Contratto Lega-M5s: ritorno al passato capitalmarxista

La scelta del contratto tra le due forze politiche non è cambiamento ma caparra.

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I negoziati per l’alleanza di governo M5s-Lega sono stati interpretati dagli stessi protagonisti secondo una figura del diritto privato: il contratto, con firme autenticate da un notaio, quindi una vera e propria scrittura privata in cui si prevede un “Comitato di conciliazione” destinato a dirimere i conflitti sulla esecuzione del contratto. Il comitato è composto dal presidente del consiglio, dai presidenti dei gruppi parlamentari di M5s e Lega, dal ministro competente per materia e infine dai capi politici Salvini e Di Maio.
Come afferma Pasukanis in La teoria generale del diritto e il marxismo (1924) «il diritto commerciale indica al diritto civile la via dello sviluppo».
In altro modo il mio (proprietà privata) diventa il me; cadendo la barriera il mio e il me si identificano: un mio che diventa inseparabile dal me e che inevitabilmente si assolutizza. