà è proprio al loro interno che la persona è più protetta. Trovo che la sfida lanciata dalla Cei a chi fa politica in Italia sia veramente laica. Perché se la Chiesa cattolica difende il matrimonio, beh, mi scusi, ma che novità c’è? La novità ci sarebbe eccome, invece, se a difendere la famiglia fosse per una volta chi ha la responsabilità di guidare la cosa pubblica.