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Trump non è diventato pazzo. Dazi per frenare la Cina

marzo 12, 2018 Rodolfo Casadei

Il tempo della cooperazione economica è finito, ricomincia la lotta per l’egemonia. Qual è la strategia del presidente americano

Distratti dalla retorica di Donald Trump sulle guerre commerciali facili da vincere, i critici della decisione del presidente americano di istituire forti dazi sulle importazioni di acciaio e di alluminio negli Usa sembrano non aver colto la dimensione di svolta strategica della nuova politica americana nei confronti della Cina. Lo strumento scelto da Trump può senz’altro rivelarsi inadeguato allo scopo e infarcito di effetti collaterali negativi, ma è in ogni caso il primo tassello di un puzzle che solo incidentalmente ha a che fare con questioni di riequilibrio dell’import e dell’export, mentre il suo vero oggetto è la competizione per l’egemonia globale. E credo di non sbagliarmi quando penso che i successori dell’attuale presidente, democratici o repubblicani non importa, proseguiranno sulla strada che lui ha fatto imboccare agli Usa in questi giorni.

I critici della mossa protezionista trumpiana formulano sostanzialmente tre obiezioni.

La prima è che essa danneggia l’economia americana anziché proteggerla: i lavoratori del settore siderurgico negli Stati Uniti sono solo 140 mila, mentre gli addetti di industrie che utilizzano l’acciaio per le loro produzioni sono 17 milioni. I dazi aumenteranno i costi di produzione di queste industrie, e di conseguenza renderanno meno competitive le loro merci sul mercato mondiale.

La seconda obiezione riguarda l’impatto dei dazi sugli interessi cinesi: la quantità di acciaio che la Cina esporta negli Usa rappresenta appena lo 0,2 per cento di tutto l’acciaio che produce annualmente (e il 2 per cento di tutto l’acciaio importato dagli Stati Uniti). Poco più importante è la quota di mercato cinese dell’alluminio: la Cina è il quarto fornitore degli Usa per questa materia prima, per un valore di 3,1 miliardi di dollari; cifra modesta anche questa quando si pensa che il valore totale dell’export di Pechino negli Stati Uniti nel 2016 è stato di 462,6 miliardi di dollari.

I dazi di Trump causano alla Cina poco più di un graffio, mentre – e questa è la terza obiezione – provocano seri danni alle economie dei paesi alleati degli Stati Uniti. Canada, Messico e Australia sono stati esentati dall’imposizione tariffaria, ma i paesi della Ue quasi tutti membri anche della Nato e paesi asiatici come Giappone, Corea del Sud e Taiwan (i primi due ospitano pure basi militari americane sul loro territorio) vengono colpiti, alcuni molto seriamente. L’Unione Europea nel suo complesso è il primo fornitore di acciaio degli Usa (21,4 per cento del totale), la Corea del Sud da sola rappresenta quasi il 10 per cento dell’import americano di acciaio.

Le obiezioni sono tutte fondate, ma non arrivano al succo della questione. Che è il seguente. L’Occidente ha aperto le porte del commercio e della finanza internazionali alla Cina, governata da un partito comunista e armata di bombe atomiche, nella convinzione che il suo sviluppo economico avrebbe prodotto crescita sociale e che la crescita sociale avrebbe prodotto la liberalizzazione e la democratizzazione del suo sistema politico. Ha chiuso un occhio sul dirigismo economico, sugli aiuti di Stato alle aziende, sul dumping sull’export e nel 2001 ha aperto del tutto prematuramente le porte del Wto a Pechino, nella convinzione di poterla integrare al sistema dell’economia di mercato globalizzata e in questo modo disinnescare il suo potenziale come rivale globale.

All’inizio del suo primo mandato rivolgendosi ai cinesi Barack Obama dichiarò che gli Stati Uniti non avevano paura di una Cina potente, anzi ne erano contenti. Uno-due decenni dopo la situazione che si è creata è sotto gli occhi di tutti: non che diventare più liberale e più democratica, la Cina ha irrigidito il suo sistema di controllo tirannico della società e di censura dei media; il partito comunista è saldamente al comando senza rivali e ha trasformato il suo attuale leader, Xi Jinping, in una sorta di presidente a vita. L’enorme ricchezza accumulata grazie agli scambi commerciali e finanziari e l’ipercentralizzazione del potere dello Stato sono ora al servizio di un progetto di leadership globale che rappresenta una sfida diretta all’egemonia degli Stati Uniti e al primato dell’Occidente.

In un decennio la Cina ha più che raddoppiato la sua spesa militare, passando dai 103 miliardi di dollari del 2007 ai 215 del 2016. La spesa militare degli Usa invece ha toccato il suo picco storico nel 2010 con 758,8 miliardi di dollari poi è scesa e nel 2016 era di 611 miliardi. Ma già prima di avviare l’incremento della sua spesa militare, la Cina aveva esteso su tutta l’Africa sub-sahariana la sua influenza, senza sparare nemmeno un colpo di fucile e senza inviare truppe, ma solo offrendo alle sue aziende la copertura totale dello Stato per gli investimenti ad altissimo rischio nel continente nero che europei e americani non possono garantire alle loro imprese. Nello stesso momento l’Occidente inviava centinaia di migliaia di soldati, si svenava finanziariamente, perdeva prestigio e sacrificava inutilmente centinaia di migliaia di vite umane nella disastrosa campagna dell’Iraq. Nel 2008 la grande crisi finanziaria ed economica mondiale non è stata affatto mondiale: ha colpito l’Occidente che ne è stato l’epicentro, ma non ha nemmeno sfiorato la Cina. Pechino può vantare la maggior stabilità del suo sistema, mentre in Europa e negli Usa gli elettori, insofferenti e disillusi della politica mainstream che giudicano un tradimento dei princìpi democratici, premiano le forze populiste. Il sistema liberaldemocratico è in crisi, il suo modello è sempre meno attraente. Mentre i modelli autoritari – Cina, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Iran – mostrano una vitalità inaspettata.

