La vita eroica dei cristiani in Nord Corea: «Se volete uccidermi per Gesù, fate pure»

Testimonianze inedite sulla fede coltivata nel regime comunista tra inni muti e preghiere nascoste: «Mentre lo portavano via, gridò: “Dio vi salverà”. Non avevo mai visto un cristiano»

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Il cristianesimo sopravvive a fatica in Corea del Nord tra fedeli che si incontrano in segreto ogni domenica, pregano in incognito nei bagni e rifiutano a costo della vita di ripudiare la fede davanti alle autorità quando vengono arrestati. È il quadro che dipinge l’Associated Press mettendo insieme i racconti dei disertori fuggiti dal regime comunista.

ALMENO 400 MILA I CRISTIANI

Il governo afferma che in Corea del Nord, dove il diritto alla libertà religiosa non esiste, vivono 3.000 cristiani ma secondo stime più credibili sarebbero almeno 400 mila, di cui un numero imprecisato tra i 400 e i 10 mila cattolici. La maggior parte prega in casa o in piccoli gruppi: pochissimi si arrischiano a cercare di diffondere la fede. Chi viene scoperto anche solo a possedere una Bibbia o a pregare infatti, rischia la condanna al gulag o la pena capitale.

Una donna nordcoreana protestante, H.Y., scappata in Corea del Sud e che non vuole farsi identificare per paura di ritorsioni verso la sua famiglia che vive ancora al Nord, dichiara di avere convertito 10 persone, tra parenti e vicini di casa. «Volevo costruire una piccola chiesa in casa mia e gridare la mia fede più forte che potevo. Ci riunivamo e cantavamo gli inni in silenzio, limitandoci a muovere le labbra ma senza emettere un suono».

«SE VOLETE UCCIDERMI PERCHÉ CRISTIANA, FATELO PURE»

Arrestata durante un primo tentativo di fuggire dal paese, H.Y. è stata interrogata dai funzionari del regime sulla sua fede e ha negato di essere cristiana. In tanti rinnegano la fede, unico mezzo per continuare a vivere, come anche la donna rinchiusa in prigione e in un gulag che ha raccontato la sua incredibile esperienza a Tempi. Ma non tutti.

Kwak Jeong-ae, 65 anni, che dopo essere fuggita dal Nord vive a Seul, racconta di una sua compagna di cella che, nel 2004, parlò apertamente della sua fede alle guardie, «insistendo a farsi chiamare con il suo nome di battesimo, invece che col suo classico nome coreano. Continuava a dire: “Il mio nome è Hyun Sarah. È il nome che Dio e la mia chiesa mi hanno dato”. Mi ricordo che disse durante un interrogatorio: “Sono una figlia di Dio e non ho paura di morire. Se volete uccidermi per questo, fate pure: uccidetemi”». Hyun aveva solo 23 anni e Kwak ricorda di quella volta che tornò in cella con il naso che sanguinava copiosamente e con ferite ed ematomi su tutto il volto.

«DIO VI SALVERÀ»

Un’altra donna, che non vuole farsi riconoscere, racconta che osava pregare solo quando si trovava sotto le coperte o in bagno per il timore di essere arrestata. Un uomo, J.M., detenuto una prima volta dopo aver tentato la fuga in Cina, dove la maggior parte dei nordcoreani conosce il cristianesimo, descrive il modo in cui pregava silenziosamente nella sua cella. «C’era un’altra persona in cella con me e una volta mi diede da mangiare un po’ dei suoi preziosi chicchi di mais. Allora, scrivendo con l’indice sulla mia mano, gli dissi che ero cristiano e gli chiesi se lo era anche lui».

Jung Gwangil, fuggito dalla Corea del Nord e diventato un attivista, testimonia di aver conosciuto un uomo che durante un comune periodo di prigionia nel 1999, in una prigione della città di Hoeryong, pregava apertamente e cantava inni. «Lo picchiavano continuamente e un giorno lo portarono via. Mentre veniva trascinato, gridò agli altri detenuti: “Dio vi salverà!”. Non sapevo neanche che cosa fosse Dio prima di incontrare quell’uomo. Pensavo fosse pazzo, invece era cristiano».

Foto Ansa

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