De Andrè accompagnato (e tradito) dalla London Symphony Orchestra

Geoff Westley, ex tastierista dei Bee Gees, ha coinvolto la London Symphony Orchestra nel progetto Sogno n°1. Un disco in cui la prestigiosa orchestra reinterpreta in chiave sinfonica i più grandi successi di Fabrizio De Andrè. Il risultato è ottimo, ma non certo “etico”

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Raramente capita, a chi scrive di musica, di doversi occupare di un lavoro musicale che pone questioni etiche. E’ il caso di Sogno n°1, una raccolta di brani dalla produzione di Fabrizio De Andrè, trasformati inopinatamente in una specie di sinfonia classica. L’idea arriva da Geoff Westley, già tastierista dei Bee Gees e vecchia conoscenza del cantautorame italiano: sue le produzioni di Una donna per amico, Strada facendo, La grande avventura (di Riccardo Cocciante), un paio di album di Renato Zero e altre collaborazioni sparse. Per questo tributo a De Andrè Westley ha addirittura coinvolto la prestigiosa London Symphony Orchestra che riveste con suono imponente e piuttosto ingombrante le canzoni del cantautore genovese, scelte tra le primissime e le ultimissime, non dimenticando Hotel Supramonte, La Buona Novella e Rimini.

Dopo un primo ascolto, che produce stordimento e forti perplessità, affiorano, inquietanti, una serie di domande per niente secondarie. E’ certamente legittimo pescare dal catalogo di un artista e “coverizzarlo” secondo la propria sensibilità, si è sempre fatto così. Ma è “etico”riprendere la voce del cantautore, che nel frattempo è passato a miglior vita, e appiccicarla sopra un tappeto orchestrale che stravolge le atmosfere originali dei brani in questione, trasformandole in piccoli musical alla Lloyd Webber, levigati e classicheggianti? Nella sua carriera De Andrè si avvalse delle collaborazioni di ottimi arrangiatori: da Reverberi a Mark Harris, da Mauro Pagani a Piero Milesi (scomparso pochi giorni fa), che resero le sue composizioni ora ballate rarefatte, ora ricche di suoni etnici. Sopportò le polemiche, anche aspre, dei soliti critici talebani d’elite che criticarono la sua scelta di affidare alla P.F.M. la nuova vita dei suoi successi in veste rock.

 

 

Ma era una sua responsabilità, di un artista vivo, che dava ragione delle sue decisioni. La “London” guidata da Westley, invece, si impone sopra la stessa voce, ora profonda, ora sussurata, di De Andrè, realizzando pieni orchestrali che affondano in suoni tronfi i testi malinconici e drammatici, in alcuni casi imploranti preghiere a un Dio anarchico, riducendoli a straniante retorica, strappandoli alla loro verve rivoluzionaria, senza che Faber possa dolersene. E qui si pone la “questione etica” precedentemente accennata: è giusto abusare, forzare e alla fine stravolgere in modo così evidente canzoni che abbiamo imparato ad amare con arrangiamenti ben diversi, organici al testo; strutture orchestrali ben diverse dalla “cura Westley”?

Non basta affermare che questo lavoro è in realtà un tributo a un grande artista della musica d’autore italiana, non basta pensare che al progetto ha partecipato attivamente Dori Ghezzi, la compagna di De Andrè che condivise con lui i giorni del sequestro nelle grotte sarde. La questione è sempre lì: è “etico” usare la voce di un artista che non potrà in alcun modo giudicarne il risultato? Non si rischia di strumentalizzare a fini commerciali la sua arte? Forse ha ragione la vedova di Lucio Battisti, che agisce per vie legali ogni qualvolta qualcuno si impossessa delle composizioni del grande cantautore, per affermare se stesso. La domanda vera e sincera è una: fin dove si può spingere il “mercato del caro estinto”?

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