Dire “Voglio la mamma” è diventato rischioso. Adinolfi racconta il suo viaggio in Italia. Sotto scorta

Un tour lungo tutto lo Stivale per dire che gli uteri non si affittano, i figli non si comprano, i malati non si ammazzano. E scoprire un popolo che ama la verità

mario-adinolfi-voglio-mamma
S
apete dov’è Palagiano? Ecco, io prima che tutto questo avesse inizio, il 26 aprile 2014, non lo sapevo. Spiego. Ho scritto un piccolo libro, si intitola Voglio la mamma, si occupa di quelli che alcuni chiamano “temi etici” e io, peccatore privo di titoli d’accesso alle cattedre di morale, preferisco chiamare “temi essenziali”: nascere, amare, morire. Ho scritto cose tutto sommato banali: nasciamo tutti da un papà e da una mamma, la mercificazione della maternità con meccanismi come l’utero in affitto è oscena e pericolosa, di conseguenza sono contrario al matrimonio gay che spalancherebbe la strada alla trasformazione della persona in cosa, del figlio in prodotto da acquistare sfruttando e umiliando il corpo femminile, e se le persone diventano cose sono poi facilmente eliminabili, perché gli oggetti quando si deteriorano o sono “fallati” si gettano via. Ho scritto che le persone non sono cose, i figli non si pagano, ogni bimbo nasce da una mamma e a una mamma ha diritto, negargliela è atto di violenza criminale.

Voglio la mamma è uscito il 19 marzo scorso, giorno della festa di noi papà, perché insomma mica volevo celebrare solo le nostre mogli. Dettaglio: il libro è uscito in self publishing, c’è un editore (Youcanprint) ma in sostanza me lo sono autoprodotto. E poiché sono un furbastro per cercare di vendere meno copie possibili ne ho pubblicato tutti e 15 i capitoli integrali sul mio profilo Facebook, affinché tutti potessero leggerli gratis sul web.

Poi, timidamente, a fine marzo ho organizzato una prima presentazione a Roma. Alla Sala Ovale della Chiesa Nuova ho trovato, incredulo, duecento persone ad aspettarmi. Poi l’e-mail ha cominciato a riempirsi di inviti da tutta Italia e francamente ero totalmente stupefatto. Ma grato. Ho chiesto al mio amico Carlo se era disponibile ad accompagnarmi in giro per la penisola a qualche presentazione con la sua Smart rossa, perché io non ho l’automobile. Carlo è stato gentile e ha detto sì. Così è nato il “Tour Voglio la mamma 2014”, partito il 26 aprile da Palagiano, che dopo 125 date e cinquantamila persone incontrate si chiuderà il 14 dicembre a Matera. Sono un po’ stanchino e forse non vedo l’ora che finisca, ma ricordo come e perché tutto è cominciato da Palagiano. So anche bene dov’è Palagiano, ora.

tempi-adinolfiDa Palagiano a Matera
Con Carlo avevamo deciso di partire da questo piccolo centro a qualche chilometro da Taranto, perché a Palagiano poche settimane prima del nostro arrivo avevano sparato in faccia a una mamma e a un bambino di tre anni, il fatto di cronaca credo più efferato del 2014, che l’Italia già non ricorda più. Ho chiesto a Carlo di dirigere la Smart rossa verso il teatro Wojtyla di Palagiano per andare a dire, da un luogo intitolato a san Giovanni Paolo II, che non avremmo dimenticato la lezione della Evangelium Vitae, anche in un tempo e in un luogo in cui la vita umana era considerata tanto poco da consentire a dei criminali di non avere remore a sparare in faccia a un bimbo di tre anni e alla sua mamma trentenne.

