Il grande bluff delle coppie di fatto: in Italia non convincono, sono poche e non fanno figli

Per anni ci hanno raccontato l’esplosione di coppie tanto moderne da non aver bisogno di mettersi la fede al dito. Invece i dati mostrano il contrario

Quasi quattordici milioni di coppie, di cui dodici milioni e 755 mila unite in matrimonio e un milione e 242 mila coppie di fatto, pari a poco meno del 9 per cento del totale: questo il macro-dato che riguarda le coppie di fatto in Italia. In pratica una su 11 non è sposata (il che equivale a dire che su 11 coppie, 10 sono sposate). Poche? Molte? Comunque la si metta una cosa è chiara: le coppie di fatto sono sì aumentate – non potevano non farlo alla luce del clamoroso calo dei matrimoni che dura da decenni – ma non hanno sfondato. Non in Italia, occorre aggiungere, perché in altri paesi le cose stanno un po’ diversamente e le coppie di fatto hanno conquistato una “quota di mercato” assai più alta di quella che sono state capaci di conquistare da noi.

È il censimento del 2011 che ci informa finalmente su questo tema. Lo fa in modo un tantino nascosto (i dati bisogna per così dire andarli a scovare, estrarre dagli intestini di quel corpaccione ch’è il data-base Istat) e poco articolato. Ma lo fa. E tanto basta per poter parlare, come stiamo facendo qui, senza muovere i passi nelle sabbie mobili del “si dice”. Il primo elemento che si ricava dai dati poteva in realtà essere previsto quasi a occhi chiusi, consistendo nella solita – non perché non sia interessante e significativa, ma in quanto immancabilmente ricorrente, quale che sia il fenomeno di cui si parla – divergenza Nord-Sud. Divergenza grande, però, assai più grande che per altre dinamiche. Nelle regioni del Sud – la ripartizione territoriale a più bassa densità di coppie di fatto – queste rappresentano infatti soltanto il 5,2 per cento del totale delle unioni mentre nel Nord-Est – la ripartizione territoriale a più alta densità di coppie di fatto – arrivano a rappresentare l’11,4 per cento del totale, più del doppio. Là una coppia di fatto ogni 20, qua una ogni 9. Fenomeno prevalentemente “nordista”, dunque. E prevalentemente cittadino. Meglio ancora: fenomeno di città, questo delle unioni di fatto. Cosicché si può stabilire, intanto, una prima e del resto piuttosto scontata correlazione: le coppie di fatto hanno attecchito maggiormente là dove i costumi sentimentali-amorosi, e pure sessuali, sono più liberi e disincantati e dove matrimonio e famiglia hanno subìto i colpi più duri.

Peggio dell’Europa
Vale la pena ricordare, a questo proposito, che in tutto il Nord il tasso di nuzialità sta scivolando addirittura sotto la soglia di 3 matrimoni all’anno ogni mille abitanti. E questo mentre in Europa siamo a un livello di nuzialità di almeno 4,5 matrimoni annui, oltre il 50 per cento in più. Il Nord Italia – anche il Nord-Ovest, non soltanto il Nord-Est – è in assoluto la regione d’Europa a più basso livello di nuzialità. Da nessun’altra parte lo sprofondo del matrimonio è stato più vertiginoso. Ma proprio per questo, proprio in relazione a questa continua discesa del matrimonio nei territori dell’irrilevanza, paradossalmente il dato delle coppie di fatto non soltanto non sorprende ma, in ultima analisi, finisce per deludere. Se si fanno un po’ di conti è facile accertare che le coppie di fatto non arrivano neppure a recuperare un decimo di quei due terzi dei matrimoni che sono andati perduti nel Nord Italia dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi.

In pratica, ogni dieci coppie che non si sono unite in matrimonio appena una ha fatto la scelta della coppia di fatto. Le altre nove sono semplicemente svanite nel nulla. Ovvero, per essere più precisi, non si sono formate in quanto coppie: né unite in matrimonio né di fatto. Né le cose sono andate diversamente dalle altre parti. Chi pensasse, dunque, che il crollo dei matrimoni sia stato riequilibrato da una esplosione delle coppie di fatto ha di che ricredersi. Queste hanno avuto e stanno avendo l’effetto di un brodino caldo al capezzale di un ammalato grave.

Vista, anzi, in quest’ottica di “scappatoia” che hanno le coppie di formarsi secondo una modalità assai più facile e sbrigativa e a più basso grado di responsabilità di quella matrimoniale, la “fattualità” delle coppie, il loro essere semplicemente di fatto, è stato più un flop che un successo. Cosa della quale non c’è da rallegrarsi affatto, perché dice fino in fondo quanto si sia venuta inaridendo, in Italia, la spinta pratica e ideale che portava alla formazione delle coppie e delle famiglie.

