Corradi: l’urto del terremoto che dice “non siete padroni di niente”

“Questo ci ha sussurrato il terremoto ieri mattina: in realtà, diceva col suo pugno sulle nostre mura, non siete padroni di niente”.

Riportiamo stralci dell’editoriale di Marina Corradi su Avvenire.

“Operai sepolti sotto ai capannoni, cascine in macerie, chiese scoperchiate che mostrano al cielo un altare coperto di polvere. Sedici morti, duecento feriti, altri ottomila sfollati. Sembrano bombardati certi paesi attorno a Carpi e Mirandola. Gli elicotteri dei tg rimandano immagini aeree che ci riempiono di una strana inquietudine. Perché sembra così mansueta, così in pace la pianura che si allarga oltre Modena, così ordinata nelle strade diritte, nei filari di pioppi, nei verdi differenti delle colture che maturano, a fine maggio. Sembra, questa terra emiliana così docile, e perfettamente governata dagli uomini che in millenni l’hanno dissodata e disboscata, e resa fertile” (Avvenire, p. 1).

“Ma che cosa è stato ieri mattina, e poi di nuovo all”una? Il terremoto, l’abbiamo sentito bene questa volta in tutto il Nord. Quell’improvviso sussultare dei pavimenti, e lo strano battere delle imposte alle finestre, che pareva un bussare; non il bussare di un amico però, ma l’urto di un visitatore prepotente, di un brutale padrone. E abbiamo pensato: se è così qui a Milano, chissà com’è laggiù, sull’epicentro. E abbiamo pensato con pena all’Emilia, ai suoi paesi, alla sua gente” (Avvenire, p. 1).

“E più silenziosi che davanti a un tg come gli altri, dunque, restiamo a guardare, Quel prete morto nella sua chiesa, e gli immigrati che raccontano che avevano paura a tornare in fabbrica, ma, come si fa? Si rinuncia a un lavoro, in tempi come questi? E le povere cose che tracimano dai muri crollati, impolverate, confuse, già macerie che le benne delle ruspe solleveranno malamente, in una nuvola di polvere. Erano oggetti di una casa, telefoni, libri di scuola, e anche un trattore giocattolo, giallo; tutto, in un attimo, l’oscuro nemico ha trasfigurato. Sembrava così per sempre domata dagli uomini, quella terra. Fabbriche che anche nella crisi tengono duro, immigrati di Paesi lontani che fanno i turni di notte e balbettano il primo italiano. E piazze ordinate, col municipio da un lato e la chiesa dall’altro; e l’oratorio e il campetto da calcio, su cui generazioni di bambini di quel paese hanno giocato” (Avvenire, p. 10)

“Come appare inerme oggi questa povera fiera Emilia, che già si sforzava di ripartire. E come inermi ci siamo sentiti per un momento anche noi, che ci crediamo della nostra vita padroni. Questo ci ha sussurrato il terremoto ieri mattina: in realtà, diceva col suo pugno sulle nostre mura, non siete padroni di niente. E i treni dell’alta velocità sono ripartiti adagio, e anche nel metrò di Milano i convogli per qualche minuto hanno viaggiato lenti. Come cauti, e i passeggeri sopra inquieti. Ieri la gente di Milano e della grande pianura attorno per qualche minuto si è fermata; poi, rassicurata, è tornata in ufficio e in fabbrica, scherzando coi colleghi, sorridendo di quell’attimo stano. Quasi che per un momento avesse sospettato che nemmeno nei nostri nuovi audaci grattacieli, noi siamo padroni. Ma poi grazie a Dio il sussulto si è fermato, e ci è sembrato solo, quel pensiero, un’ombra, come un sogno – di quelli cui non diamo retta, al risveglio” (Avvenire, p. 10).