Danimarca, linea soft per i terroristi tornati dalla Siria: niente prigione ma posti di lavoro. Anche se sognano ancora il Califfato

La città di Aarhus offre percorsi di studio e occupazione agli ex jihadisti. La terapia è facoltativa. Il sindaco: «Non possiamo cambiare il loro modo di pensare»

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isis-stato-islamico«In Danimarca nemmeno un combattente tornato dalla Siria è stato arrestato. Al contrario, ritenendo che la discriminazione spinga i musulmani ad arruolarsi nell’Isis, vengono forniti ai rimpatriati consulenze psicologiche gratuite, posti di lavoro, iscrizioni all’università e nelle scuole». Lo scrivono Anthony Faiola e Souad Mekhennet in un reportage apparso domenica sul Washington Post, avvertendo che «alcuni progressisti si augurano che il modello sia esportato in altri paesi europei e negli Stati Uniti».
Il modello danese ha preso piede ad Aarhus, città portuale danese che si affaccia sul Kattegat: qui, spiegano i cronisti del Washington Post, gli jihadisti sono «liberi di circolare per le strade». Il quotidiano americano racconta la storia di uno di loro, Talha (nome di fantasia), un musulmano di 21 anni, tornato lo scorso ottobre dalla Siria, dove ha combattuto per nove mesi. «Intabarrato in un costume del deserto, e con una lunga barba, Talha viene salutato dagli islamici del posto come un eroe».

«ISIS FA BUONE COSE». «Non potevo starmene comodo in Danimarca mentre centinaia di miei fratelli musulmani morivano», racconta il giovane islamista al Washington Post. Per questo, dopo averne discusso con gli amici, Talha è partito per la Siria, dove è stato prima nel 2012 e poi di nuovo nel 2013. Ad Aleppo ha combattuto per una brigata affiliata ad al Qaeda. Quando è tornato in Danimarca, lo scorso ottobre, al posto di essere arrestato, «gli è stato offerto un programma finanziato dai contribuenti per entrare nella scuola di ingegneria». L’ex miliziano del Califfo lo ha accettato, ma «ha scelto di saltare le sessioni di terapia perché sostiene di non averne bisogno». La terapia è infatti facoltativa. «Non faccio alcun danno tornando in Danimarca», sostiene Talha, che si lamenta piuttosto del «crescente sentimento anti-islamico nei media e nel governo nazionale»: è un atteggiamento che «non aiuta», dice al Washington Post.
Il giovane jihadista sogna ancora di «vivere in un califfato mediorientale». Da quando aveva 16 anni, Talha ha abbandonato il «mondo dominato dal vizio secolare: i party, l’alcol, le ragazze danesi». «Quello è il mio passato, non è il mio presente», spiega al quotidiano. E aggiunge, in difesa degli islamisti siriani: «Non dovete credere a ogni cosa sentite sullo Stato islamico. Ha fatto cattive cose, ma anche buone cose».

isil-video-propagandaINTEGRARE I JIHADISTI. Il jihadismo danese fiorisce, come in altre parti d’Europa, tra la miseria e la criminalità dei ghetti islamici. «Molti dei combattenti occidentali di Isis – nota il Washington Post – sono giovani uomini come Talha, tra i 16 e i 28 anni. Alcuni sono ex criminali e altri membri di gang che hanno recentemente scoperto quello che chiamano “il vero islam”. Molti vengono da famiglie di musulmani moderati e in molti casi sono figli di genitori divorziati».
«Questi giovani hanno abbracciato la religione in un momento difficile delle loro vite», dice al Washington Post il sindaco di Aarhus, Jacob Bundsgaard, difendendo il modello di integrazione danese. «Si relazionano con domande esistenziali su come combattere per quello che credono. Non possiamo far passare una legislazione che cambi il loro modo di pensare e di sentire. Possiamo solo mostrare loro la nostra sincerità sull’integrazione, sul dialogo».

LA MOSCHEA. In questo sforzo di integrazione, le autorità cittadine si coordinano con gli imam della locale moschea di Grimhojvej, la stessa frequentata da Talha e da altri 30 estremisti partiti per la Siria. La moschea è accusata fin dal 2008 di essere un ricettacolo di fondamentalisti. Accuse alle quali il presidente del centro, Oussama el-Saadi, risponde che i fedeli della moschea, se sono colpevoli di qualcosa, è semplicemente di essere «credenti devoti». «Abbiamo il diritto alla nostra fede», spiega al Washington Post.
La moschea, conclude il quotidiano americano, «sostiene apertamente un califfato in Medio Oriente, si rifiuta di denunciare lo Stato islamico e avverte che la recente decisione della Danimarca di aderire alla coalizione guidata dagli Stati Uniti contro il gruppo militante può solo soffiare sul fuoco del terrorismo interno».

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