Per Trump la diagnosi ormai è chiara: la Cina sfrutta le opportunità economiche che le sono state offerte non per democratizzarsi e liberalizzarsi, ma per diventare la superpotenza mondiale egemone, senza rinunciare all’autocrazia ma anzi facendo leva proprio su di essa, come una sorta di vantaggio comparato rispetto all’Occidente. Dunque non c’è che una strada: indebolire l’economia cinese e aumentare la propria spesa militare, ovvero quella dei propri alleati. I dazi su acciaio e alluminio non sono che il primo tassello di una gigantesca inversione di tendenza che prevede la parziale de-globalizzazione del sistema allo scopo di contenere l’ascesa cinese.

Trump ha esentato dai dazi Messico e Canada, oltre all’Australia, perché il secondo e la terza sono integrati al sistema militar-industriale americano e perché non è mai una buona politica destabilizzare i paesi con cui si confina, a meno che loro non stiano cercando di destabilizzare te. Ma soprattutto perché ha deciso di sostituire il paradigma multilaterale con quello bilaterale. Nella fisiologia normale della geopolitica, i grandi accordi multilaterali esistono per consolidare l’egemonia della o delle superpotenze dominanti. Nel caso del Wto, massima espressione istituzionale della globalizzazione commerciale, il multilateralismo si è mostrato disfunzionale rispetto agli interessi dell’egemone e funzionale a quelli di una potenza sfidante: la Cina. Col ritorno al bilateralismo gli Usa riguadagnano quote di potere cedute a Pechino negli ultimi sedici anni.

Nel mirino di Trump è finita anche l’Europa, ma non in vista di un neo-isolazionismo americano. Qui gli obiettivi sembrano essere due: costringere i grandi paesi europei membri della Nato a rivedere sostanziosamente al rialzo le loro spese militari e costringere la Germania a rinunciare alla politica del surplus permanente della bilancia commerciale, pervicacemente condotta da ben 11 anni a questa parte in violazione delle stesse regole europee senza che nessuna istituzione Ue o paese membro sia riuscito a ottenere un serio impegno da parte di Berlino a farla finita. Trump si mette nella condizione di esentare dai dazi su base bilaterale questo o quel paese che accetta di aumentare la spesa militare, e che nel caso della Germania accetta anche di importare di più dagli Usa e dagli altri paesi europei e di esportare di meno.

In Oriente la sua politica è ancora più rischiosa, ma non di meno razionale: i paesi asiatici alleati dell’Occidente o comunque non allineati a Pechino hanno contribuito in maniera decisiva al decollo del gigante cinese accettando di commerciare con esso alle condizioni che lui imponeva. Prima fra tutte quella di trasferire le loro tecnologie alla Cina se volevano avere accesso al suo mercato. Questo ora deve finire, e i dazi che colpiscono le esportazioni di acciaio e alluminio dei paesi asiatici diversi dalla Cina sono un segnale in questa direzione. L’Asia deve semplicemente commerciare di meno con la Cina, anche se questo significa minor ricchezza per i suoi stati, per evitare che quest’ultima continui a crescere e a diventare minacciosa. Già lo è diventata, come dimostrano le sue rivendicazioni di sovranità su isole e acque territoriali in tutta l’Asia. Mentre chiede questo ai paesi asiatici, Trump fa pulizia in casa sua: nel documento della Casa Bianca del dicembre scorso intitolato National Security Strategy, ha anticipato che nuova legislazione verrà approvata per estendere i poteri del Cfius, il Comitato sugli investimenti esteri negli Usa, in modo tale che possa agire tempestivamente sui tentativi di appropriazione delle innovazioni tecnologiche americane da parte di paesi terzi. La proprietà intellettuale americana sarà difesa con le unghie e coi denti dai tentativi cinesi di impossessarsene. Che questo sia stato messo nero su bianco nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale dice tutto.

Non a caso gli Stati Uniti si difenderanno dalle denunce in sede Wto da parte degli altri paesi che li accusano di avere violato le regole sulla libertà degli scambi con l’introduzione dei nuovi dazi, spiegando che proteggere l’esistenza dell’industria siderurgica americana nelle sue attuali dimensioni è una questione di sicurezza nazionale: se le fonderie diventano troppo poche a causa dell’egemonia dei paesi asiatici sul mercato internazionale dell’acciaio, gli Usa non potranno più produrre in autonomia le armi di cui avrebbero bisogno in caso di guerra. E si può scommettere che questa linea di difesa funzionerà, perché i regolamenti Wto considerano la sicurezza nazionale un valido motivo per derogare la piena libertà degli scambi commerciali.

È tutto chiaro: il tempo della cooperazione economica che permette a tutti di guadagnare (win-win cooperation) è finito, si torna alla lotta per l’egemonia che comporta meno ricchezza per tutti. Perché gli Usa non vogliono cedere il passo alla Cina.

Foto Ansa

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