Ddl Cirinnà e utero in affitto. Il mercato ha bisogno di noi

Si gioca una partita epocale. È la corsa a mettere a reddito l’ultimo bene rimasto finora indisponibile: la vita umana. Scene da un «incontro fra dittatura e civiltà consumistica»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

prague-077

Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Alessia, 24 anni, e Davide, 19, si sono giurati amore eterno nel comune di Orbetello (Grosseto). Un matrimonio come tanti se non fosse che il cerimoniere quando ha interpellato gli sposi ha chiamato Alessio lei e Valentina lui. Entrambi hanno rifiutato il sesso originale, seguendo un percorso di cure ormonali e visite psichiatriche. Ora hanno avviato le pratiche a Kiev per avere un figlio con la pratica dell’utero in affitto» (fotonotizia del Corriere della Sera, pagina 9, 7 febbraio 2016)

Domenica scorsa una coppia transessuale si è sposata con rito civile in un comune in provincia di Grosseto e ha annunciato di avere già avviato la pratica di adozione di un bambino concepito con la pratica dell’utero in affitto di una donna ucraina. Succede in Italia, Paese dove, come dicono Renzi e la sua truppa pro ddl Cirinnà, «mentono sapendo di mentire quelli che agitano i fantasmi del matrimonio gay e dell’utero in affitto». Infatti, Orbetello non è in Italia. Quindi, prima ancora che entri in vigore una qualsiasi legge che regoli in un modo o nell’altro la questione delle “unioni civili”, i militanti Lgbt procedono nell’opera di imposizione della loro agenda. E tutto tace. E per primo tace (e acconsente) il Quarto Potere. Famoso cane da guardia della democrazia e della legalità.

Nel frattempo capitano altre cose che raccontano bene il clima vigente. Tipo, un presidente della Società italiana di pediatria che viene preso a pantofolate e in 24 ore si rimangia il solo dubbio che un bambino possa crescere bene con due genitori dello stesso sesso. Un sacerdote viene linciato mediaticamente per aver suggerito alla Cirinnà di guardare avanti, molto avanti, con parole grezze, ma vere (tutti dovremmo ricordare che un giorno, al nostro “funerale”, Dio dirà l’ultima parola sui nostri atti). E addirittura l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica dalle cui informazioni dipendono atti e procedure dello Stato, per non smentire i numeri accreditati dall’Arcigay ai giornali, smentisce l’attendibilità delle proprie rilevazioni. Perché questo disastro ideologico nell’ultimo paese occidentale che resiste al matrimonio e alle adozioni gay?

Perché intorno alla questione dei “diritti gay”, intesi come accesso al matrimonio e quindi all’adozione dei bambini, si gioca una partita storica. La partita che punta a mettere a reddito l’ultimo patrimonio fino ad oggi rimasto indisponibile: la vita umana. Non a caso il termine marxista di “proletario” indicava l’individuo appartenente a una classe priva di ogni proprietà e mezzo di produzione. L’uomo e la donna che non hanno altre “catene da perdere” – non hanno altro bene su cui contare – che i propri corpi e la prole, i figli. Siamo oggi entrati nell’epoca dell’asservimento e mercificazione dell’“uomo proletario” da parte dell’“uomo borghese”? È così. Come ha osservato la fondatrice del movimento lesbico francese Marie-Josèphe Bonnet al convegno di Parigi del 2 febbraio scorso, «siamo passati da un patriarcato familiare a un patriarcato tecnicista. L’impotenza spirituale delle società occidentali, che non credono più in niente, ha facilitato la fuga in avanti della tecnica. Ormai il mondo crede solo nei soldi e nella tecnica».

Le forze in gioco
Questo servaggio e questa riduzione a merce riguardano soprattutto le donne. Come è evidente nella pratica della cosiddetta “maternità surrogata”, abbondantemente utilizzata anche da coppie italiane. Come dimostra la notizia con cui abbiamo aperto questo articolo. E come dimostrano le centinaia di “famiglie” omogenitoriali che premono sui tribunali e, leggi o non leggi, esigono riconoscimento giuridico. Sergio Lo Giudice può ben dire che la legge Cirinnà non prevede l’utero in affitto. Ovviamente, mente sapendo di mentire. È noto infatti che basta volare in Spagna, in India o in California, pagare 100 mila dollari all’organizzazione che procura i cataloghi delle donne e dei bambini à la carte (come ha fatto Lo Giudice) e tornare in Italia (come hanno fatto decine di Lo Giudice) con un bambino in braccio che ti legittima come “famiglia arcobaleno”. Bene, hanno denunciato le femministe parigine, questa cosa non si chiama “famiglia arcobaleno”. Si chiama schiavitù delle donne e dei bambini.

