Tra i cristiani iracheni fuggiti in Libano. L’odissea della famiglia Aziz

La persecuzione e la fuga di una famiglia caldea che è dovuta fuggire da Baghdad e che è stata aiutata dalla Chiesa libanese. Reportage da Beirut

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Sì, sarebbe bello che i cristiani smettessero di fuggire dai paesi del Medio Oriente, che le loro comunità in Iraq e Siria non continuassero a perdere massa alla velocità di un gelato esposto al sole. Siamo pronti a mandare aiuti umanitari per venire incontro ai loro bisogni materiali, a gemellare parrocchie e gruppi giovanili per incoraggiarli a continuare a testimoniare la loro fede in contesti tanto difficili. Ma provate a dirlo a Nabil Georges Aziz e ai cinque familiari che questo cristiano caldeo ha portato con sé in Libano da Baghdad: la moglie, due figli piccoli e gli anziani genitori. Dal 20 giugno scorso alloggiano in un appartamentino di due locali di Sid el Bauchrieh, quartiere di Beirut est, il cui affitto costa la modifica cifra di 500 dollari al mese, senza contare l’acqua e l’elettricità. I soldi per il momento ce li mette la generosa Chiesa caldea libanese. Nabil si è rivolto all’Alto commissariato Onu per i rifugiati per vedere riconosciuto lo status di profughi ai membri della sua famiglia e cercare di trasferirla negli Stati Uniti, dove vivono i genitori e una sorella della moglie Myrna.

Perché gli Aziz hanno lasciato Baghdad alla volta del limbo libanese, dove lo Stato li considera alla stregua di semplici turisti e quando il visto trimestrale scade dei clandestini che in qualunque momento potrebbero essere rimpatriati? Per la semplice ragione che tutta la famiglia ha rischiato la vita in tempi recenti, e alcuni di loro hanno pagato un conto salato. La prima a essersi salvata per un nonnulla dall’appuntamento fatale è la mamma di Nabil, che l’ultima domenica dell’ottobre 2010 stava recandosi a Messa nel posto sbagliato: la chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, quella del massacro di 53 cristiani da parte di terroristi mandati lì da Abu Bakr al-Baghdadi, che allora non era ancora califfo ma leader dell’organizzazione Stato islamico dell’Iraq. A salvarla fu il ritardo con cui uscì di casa: quando giunse nei pressi della chiesa nel quartiere di Kharrada, dove allora la famiglia abitava, già si udivano colpi di arma da fuoco. Fece dietrofront e poi seppe quello che stava succedendo quando arrivò a casa e accese la tivù.

cristiani-rigugiati-libano-01Al padre di Nabil è andata peggio: a causa del terrorismo ha perso una gamba. Il 17 aprile dell’anno scorso un’autobomba è esplosa in mezzo ai negozi del quartiere di Kharrada, causando 22 morti e innumerevoli feriti. La famiglia non abitava più lì dal 2011 (si erano trasferiti a Ghedir), ma tornavano per fare la spesa e visitare amici. Quel giorno una scheggia si è piantata nella gamba destra di Latif, che è diabetico. Risultato: non è stato possibile curarla, l’amputazione è stata l’unica soluzione. Quel fatto ha sconvolto i due nipotini, un bambino e una bambina, Fadi e Myrna: per tre giorni non hanno dormito. «Da quasi due anni avevamo smesso di andare in chiesa perché temevamo un attacco», spiega Nabil. «Non ci aspettavamo un incidente del genere». Ma il destino ha continuato ad accanirsi contro la famiglia Aziz con episodi da brivido all’insegna della miscela di fortuna e sfortuna. Il 30 marzo scorso Lina, la moglie di Nabil, è tornata a Kharrada in compagnia della figlioletta per fare acquisti in un negozio di abbigliamento. Mentre entrava è stata investita da due uomini che hanno cercato di rapire la piccola Myrna. Per fortuna tutti e quattro sono caduti, la madre ha protetto la bambina col corpo, è arrivata gente e i due malintenzionati sono fuggiti, non senza derubare la signora del suo telefono cellulare. Ancora più drammatica l’avventura che Nabil e sua madre hanno vissuto fra il 10 e il 15 giugno scorsi. Alla porta di casa si sono presentati alcuni uomini armati di una milizia sciita anti-Isis. Con toni intimidatori gli hanno chiesto di unirsi a loro per combattere i terroristi. «Perdonatemi, ma io sono la sola fonte di reddito della mia famiglia», ha risposto Nabil, che fino a qualche settimana fa era dipendente del ministero dell’Agricoltura in qualità di agronomo. Se ne sono andati, ma cinque giorni dopo si sono ripresentati, più numerosi e più aggressivi. A un certo punto della discussione uno dei presenti ha puntato la sua arma contro la testa di Nabil: «Adesso basta, vieni con noi», gli ha intimato. Allora Soliah, la madre, si è gettata in ginocchio davanti ai miliziani, implorandoli di lasciare stare suo figlio. Solo dopo quel gesto plateale gli sciiti si sono decisi ad andarsene a mani vuote. Pochi giorni dopo tutta la famiglia ha lasciato l’Iraq alla volta del Libano. «Siamo cristiani, la nostra religione non ci insegna a uccidere gli altri, ma a praticare la carità», conclude Nabil. «Per questo siamo costretti ad andarcene. Nella mia via abitavano undici famiglie cristiane, adesso ne è rimasta una sola».

