Dai e dai a fare il cattivo, finirà che gli daranno il Nobel per la Pace

Pasticcione, fornicatore, lunatico. Eppure l’incontro tra le due Coree è merito suo. E ora anche alcuni intellettuali iniziano a guardarlo con occhi diversi

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Il nostro titolo è una provocazione, ma non troppo. Dopo il riavvicinamento tra le due Coree, ad averlo indicato come meritevole del Premio Nobel per la Pace sono state, di recente, sempre più persone. La più importante, per autorevolezza e ruolo, è stata certamente il presidente Moon Jae-in – un politico che, per stile, è agli antipodi del pittoresco americano –, che, dopo il profluvio di complimenti per l’incontro con Kim Jong-un, ha detto: «È il presidente Trump che dovrebbe ricevere il Nobel per la Pace».
La stessa cosa è stata detta dal politologo progressista Ian Bremmer a Repubblica:

«L’enorme rischio preso da Trump sulla Nord Corea ha rotto lo sterile status quo che si sono trascinate per anni le precedenti amministrazioni americane (…) Potessi votare per il Nobel per la Pace oggi di certo darei la mia 
preferenza a Trump».

È la tipica strategia di Trump: forzare la mano per cercare un accordo. Lo ha fatto in Siria, lo ha fatto con i dazi contro la Cina, lo ha fatto spostando l’ambasciata americana a Gerusalemme. Mosse spericolate, spesso al limite dall’incoscienza, ma che – è innegabile – sortiscono degli effetti e smuovono le acque.
A Trump il Nobel? Un altro che ha pensato l’impensabile è il celebre scrittore Gay Talese, inventore del New Journalism: «Se fa la pace in Corea, magari vince anche il Nobel» ha detto al Secolo XIX.
CAMBIO DI NARRAZIONE. Se sia possibile o meno che il presidente più pirotecnico, meno prevedibile, più pasticcione e lunatico che la storia americana abbia conosciuto, possa ottenere o meno il premio, ancora nessuno riesce a crederci. Eppure, al di là del Nobel, è interessante registrare un certo “ripensamento” della figura di Trump che da zelig indecifrabile sta iniziando a essere decrittato anche in alcuni ambienti intellettuali americani. Non che la “narrazione” sia totalmente cambiata: ancora c’è chi lo dipinge come il Male Assoluto, ma, almeno qua e là, qualche giudizio un po’ più elaborato che non il rude sberleffo o la semplice caricatura s’incomincia a intravederlo.
IL PRESIDENTE FORNICATORE. Prendete sempre Gay Talese, ad esempio. Posto che a parlare è uno scrittore che «non condivide dove [Trump] sta portando il Paese», tuttavia anch’egli non può non vedere come «l’America stia vivendo una fase di ipocrisia che ha pochi precedenti nella sua storia». Tutta colpa degli intellettuali e dei giornalisti che non riescono a comprendere Trump perché egli «incarna tutto ciò che i giornalisti cresciuti nel privilegio e nel culto della correttezza politica disprezzano, e quindi non riescono a vedere». Perché

«chi lavora nei media ha studiato nelle università d’élite, fa l’avvocato a Washington, non ha la minima idea di come sia il mondo reale. Loro erano affezionati al professore di decoro Barack Obama, che aveva trasformato la Casa Banca in una classe di Harvard. Presidente ideale, padre ideale, che aveva scelto di essere nero, perché era nato da una donna bianca ma aveva deciso di sposare una nera. Intelligente, anche lei laureata a Princeton. Ora invece si ritrovano un presidente “redneck” e fornicatore».

Trump – dice Talese – è «un uomo egotistico e rude. Non di strada, ma che viene dalla strada. Dai cantieri edili di suo padre, dove gli operai sudano, imprecano e guardano le donne. (…) Una figura favolosamente fallace. Uno sfacciato newyorchese [che] viene da un mondo di costruttori, ruffiani, fornicatori. Intorno a lui è nata un’industria di odiatori, oscuri giornalisti diventati celebrità. Lo criticano ma è la loro fortuna. Senza di lui avrebbero il blocco dello scrittore».
Per Talese Trump è «il primo presidente che ha accettato di vedere il leader nordcoreano, ha tagliato le tasse, sta realizzando cose significative. Nonostante debba combattere ogni giorno con chi vuole distruggerlo. Forse non si aspettava di vincere, ma ora che ha vinto sta facendo quello che aveva promesso».
TUTTI CON LUI. Ancora più interessante è l’intervista realizzata da Mattia Ferraresi sul Foglio a David Brooks, celebre opinionista conservatore del New York Times, che inizia con un aneddoto significativo:

«Ero ferocemente contrario a Trump, e pensavo che a forza di scandali, di bugie e di imbarazzi la sua popolarità sarebbe calata presso i repubblicani. Non è andata così. Il sostegno fra i conservatori è all’89 per cento, il più alto di sempre. Ero di recente a un evento importante con un gruppo di finanziatori repubblicani, gente che muove soldi veri. Due anni fa questi erano tutti contro Trump; un anno fa erano ambivalenti; adesso sono tutti con lui. In minima parte è per via dei tagli alle tasse, ma la cosa importante è che lo concepiscono come il loro uomo. È il capo del partito, non è stato un disastro come temevano e hanno deciso di sostenerlo. Finora è stato molto più stabile e resistente di quanto avessi mai potuto immaginare».

Per Brooks «Trump è un re, non è un presidente» e ha saputo, alla sua maniera, calamitare intorno a sé consenso, voti, simpatie, addirittura “potere”. Come dice l’opinionista del New York Times:

«Trump ora è l’establishment. Si pensava che il Partito repubblicano sarebbe sopravvissuto nella misura in cui fosse rimasto saldo sul libero mercato e sul commercio. Ma quel partito, quello in cui sono cresciuto quand’ero al Wall Street Journal, non esiste più. E non ritornerà. Non è che l’establishment si è improvvisamente volatilizzato e lui intanto twitta in libertà: lui è l’establishment, cioè incarna ciò in cui il partito crede»

Insomma, qualcosa, anche nei salotti e fra le élite più avvedute si muove. Non sono più soltanto personaggi sui generis a guardare con occhi non ideologici Trump, ma anche chi è nauseato da quella correttezza politica che tutto ammorba e livella. Trump – con tuti i suoi difetti, con tutte le sue amanti pin-up, con tutte le sue idiosincrasie – è la bomba che libera da questa cappa di cemento.
Come, da tempo e già dalla campagna elettorale, aveva capito un’altra anti-trumpiana dalla prosa luccicante, Camille Paglia:

«Da tempo prevedevo la vittoria di Trump. Era rozzo, disinformato, ma anche intuitivo, esuberante. È sostenuto da mezzo paese, e comunque la democrazia americana non può permettersi di oltraggiare quella metà, dicendo che i votanti di Trump sono tutti razzisti e sessisti. Su alcune cose concordo. Ad esempio sono stata anti-Meryl Streep per 30 anni, e lui l’ha definita una attrice “sopravvalutata”».

Quindi, follia per follia, è proprio così assurdo pensare che un giorno Trump riceverà il Nobel? D’altronde, se a Obama l’hanno dato senza aver fatto niente, perché non dovrebbero darlo a chi qualcosa s’arrischia a tentarla?
Foto Ansa

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