Cosa non si inventerebbe Repubblica per salvare Laura Boldrini

Pur di sminuire lo scandalo della colf e dell’assistente parlamentare bistrattate dalla paladina delle donne, il quotidiano romano non esita a derubricare a «nulla di serio» perfino il caso camici della Lombardia

Laura Boldrini

Cronache dalla quarantena bis / 13

Dunque ricapitoliamo. Laura Boldrini, la paladina delle donne e dei migranti, che tra l’altro viene dall’Onu, è giustamente una comunista giusta, ha uno stipendio da deputato e un cumulo di stipendi da ex presidente della Camera, non paga 3 mila euro di Tfr alla collaboratrice domestica.

Dopo di che, per ottenere la sua modesta liquidazione, la moldava, che non deve passarsela proprio come una dea delle Ong e ha fiducia nella sua padroncina paladina dei migranti, delle donne e delle povere donne, per ottenere il giusto – appunto, la modesta cifra di 3 mila euro, anzi «meno», si affossa la padroncina, «il calcolo era complicatissimo» – comincia una estenuante questua che finirà davanti ai patronati.

Una povera «donna sola»

Non bastando la moldava, la paladina delle donne e dei migranti utilizza la collaboratrice parlamentare – madre con figli, che guadagna 1.300 euro al mese, che deve pagarsi spese di trasferta e che parte alle 4 di mattina da Lodi per andare ad assistere e riverire la paladina a Roma – come assistente personale. «Ero assunta come collaboratrice parlamentare» e «pagata quindi dalla politica» ma «il mio ruolo era anche pagare gli stipendi alla colf, andarle a ritirare le giacche dal sarto, prenotare il parrucchiere, comprarle trucchi o pantaloni».

Insomma. Una montagna di contraddizioni viventi. Non ci credete? Avete ragione. Direi piuttosto quello che il presidente Mattarella ha detto di Dante: «Un esempio di coerenza».

Ecco, Laura Boldrini è proprio un esempio di Divina Commedia. O vogliamo dirlo col titolone spezza cuore di Repubblica? Piange il telefono e «la mia assistente mi prenotava il parrucchiere perché sono una donna sola». Voi capite come tutte le donne sole si siano immediatamente rispecchiate in una paladina delle donne, dei migranti ma anche dei poveri e delle donne povere così. «Un esempio di coerenza», direbbe Dante nel Convivio.

La sfida al pudore di Repubblica

Me lo diceva sempre la mia povera portinaia Maria, vedova. «Sono una donna sola, pulisco le scale del condominio, però ho una lavatrice moldava che mi fa risparmiare e una pentola a pressione di Lodi che mi cucina i fagioli come non li cucina neanche una negra del Botswana». Maria, ma tu sei razzista e non rispetti i diritti delle lavoratrici, le controbattevo io. «Vero», diceva lei, «ma io non sono mica la Boldrini, che è una specie di Teresa di Calcutta e sa come è dura la vita di noi portinaie e che ogni tanto ci imbriachiamo e diciamo cose razziste e senza diritto a riguardo dei black bloc matter coi pantaloni».

Coi pantaloni? No, cara la mia Maria, «coi pantaloni» non lo dici a me, lo dici a Filippo Ceccarelli, firma di punta di Repubblica, che dopo l’intervista che ci ha spezzato il cuore, giusto ieri è di nuovo tornato in campo per l’ennesima sfida al pudore – non parliamo di intelligenza, che quella no, ne riparliamo alla prossima gita del Fundador sulla Luna – in difesa sacra e sdegnata della Beatrice dei migranti e delle donne (oltre che naturalmente Teresa di Calcutta delle donne povere e sole).

«Nessuno parla di “scandalo”»

Basti questo capisaldo di Divina Commedia ceccarelliana per qualificare l’immensa coerenza repubblicona a sminuire un caso polifonico di maiuscola ipocrisia da andarsi a nascondere in Antartide e non fiatare più, per secoli e secoli, amen. Ecco il pensiero ceccarelliano che dalla Luna riflette il Sole della superiore coerenza morale repubblicona in difesa della solitudine della piccola fiammiferaia Boldrini.

«Per quanto sia triste, scocciante e ripetitivo interpretare ogni volta tali accadimenti secondo gli automatismi di una inesorabile rotolata giù per la china, è già significativo che da tempo quasi nessuno usi più la parola “scandalo”. Forse perché la credibilità del ceto politico è già troppo bassa; forse perché non succede mai nulla di serio – neanche quando pizzicano il cognato del governatore che fa magheggi con camici sanitari e mascherine».

In effetti è così, detto per inciso, come nelle conclusioni sospirose del Ceccarelli. Non ci sono più gli scandali di una volta. Nessuno si fila più i magheggi di Attilio Fontana che chissà che magia ha fatto per non farci mettere nemmeno un cent alla Lombardia sui camici.

A proposito di «nulla di serio»

E pensate un po’ che magia deve aver fatto il giornalista politicamente corretto per non essersi accorto dei 1.250 milioni di euro, 1,25 miliardi che ci vaccinavi l’Italia, spesi un centinaio di milioni per pagarci le provvigioni a un giornalista, a un trader di bibite, a due cinesi con il contrabbasso sulla strada ad aspettare un contratto da 634 milioni di euro, il resto non si sa come in mascherine buone e in mascherine tarocco, tutta roba dal sen fuggita del commissario del governo tanto amato da Repubblica.

Per dire come dice Ceccarelli che giù a Roma «non succede mai niente di serio», passa la polizia, che cosa fate qua, siamo tre cinesi parazumpappà, forse il ceto politico è già troppo basso e tu quoque la sua credibilità.

È quasi inimmaginabile la capacità di mentire a se stessi che hanno costoro. Lo confesso, mi è venuto spontaneo dire proprio così: mentono a se stessi con una capacità di mentire che va oltre ogni immaginazione. Sarà perché non hanno neanche uno specchio in redazione?

Foto Ansa