«Decreto dignità? Giusto favorire la stabilità, ma servono gli investimenti»

«Ai lavoratori non serve il reddito di cittadinanza, ma politiche attive, formazione e investimenti per favorire le assunzioni». Intervista ad Angelo Colombini, segretario confederale della Cisl

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«Condividiamo il tentativo del governo di ridurre l’instabilità dei lavoratori, ma senza politiche attive e investimenti non si creano posti di lavoro». Così Angelo Colombini, segretario confederale della Cisl, commenta a tempi.it il “Decreto dignità” approvato ieri sera dal governo e promosso dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio. Il primo atto del governo in materia è stato definito dal leader grillino la «Waterloo del precariato» e un colpo ferale al Jobs Act di Matteo Renzi. Le novità principali del provvedimento, per quanto riguarda il lavoro, riguardano i contratti a tempo determinato, la cui durata massima è ridotta da 36 a 24 mesi, con reintroduzione della causale se il contratto a tempo supera i 12 mesi. I rinnovi possibili vengono ridotti da 5 a 4 e i contributi da versare ogni volta aumentati dello 0,5%. Il decreto alza anche il costo del licenziamento, aumentando del 50 per cento l’indennizzo minimo e quello massimo per chi viene licenziato senza giusta causa. Verranno punite anche le aziende che, dopo aver ottenuto aiuti pubblici, decidono di delocalizzare.

Il decreto del governo aiuterà i lavoratori?
Il tentativo è giusto, perché i giovani (e non solo loro) per costruirsi un futuro hanno bisogno di stabilità. Però io credo che bisogna rilanciare le politiche attive per ricollocare i lavoratori una volta scaduto il tempo determinato e qualora non venga tramutato in indeterminato. La disoccupazione negli ultimi anni è diminuita soprattutto per l’utilizzo dei tempi determinati: senza politiche attive e formazione è difficile ricollocare i lavoratori.

Chi viene licenziato senza giusta causa riceverà un indennizzo più alto.
In questo modo il lavoratore licenziato avrà un aiuto economico in più ma, ribadisco, servono le prospettive perché il lavoratore venga ricollocato. E quindi un investimento nella formazione. A noi non interessa il reddito di cittadinanza, ma misure che aiutino le persone a reintrodursi nel sistema lavorativo.

Il presidente di Confindustria Lombardia ha criticato molto le misure e ha detto che i posti di lavoro non si creano per decreto. È così?
Nessun decreto crea posti di lavoro, anche se si possono spingere le aziende a confermare certi lavoratori e a investire su di loro. Questo decreto va accompagnato da investimenti pubblici e privati, perché solo così si facilitano le assunzioni. Non si può modificare ogni anno il mercato del lavoro, sono gli investimenti che creano sviluppo.

Questo però è un decreto a costo zero e non prevede investimenti.
Speriamo che il governo rifinanzi il piano Calenda e la digitalizzazione, che permette di ridurre l’obsolescenza di impianti e macchinari. Questo è fondamentale.

Il governo vi ha interpellato per dialogare sulle misure proposte nel decreto?
C’è stata qualche telefonata informale. Speriamo che ci sia confronto in sede parlamentare. Anche perché alcune parti vanno cambiate: i contratti di somministrazione non possono essere paragonati ai tempi determinati. C’è un tema di flessibilità che va riconosciuto, altrimenti le aziende preferiranno il lavoro nero. Bisogna poi reintrodurre i voucher per l’agricoltura.

Foto Ansa

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