La lunga marcia con questo libretto rosso in mano da quel 26 aprile è stata continua ed entusiasmante. E pure faticosissima. La Smart rossa dopo diecimila chilometri si è sfasciata e Carlo è convinto che sia colpa mia che peso troppo. Intanto, però, avevo dimostrato che io in una Smart ci entro. Non sono soddisfazioni da poco. La notizia che c’era un ciccione romano con la barba che andava ripetendo con una qualche convinzione che le persone non sono cose, i figli non si pagano, gli uteri non si affittano, i malati non si ammazzano s’è diffusa provvidenzialmente e miracolosamente. Mi sono ritrovato a fare anche due tappe al giorno, a stare la sera a Cagliari e il pomeriggio dopo a Bolzano, finire un convegno dopo mezzanotte a Massa e riattaccare la mattina alle dieci a Verona. Con teatri sempre più pieni, con iniziative all’aperto in piazze gremite, cantando e facendo cantare “tanti auguri” a settemila persone stipate nel PalaRossini di Ancona, in una data “Contro i falsi miti di progresso” che ho fatto con i miei amici Costanza Miriano (la festeggiata), padre Maurizio Botta e Marco Scicchitano.

Sono nati cento circoli Voglio la mamma (Vlm) in tutta Italia, perché dopo ogni serata trascorsa insieme le persone avevano il desiderio di continuare a lottare sul proprio territorio a difesa delle persone più deboli, della vita, della famiglia, spesso dovendo affrontare come priorità l’offensiva dell’ideologia del gender nelle scuole. Il bello dei circoli Vlm è che non sono mai stati gelosi di una propria individualità, non hanno indossato una maglietta da difendere identitariamente, ma si sono messi a disposizione delle battaglie e delle iniziative di tanti altri soggetti (penso alle Sentinelle in piedi, Manif pour Tous, Movimento per la Vita, Forum delle Associazione Familiari, Vita è, Giuristi per la Vita, Associazione Famiglie Numerose, solo per citarne alcuni) di cui abbiamo condiviso spirito e obiettivi, a partire dalla battaglia per ora vinta contro l’approvazione definitiva al Senato del liberticida ddl Scalfarotto.

Appena si è diffusa la voce del successo del tour sono cominciati anche i guai: contestazioni pesanti, manifesti minacciosi che invitavano a non presentarsi in determinate città, migliaia di insulti a settimana recapitati via social network, offese pesantissime ai miei familiari a partire da mia moglie e senza risparmiare le mie due figlie. A ogni tappa arrivavamo non prima di aver avvertito la Digos dei nostri spostamenti, tutelati all’ingresso dell’evento da uno spiegamento di forze dell’ordine che ha toccato nelle città più a rischio il picco di sessanta agenti e cinque mezzi blindati. Per proteggere semplicemente la nostra libertà di parola.

Tutto questo non ha intimidito me e, soprattutto, non ha intimidito un popolo che si è riversato nelle iniziative targate Vlm regalando un calore umano inimmaginabile. Ho sudato tantissimo, in una tappa mi sono messo a piangere come un bambino e ancora sono imbarazzato al ricordo, ho messo in gioco anche tutta la mia corporeità e sono stato accolto da un abbraccio collettivo colossale e rigenerante. In ogni città mi sono fermato a contare i contestatori: quattro, cinque, nove, i più incavolati (penso a Firenze, penso a Bergamo) sono riusciti a metterne insieme una trentina.

Il quotidiano presto in edicola
Poi bastava entrare nel teatro o in piazza e contare gli amici di Voglio la mamma: cinquecento, seicento, settecento a ogni tappa. Molte mamme e molti papà portavano i bambini con sé. Volevano dire a me, dire ai contestatori liberticidi, dire a loro stessi: noi non abbiamo paura. Abbiamo tanta convinzione nella necessità di questa battaglia che portiamo in prima linea anche i nostri figli.

