Se il «diritto di immigrare» diventa l’assurda barzelletta dell’emergenza rifugiati

Che senso ha arricchire l’Isis e i trafficanti di schiavi, far spendere al nostro paese migliaia e migliaia di euro in soccorso? C’è urgenza di coniugare carità e ragione

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Pubblichiamo la rubrica di Renato Farina contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Francesco viene a Milano. E si è fatto precedere da un breve articolo scritto per un numero speciale di Avvenire distribuito nelle parrocchie. È di grande forza. Come dice il cardinal Scola il metodo di questo Papa è «prima fare, poi parlare». La carità e la misericordia in azione dicono di Cristo e del Vangelo più che cento proclamazioni, senz’anima e senza decisione di testimonianza, di “Signore, Signore!”. Egli affronta anche il tema della povertà, in quel breve scritto, e mostra che la chiave per soccorrere i bisogni è anzitutto l’imparare da chi la patisce: una fraternità operosa caratterizza i quartieri “difficili” assai più delle zone residenziali privilegiate. Nelle periferie di Buenos Aires – ricorda – c’è meno solitudine, le famiglie si aiutano tra loro. Mi piace molto questo richiamo. Noi ci apparteniamo reciprocamente. Scartare qualcuno vuol dire amputare una parte di noi stessi. Vale anche per gli immigrati, che sono tra noi.

Il Pontefice scrive: chi viene da guerre e fame ha «il diritto di immigrare». E noi il dovere di accogliere quanti «possono» essere ospitati e integrati. Scrive proprio così: «Possono». Questa insistenza non è una fissazione politica, ma nasce da uno sguardo amoroso. Dice che è bene non affrontare la questione con manuali di sociologia – che pure possono essere utili – ma bisogna «toccare» queste persone. Lo aveva già consigliato a proposito dei senzatetto. La monetina non è l’essenziale: aiutate ma stringendo la mano, è la mano di un uomo. Come insegna Madre Teresa di Calcutta: è Cristo tra noi, che ha bisogno, ma pure noi di lui.

Ho conosciuto una giovane avvocata (si dice, si dice: anche nella Salve Regina si usa questa declinazione femminile) che dedica gran parte delle sue energie a curare i ricorsi di quegli immigrati cui viene negato lo statuto di rifugiato. Non ci guadagna nulla. Lo Stato dovrebbe pagare ma non lo fa. Non è questo il punto. Il fatto è che incontrando queste persone, ascoltando le loro storie, è cresciuta, si è arricchita. Ha imparato chi davvero ha diritto e chi invece parte per star meglio, legittimamente ci prova, ma forse non sarebbe nostro dovere privilegiarlo rispetto a chi ha più bisogno e neppure riesce a spostarsi dalla carestia o dai rastrellamenti. È odioso fare graduatorie, ma mi ha raccontato questa storia significativa. La sintetizzo.

Sud della Nigeria. Lì i cristiani non sono perseguitati. Non c’è uno stato di guerra conclamata. Succede questo. I pullman che partono dalla Nigeria sono offerti a prezzi altissimi, ma con la garanzia del soccorso di navi italiane o di onlus umanitarie al momento opportuno. Il rischio della traversata marittima non c’è più, dicono. Chi parte non sono i più poveri, ma coloro che possono fare un investimento su un figlio. Borghesia piccola e media. Ma ci sono anche casi orrendi. C’è chi è davvero disperato. E allora la famiglia fa un contratto a debito. Dovrà versare 7-8 dollari in un anno. In caso contrario: espianto di organi di uno o più familiari rimasti in patria, oppure vendetta sulla ragazza costretta a prostituirsi o introduzione del giovane nello spaccio!

L’esca del “pocket money”
C’è un ragazzo che invece è arrivato con i debiti pagati. Costi esorbitanti, ovvio. Ma ora è qui. Non gli è stato riconosciuto lo statuto di rifugiato, per le ragioni anzidette. È stato attratto da una formula fatta apposta per incitare alla partenza: “pocket money”. Sono i soldi garantiti a chi arriva oltre l’alloggio. Questa dizione scritta così nei regolamenti italiani (!) è usata dai procacciatori di profughi presunti per convincere le famiglie ad affidargli un ragazzo o anche un minore. Che succede a un ragazzo cristiano del Sud della Nigeria arrivato in Italia? Gli hanno respinto come detto la richiesta di asilo, dopo due anni. Ha fatto ricorso grazie alla mia amica. Dunque ha un permesso temporaneo di soggiorno. È morto il padre a casa. Dolore, lutto. I fratelli gli dicono che non può essere seppellito senza la sua presenza. Che fa allora? Compra un biglietto aereo di andata e ritorno. Con il pocket money e un po’ di elemosina, se l’è cavata. È tornato.

Ora: che senso ha arricchire l’Isis e i trafficanti di schiavi, far spendere al nostro paese migliaia e migliaia di euro in soccorso? Non è tutta una assurda barzelletta? Non converrebbe razionalizzare? Da papa Benedetto abbiamo imparato che fede e ragione marciano una accanto all’altra, sono sorelle. Io credo che anche carità e ragione potrebbero lavorare insieme.

Foto Ansa

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