Di Maio vuole "fare". Ma "come" non lo spiega

Propone un contratto sociale alla tedesca ma questo presume una certa omogeneità ideologica tra i contraenti e lui non è Angela Merkel

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Luigino Di Maio ieri sera a Otto e mezzo ha fatto il suo show-down con Lilli Gruber e Massimo Franco. Cioè ha mostrato le carte. Il leader grillino è certamente molto abile, sa parlare, schiva le domande insidiose, sorride al momento giusto, fa il serioso se deve esprimere un concetto impegnativo. Sembra uscito da qualche Actors Studio americano. Diciamo che è un acrobata della dialettica. Dopodiché – come si dice in politichese – tiriamo le conclusioni della sua “filosofia”.
Di Maio vuole, fortissimamente vuole, fare il governo che sia il “suo” governo. O con la Lega o con il Pd (questo o quello per me pari sono), ma alle ben note condizioni: senza Berlusconi, cioè senza Fi e senza Renzi. E poi, incalzato dalla Gruber, chiarisce che non si tratta di alleanze, vista la incompatibilità tra M5s e centrodestra o Pd, ma di un “contratto” alla tedesca (Koalitiosverlag). Tale contratto, firmato davanti agli italiani, deve prevedere punti programmatici e tempi di esecuzione. Se non si rispettano gli obiettivi fissati o i tempi di realizzo, si viene additati al pubblico ludibrio. Luigino Di Maio aggiunge, con aria seria, che la predisposizione del contratto è stata affidata al professor Giacinto Della Cananea. Quest’ultimo dirige, con Marta Cartabia, l’Italian Journal of Public Law ed è stato allievo di Sabino Cassese, ex giudice costituzionale ed ex ministro della Funzione pubblica, insieme a Bernardo Mattarella e Giulio Napolitano. Per quanto i titoli del professor Della Cananea, ordinario di Diritto amministrativo a Roma e membro della presidenza della Corte dei Conti, siano ineccepibili, rimane insoluta una grossa contraddizione. Il contratto sociale alla tedesca presume una certa omogeneità ideologica tra i contraenti o comunque la minimizzazione della componente ideologica degli stessi.
Per capirsi, tutti vogliono il bene comune ma come questo bene sia inteso è cosa diversa per ognuno. Le condizioni tedesche non sono quelle italiane, viste anche le accese diatribe e le offese reciproche in campagna elettorale.
Il M5s ha almeno due anime: quella di governo (Di Maio) e quella movimentista (Di Battista e Fico), che poi sono due facce della stessa medaglia populista. Quale di queste due anime gestirà il contratto? L’ala movimentista certamente assumerà il ruolo di interprete della “volontà generale” e il nome della piattaforma di Casaleggio, Rousseau, induce a pensare a una visione marcatamente totalizzante della politica, molto diversa dal pragmatismo di Angela Merkel. Un governo solo del “fare” ha piedi di argilla perché destinato a franare sul “come” fare.
Di Maio non vuole tirare Mattarella per la giacca, ma i suoi atteggiamenti sono quelli del premier in pectore. Per uscire dall’inghippo occorre umiltà e realismo, gli ego smisurati sono poco adatti a gestire il potere. L’attenzione di tutti è rivolta al Quirinale perché oltre alla sua funzione istituzionale, Mattarella può essere l’unico, con sobrietà e responsabilità, che rompe gli indugi al di là di egoismi e particolarismi.
Foto Ansa

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