Melissa Cook, americana: «Alcuni affermano che essere madre surrogata è come fare la ballerina. Ma è falso. L’utero in affitto è semplicemente la vendita e l’acquisto di carne umana». Kajsa Ekis Ekman, svedese: «La maternità surrogata etica semplicemente non esiste». La Bonnet: «I bambini sono esseri umani, non possono in ogni caso essere prodotto di scambio. Non si può regalare un bambino. Così si uccide la madre e questa è “LA” regressione per eccellenza. L’utero in affitto è prima di tutto la distruzione della madre».

Dopo di che, davanti a una propaganda martellante, tesa a derubricare i dissidenti a marmaglia omofoba, cristianista e oscurantista, anche in Italia ora si delineano molto chiaramente le squadre in campo e le forze in gioco. Da una parte ci sono gli spiriti della laicità e dell’umanesimo (“tradizionali” come le lesbiche e femministe parigine?), le forze del mondo della vita e delle relazioni originarie che proteggono il mondo comune dalla sua naturale decadenza e dissoluzione nel disordine di Narciso. Dall’altra c’è la geometrica potenza di multinazionali, media e sistema di propaganda di massa che è guidato da élite e funzionari del neocapitalismo basato sulla tecnoscienza. I quali confondono l’opinione pubblica col rullo compressore di parole nobili e di apparente logica irresistibile. “Progresso”. “Siamo il fanalino di coda dell’Europa”. “Dobbiamo colmare un ritardo”. “La società è avanti”. “Il costume è cambiato”. Cosa potresti obiettare se le cose stessero effettivamente come suggeriscono queste frasi fatte? Ma le cose non stanno affatto così.

Dietro parole che descrivono un processo che deve apparire irresistibile per chi le pronuncia e ineluttabile per chi le ascolta, non c’è nessuna Divinità, nessun Demiurgo che soprassiede al cammino della storia. C’è, invece, in questa storia, l’apparato giuridico-politico-industriale della prima superpotenza mondiale. Il novello Prometeo vola con le ali di Apple, Amazon, Google, Facebook. Che, come ha ben raccontato una recente copertina de l’Espresso, sono i “cannibali” dell’attuale fase dell’economia globale, «dominano il mercato mondiale» e «nell’arco di un decennio sono diventate macchine da soldi, i cui capi guadagnano fino a sette miliardi in un’ora e si mangiano il resto dell’economia». Non a caso, le “quattro sorelle” sono anche i veicoli della nuova Bibbia obamiana (oltre che, ovviamente, le madrine finanziarie delle campagne elettorali democratiche, ieri di Obama oggi della Clinton).

Insomma, occorreva trovare un “logo” affascinante e una grande “buona causa” per ripulire l’immagine internazionale dell’America “guerrafondaia”, depistare l’opinione pubblica dalla bomba atomica dei “titoli spazzatura” sganciata sull’economia mondiale, scatenare la rivoluzione digitale con il mito delle “primavere arabe” (lato Twitter e Facebook) e il commercio di carne umana (lato Google e Amazon). Qualche spin doctor di Obama deve avere aperto il romanzo di Anthony Burgess Il seme inquieto (curiosamente mai ristampato nell’ultimo ventennio) e trovato quel segmento infinitesimale di popolazione che poteva essere utilizzato, suo malgrado, come apripista del Mondo Nuovo.

E così, esattamente un secolo dopo la presa del “Palazzo d’Inverno”, la “rivoluzione” è sbarcata dalle parti di Google. Non c’è più bisogno di fucili e cannoni. Oggi la rivoluzione si fa con la Rete. Per gli ingegneri di Google (così come per i nostri laqualunque a Cinquestelle che volenterosamente collaborano alla “rivoluzione americana” del postumano in Rete) la “singolarità” è una filosofia messianica che preconizza un futuro in cui l’uomo e la macchina si fonderanno per dare vita a una nuova, più perfetta creatura. Questa è l’utopia.