Ora, come Forrest Gump, sono un po’ stanchino. Ho corso tanto e 125 tappe in 230 giorni si fanno in apnea. Confesso che il conto alla rovescia lo sto facendo, ma so che all’ultima tappa, il 14 dicembre a Matera, le emozioni saranno contrastanti. La gioia di aver finito prevarrà? La verità è che con i cinquantamila amici di Vlm incontrati in giro per l’Italia ci getteremo subito a capofitto in una nuova avventura: dal 13 gennaio 2015 l’Associazione Voglio la mamma manderà in edicola un quotidiano cartaceo. Un’impresa secondo alcuni folle, secondo noi necessaria perché siamo davvero stanchi di dover leggere l’esaltazione del pensiero unico Lgbt a ogni latitudine mediatica, vogliamo ingaggiare quotidianamente un corpo a corpo delle idee per ripetere che le persone non sono cose, i figli non si pagano, gli uteri non si affittano, la maternità e il corpo delle donne non si mercificano, uccidere i malati con l’eutanasia e abortire i bambini non sono conquiste dell’umanità, sono falsi miti di progresso. Il quotidiano si chiamerà, semplicemente, La Croce. Potete leggere qualche articolo di presentazione su questa pagina Facebook e potete darci una mano (non chiederemo finanziamenti pubblici, vivremo solo se avremo lettori e abbonati) aderendo alla campagna di abbonamento che abbiamo appena lanciato.

La-Croce-adinolfi-mammaCos’è la Croce?
Le forze non mancheranno dopo aver incontrato nelle piazze e nei teatri d’Italia questo popolo che avverte come necessaria la testimonianza della verità contro il pensiero unico. Un popolo composto peraltro da tanti giovani e giovanissimi stanchi di dover subire in silenzio un’offensiva mediatica tutta prona alle idee caotiche della lobby Lgbt, un popolo composto da tante ragazze e tanti ragazzi desiderosi di trovare le “parole giuste per dirlo”, di affermare la dignità della vita e del matrimonio tra uomo e donna, insieme alla tutela del più debole partendo dal bambino, rifuggendo ogni atteggiamento omofobico o comunque discriminatorio.

La Croce avrà questo stile perché la Croce è l’espressione più evidente delle braccia spalancate di Cristo verso il mondo, dell’accoglienza verso tutti, come insegna papa Francesco, ma senza dimenticare che la verità esiste e che il mondo, più che mai questo caotico mondo contemporaneo, di verità ha sete. Diceva papa Benedetto che la Croce è lo specchio dell’umanità per tutti, credenti e non credenti. Io credo fortemente in queste sue parole. Quando incontro quelli che la pensano all’opposto rispetto a me, quelli che mi considerano un pericolo pubblico a cui dovrebbe essere vietato d’andare in giro e parlare, quando incontro una coppia gay che mi annuncia tronfia che vuole comprarsi un figlio, negargli la madre e utilizzare il corpo della donna solo come utero da affittare, io so che siamo allo specchio: perché quello non è un annuncio di gioia. Quello è un annuncio fatto col dolore in fondo agli occhi che si specchia nel mio dolore mentre quell’annuncio senza senso ricevo. La Croce è lo specchio dell’umanità. Quanto ha ragione papa Benedetto.

Un amico mi ha scritto che ormai siamo immersi in una comunicazione alla Goebbels, con i suoi orchestranti, con le sue figurine, con i suoi piccoli kapò e con i suoi complici nel nome dello spettacolo delle opinioni per seppellire l’informazione, la conoscenza, i fatti. Ha perfettamente ragione il mio amico. Scrivo, faccio televisione, al mondo della comunicazione in qualche modo ho preso parte anche mandando in stampa il mio libro (comunque mai recensito su un quotidiano, completamente oscurato da qualsiasi programma tv). Conosco il pensiero unico imperante a ogni latitudine mediatica. Ma ho scoperto l’antidoto a questo veleno: andarmene in giro per teatri e piazze. Incontrare le persone, parlare con loro. Ho scoperto gente libera, decine di migliaia di persone che vogliono essere testimoni di verità, a difesa della vita e della famiglia. Ho scoperto anche che la libertà è contagiosa. E non c’è malattia più dolce da vivere insieme.