«Così i terroristi di Boko Haram hanno ucciso mio padre e mio fratello». La storia atroce di una ragazza di Chibok

Deborah Peters viveva in Nigeria, nello stesso paese delle 300 studentesse rapite da Boko Haram. Nel 2011 i jihadisti le assassinarono il padre, pastore protestante, e il fratello. «Stanno ancora cercando mia madre perché si è convertita al cristianesimo»

Quelle 300 ragazze che sono state rapite nella notte tra il 14 e il 15 aprile scorso da Boko Haram sono sue «sorelle»: le chiama così la 15enne Deborah Peters, che è nigeriana come loro e come loro viene da Chibok, la cittadina da cui le giovani mancano ormai quasi da un mese. La storia di Deborah è simile a quella delle studentesse della Government Girls Secondary School di cui tutto il mondo parla, e ieri l’ha raccontata davanti alla platea dell’Hudson Institute di Washington, dove è stata invitata per ricordare quanto le accadde 3 anni fa, offrendo un’immagine shoccante degli jihadisti africani che da quattro anni hanno dichiarato guerra alla Nigeria.

«DOV’È TUO PADRE?». Deborah era in casa con la sua famiglia la sera del 22 dicembre del 2011, quando un commando di Boko Haram assaltò la sua abitazione. «Erano le 7, io e mio fratello abbiamo iniziato a sentire dei colpi di pistola. Alle 7.30 tre uomini hanno bussato alla porta. Chiedevano: “Dov’è tuo padre?”». Era in bagno a fare la doccia: i terroristi islamici lo conoscevano perché era pastore di una chiesa protestante locale. Fecero irruzione in casa tra lo spavento dei due ragazzi: «Tirarono fuori dal bagno mio padre così com’era, e gli intimarono di rinnegare la sua fede».

TRE SPARI AL PETTO. L’uomo si trovò con un’arma puntata addosso, ma non intendeva cedere: «La sua risposta fu che avrebbe preferito morire piuttosto che andare all’inferno. Così gli hanno sparato tre volte al petto». Si commuove la ragazza a pensare a quei momenti, e all’ultimo fatale colpo di pistola che spararono in bocca al padre. Poi fu la volta del fratello, sulla cui sorte due uomini del commando discussero qualche istante: tenere in vita un ragazzo così piccolo o ucciderlo? «Se rimane in vita e cresce può diventare un pastore, come suo padre», fu la risposta che si diedero, decidendo così di uccidere anche lui.

LA CONVERSIONE DELLA MADRE. Nell’angoscia di quei momenti, Deborah fu fortunata: venne legata assieme ai due cadaveri e lasciata in casa. All’indomani, alcuni militari la liberarono, ricongiungendola alla madre che al momento dell’assalto era fortunatamente fuori casa. «Ero sotto shock», ricorda ancora oggi. «Mia mamma mi portò all’ospedale, dove rimasi quasi un mese. Da allora, spesso penso a quei momenti e grido con tutta me stessa. Mia mamma si spaventa e prega sempre per me, affinché queste angosce spariscano e io non ci pensi più».
Dal racconto della ragazza nigeriana emerge anche una delle verità più inquietanti su Boko Haram: spesso gli obiettivi delle loro azioni sono scelti in base all’appartenenza religiosa. Attaccarono la sua famiglia perché il padre di Deborah era pastore, volevano uccidere anche sua madre perché si era convertita dall’islam al cristianesimo: «La stanno ancora cercando per ucciderla». Doborah in seguito è scappata negli Stati Uniti, grazie all’aiuto di una associazione che aiuta i membri delle chiese perseguitate.