«In poco più di un anno sono arrivate qui dall’Iraq 1.200 famiglie caldee, che sono andate a sommarsi ai profughi cristiani iracheni degli anni passati ancora presenti sul nostro territorio. Oggi noi caldei libanesi, che contiamo in tutto duemila famiglie, assistiamo tremila famiglie di caldei iracheni in fuga e in attesa di sistemazione definitiva in Occidente». Chi parla così è monsignor Michel Kassarji, vescovo della piccola comunità caldea libanese. Da un decennio ormai Beirut è mèta di cristiani iracheni in fuga, vittime dell’insicurezza e delle persecuzioni a sfondo religioso innescate dalla caduta del regime di Saddam Hussein, al quale non è succeduta la democrazia ma il caos. La maggioranza di essi è composta da caldei, la principale delle denominazioni cristiane irachene. Quanti ne siano passati complessivamente attraverso il piccolo paese mediorientale nell’ultimo decennio non è facile da stabilire, ma una cosa è certa: dopo la caduta di Mosul nelle mani dell’Isis nel giugno dell’anno scorso e poi dopo la conquista di gran parte della piana di Ninive in agosto l’esodo è ripreso impetuoso, anche se le cifre restano molto lontane da quelle riguardanti i siriani, che da metà 2011 affluiscono in Libano e che oggi ammontano alla cifra pazzesca di 1,3 milioni, in un paese che di suo conta 3,5 milioni di abitanti. Anche fra loro si trovano alcune famiglie di rito caldeo.

Il 20 agosto entrerà in funzione una nuova opera sociale, un centro socio-assistenziale e pastorale in titolato a Nostra Signora della Misericordia nel quartiere di Sid el Bauchrieh, dove i profughi iracheni cristiani sono numerosi. Questa struttura va ad aggiungersi al centro socio-sanitario Saint Michel istituito nello stesso quartiere nel 2011, dove profughi iracheni e siriani e bisognosi di gruppi libanesi svantaggiati ricevono trattamenti sanitari a tariffe calmierate o gratuitamente. Entrambe le opere sono il risultato degli sforzi del vescovo monsignor Kassarji e dell’Associazione caritativa caldea in Libano, che hanno finanziato le iniziative e trovato benefattori nazionali e internazionali (la Provincia di Trento ha contribuito alla nascita del centro socio-sanitario con una donazione di 420 mila dollari). Il totale del contributo annuo della Chiesa caldea libanese al benessere dei fratelli di rito in fuga dall’Iraq (e in piccola percentuale dalla Siria) è cospicuo: 600 mila dollari di generi alimentari per 12 mila razioni complessive distribuite nel corso di un anno (con cadenza trimestrale); 875 mila dollari di borse di studio per 2.500 studenti (350 dollari a testa in media) che frequentano le scuole libanesi; 300 mila dollari di contribuzione a costi di assistenza sanitaria che né lo Stato libanese né gli enti internazionali coprono per bisogni che vanno da interventi chirurgici a esami di laboratorio, da radiografie a medicinali. E questo non è tutto. «Aiutiamo chi non è in grado di pagare i costosi affitti di Beirut fino a quando non trova un lavoro che gli permetta di mantenersi», spiega monsignor Kassarji. «Centinaia in questi anni hanno trovato un impiego grazie alla nostra intermediazione. Il ministro del Lavoro chiude un occhio: nessuno di loro ha un visto che gli permetta di lavorare in Libano, ma sarebbe folle costringere le persone a restare inattive e assisterle per anni. C’è gente che è qui dal 2002, e non ha ancora trovato una soluzione al suo problema. Chiediamo a tutti i cristiani del mondo di aiutarci ad aiutare questi fratelli perseguitati». Chi vuole condividere lo sforzo dei caldei libanesi in soccorso dei cristiani iracheni profughi troverà le indicazioni per bonifici bancari navigando il sito internet http://chaldeansoflebanon.org/.

Foto di Rodolfo Casadei