E se le coppie di fatto non brillano quanto a numerosità, peggio ancora va loro sotto il profilo del numero medio dei componenti. Tradotto, significa che le coppie di fatto non solo sono poche, ma non hanno neppure figli. E qui – si badi – si tocca un nervo assai scoperto in tutti coloro che in questi anni di presunta conoscenza e reale fraintendimento della portata del fenomeno delle coppie di fatto hanno creduto di scorgere lo strumento giusto per cercare di risollevare una natalità nazionale patologicamente bassa. Non si è mancato di sostenere che i bassi livelli delle nascite in Italia non raggiungevano il fondo proprio grazie alla più alta propensione delle coppie di fatto a fare bambini. Questa conclusione (sbagliata, come vedremo) si nutriva di una evidenza statistica interpretata con troppa precipitazione: quella del trend delle nascite fuori del matrimonio. Trend crescente di anno in anno, tanto che i figli nati fuori del matrimonio sono passati da percentuali vicine allo zero dei trascorsi decenni di grande matrimonialità a rappresentare – oggi – fino al 30 per cento di tutti i nati. Cosicché, si ragionava, se le nascite da coppie non unite in matrimonio rappresentano addirittura quasi un nato su tre mentre non sono certo una su tre le coppie di fatto sul totale delle coppie (anche prima che ci fossero i dati sulla proporzione delle coppie di fatto almeno questa consapevolezza c’era) ne discende per forza di cose che le coppie di fatto fanno assai più figli delle coppie unite in matrimonio.

E invece non è così. E poiché oggi possiamo arrivare con precisione ai figli delle une e delle altre tipologie di coppie, vediamo intanto questi dati – dei quali spiegheremo in ultimo la soltanto apparente contraddizione. Le coppie coniugate non hanno figli nella misura del 36 per cento, proporzione che sale al 46 per cento nelle coppie di fatto. Il 66 per cento delle coppie coniugate (due coppie coniugate su tre) ha nessun figlio o un figlio. Una miseria, d’accordo. Che però diventa ben più nera nelle coppie di fatto, visto che tra di esse ben il 79 per cento (praticamente quattro coppie su cinque) hanno nessun figlio o un figlio. Dunque hanno due o più figli il 34 per cento delle coppie coniugate e soltanto il 21 per cento delle coppie di fatto. Dato riassuntivo di tutti: nelle coppie sposate c’è in media poco più di un figlio (1,03), mentre nelle coppie di fatto ci si ferma a 0,8 figli in media per coppia. Il divario è tutt’altro che irrilevante. Ma, allora, come si spiega che il 30 per cento delle nascite avviene fuori del matrimonio, mentre le coppie di fatto sono appena il 9 per cento del totale delle coppie? Questa sproporzione non sta forse a indicare che le coppie di fatto fanno assai più figli di quanti ne dovrebbero fare in base alla loro numerosità?

Prima il figlio poi l’anello
La risposta è no. Per due ragioni. Prima ragione. Tra le nascite fuori del matrimonio ci sono quelle di donne che si sposeranno soltanto “dopo” la nascita del figlio. Sarà insomma la nascita del figlio a condurre all’altare, forzando in certo qual modo la situazione, una coppia che pure non convive come una coppia di fatto né è riconosciuta come tale. Seconda ragione. Tra le nascite fuori del matrimonio ci sono quelle di coppie di fatto che si sposano dopo la nascita del figlio. Anche in questo caso la nascita del figlio forza la situazione, ma in questa fattispecie per condurre una coppia a passare dalla situazione di coppia di fatto a quella di coppia unita in matrimonio. In altre parole: di fronte ai figli non poche coppie, di fatto o contingenti che siano, sono portate a fare il passo del matrimonio. E questo dimostra che lo stato matrimoniale è ancora oggi ritenuto – malgrado i colpi formidabili che ha ricevuto e l’ormai piena equiparazione tra i figli nati dentro e quelli nati fuori del matrimonio –   lo stato più congruo e favorevole ad accogliere la nascita di un figlio.

C’è un’ultima questione da esaminare. Resta infatti il dubbio che le coppie di fatto rimangano per così dire “indietro” sul piano dei figli perché formate da celibi e nubili che si mettono assieme per valutare, dopo un periodo di convivenza, se sia o no il caso di passare al più decisivo passo del matrimonio. Chiaro che in un tale periodo si tenderà piuttosto a escludere i figli che a farli. Ora, a parte il fatto che in Italia non ha mai avuto grande successo questa forma propedeutica del matrimonio, una analisi accurata delle coppie di fatto sotto il profilo dello stato civile ci mostra come una coppia di fatto su tre non sia tra celibi e nubili ma tra separati, legalmente e di fatto, tra divorziati e – in misura minore – tra vedovi.

Insomma tra persone d’una certa età già passate attraverso esperienze di coppia e matrimoniali e che presumibilmente arrivano alla nuova esperienza della coppia di fatto non del tutto libere da figli. Insomma, anche per questa strada si arriva alla conclusione che le coppie di fatto non fanno più figli delle coppie unite in matrimonio. Tutt’altro. E dunque: non hanno sfondato come modalità di coppia; non apportano alla natalità italiana quella spinta che ci si aspettava. Contribuiscono, semmai, alla mediocrità tanto della dinamica della formazione delle coppie come della propensione al fare figli. E con questo il discorso sulle coppie di fatto è posto su binari di stretta oggettività. Con ciò dimostrando ancora una volta la verità dell’adagio che “le chiacchiere non fanno farina”.