La resistenza viene da est
Non a caso la resistenza viene oggi dalla Russia (sotto attacco “arcobaleno” già dalle olimpiadi di Sochi) e dai paesi ex satelliti Urss. Per chi ha fatto per primo esperienza del sistema totalitario, come ha testimoniato al Family Day di Roma Zeljka Markic (donna che ha guidato la rivolta democratica in Croazia e Slovenia, dove i cittadini hanno cancellato per via referendaria le leggi sul matrimonio e le adozioni gay approvate dai rispettivi governi), è chiaro che lo scardinamento dell’alleanza uomo-donna e la neutralizzazione dell’identità umana sono ispirati da un’ideologia totalitaria analoga a quella che da Mosca è volata in Europa e a Washington. Tant’è che, intuita l’antifona, tocca addirittura al Financial Times e alla firma più prestigiosa del principale organo del capitalismo finanziario, Martin Wolf, mettere sul chi va là l’establishment Europa-Usa. «Senza dubbio negli Stati Uniti, ma anche in Europa, le élite sono sempre più isolate, il popolo non si sente più rappresentato» (Repubblica, 7 febbario 2016).

Filiere di embrioni umani brevettati; preparativi di clonazione; eugenetica per rispondere alla richiesta di carne bella e sana, esseri umani imperfetti avviati alla macelleria o alla catena industriale biologica che, buttato l’essere imperfetto, ne cannibalizza le parti all’uopo di fornire pezzi di ricambio alla domanda di “qualità della vita”… Tutto ciò rappresenta un “già” e un “non ancora” che, improvvisamente, potrebbe essere messo a repentaglio dalla dissidenza di una Zeljka Markic e di un popolo stile Family Day.

La spensieratezza dei gregari
Quanto sta accadendo oggi anche in Italia, quanto si è messo in movimento nell’ultimo ventennio in Occidente e che papa Ratzinger ha interpretato al meglio osservando il moto di qua e di là dell’Occidente, nelle sue due principali correnti nichiliste che si incrociano contendendosi il mondo, lo aveva già intuito quasi quarant’anni or sono tale Václav Havel. Un dissidente e, a partire dal 1991, presidente della libera Repubblica Ceca, scomparso nel 2011.

Era il 1979, ed era l’anno in cui il totalitarismo comunista toccava vertici che non registrava dall’epoca della repressione con i carri armati sovietici della cosiddetta “primavera di Praga”. Ebbene, invece di pensare ai propri guai (nel ’79 sopravviveva come aveva già fatto per tanti anni, in condizioni sociali da paria, tra prigione e lavori degradanti), Havel scriveva e metteva in guardia noi, dal nostro destino. Ecco le sue parole, tratte da Il potere dei senza potere, saggio scritto da sotto il regime più poliziesco dell’Est europeo («in ogni condominio c’era un poliziotto e su ogni pianerottolo c’era una spia», ci disse nel novembre 1989 a Praga, durante la “rivoluzione di velluto”, quando ci firmò e ci fece la dedica sulla copertina di questo suo saggio Cseo, editore dei soliti cattolici ciellini).

«In ogni uomo ovviamente la vita è presente nelle sue inclinazioni naturali: c’è in ognuno un pizzico di desiderio di una propria dignità umana, di un’integrità morale, di una libera esperienza dell’esistere, della trascendenza del “mondo dell’essere”: al tempo stesso però ognuno è più o meno capace di rassegnarsi alla “vita nella menzogna”, c’è in ognuno un pizzico di compiacimento nel confondersi tra la massa anonima e nell’adagiarsi comodamente sul letto della vita inautentica.

«Da tempo quindi non si tratta del conflitto di due identità. Si tratta di qualcosa di peggio: di una crisi dell’identità stessa. Molto semplicemente si potrebbe dire che il sistema post-totalitario è nato sul terreno dello storico incontro fra dittatura e civiltà consumistica. Questo vasto adattamento alla “vita nella menzogna” e la così facile diffusione dell’“auto totalitarismo” sociale non corrispondono forse alla generale ripugnanza dell’uomo della società dei consumi a sacrificare qualcosa delle sue sicurezze materiali in nome della propria integrità spirituale e morale? Non corrispondono forse al suo rinunciare volentieri a un “significato supremo” davanti agli allettamenti epidermici della civiltà moderna? Al suo cedere alla lusinga di godere la spensieratezza dei gregari? Infine, il grigiore e lo squallore della vita nel sistema post-totalitario non sono proprio la caricatura della vita moderna in genere e non siamo noi in realtà una specie di memento per l’Occidente, che gli svela il suo latente destino?».


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •