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Contro l’Isis non servono concertoni. Bisogna smettere di «negare la realtà»

giugno 5, 2017 Redazione

Oggi sul Corriere l’ex direttore Paolo Mieli centra il punto: per battere l’Isis bisogna favorire una «riflessione culturale» che parta dal riconoscimento del legame tra terrorismo islamico e islam

At least seven dead in terrorist incident at London Bridge and Borough Market

È inutile «promettere ritorsioni che tutti sappiamo non essere praticabili». È inutile «incitare a vivere come prima» con concertoni all’insegna dell’esaltazione dell’amore contro l’odio dei terroristi. Bisognerebbe piuttosto «raffinare le analisi di un fenomeno che ci accompagnerà per chissà quanti anni ancora». Dopo l’attentato di sabato a Londra – quando tre terroristi islamici hanno investito i pedoni sul London Bridge con un furgone per poi scendere e accoltellare i passanti uccidendo sette persone «nel nome di Allah» prima di essere abbattuti dalla polizia – un editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera di oggi centra il punto.

GUERRA CULTURALE. Commentando le parole del premier Theresa May dopo l’attacco («quando è troppo, è troppo») e a pochi giorni dalle elezioni politiche dell’8 giugno, l’ex direttore scrive che «la guerra al terrorismo oggi, eccezion fatta per coloro che indossano una divisa, andrebbe combattuta principalmente sul piano culturale». E per affrontare il tema del radicalismo islamico bisogna imparare dalla Francia, dove più di ogni altro paese gli intellettuali si stanno sforzando di rompere il muro del politicamente corretto sul legame tra terrorismo islamico e islam.

MUSULMANI PRIMA CHE POVERI. Mieli cita Jean Birnbaum, che critica il modo di affrontare il problema di sinistra e destra: la prima «vede gli jihadisti come poveri; la seconda li confonde con gli immigrati». Invece i jihadisti sono innanzitutto musulmani e Birnbaum «ha definito “rienavoirisme” la tesi secondo cui il terrorismo islamico non ha niente a che vedere (“rien à voir”) con la religione. Polemizzando sia pure velatamente con papa Francesco».

«RICATTO DELL’ISLAMOFOBIA». L’editorialista prende poi a prestito il «ricatto dell’islamofobia» teorizzato da Alain Finkielkraut, secondo cui «il concetto è ricalcato su quello di antisemitismo, sicché non se ne riesce a capire la specificità. Di più, sostiene Finkielkraut che tale “analogia occulta la realtà eclatante dell’antisemitismo islamista”». Dopo le molestie di Capodanno di Colonia, e i tentativi di insabbiare e minimizzare le responsabilità dei giovani arabi musulmani, fu la francese Elisabeth Badinter a denunciare che «”sono quasi trent’anni – disse apertamente – che cediamo spazi all’islam radicale per paura di passare per islamofobi… Siamo sempre stati zitti perché c’è il terrore di fare il gioco dei razzisti e dei partiti di estrema destra». Ed è sbagliato: «È negando la realtà che si nutrono razzismo ed estrema destra e che si perde la fiducia della gente”».

URGONO RIFLESSIONI. Infine, Mieli riprende la tesi di Michel Onfray, secondo cui il termine “islamofobia” «è da bandire perché “viene utilizzato per impedire ogni riflessione sull’islam che non sia un pensiero di reverenza”». Seguendo questi esempi, conclude l’ex direttore del Corriere: «Coloro che ad ogni attentato incitano a continuare a vivere come si faceva prima e nel contempo annunciano l’uso di maniere forti (non si sa né dove, né contro chi) dicono cose che da tempo hanno perso di senso. Meglio affidarci a chi non offre soluzioni e propone riflessioni. Almeno, forse, faremo qualche passo avanti e non rimarremo inchiodati al punto in cui siamo fermi da anni».

Foto Ansa

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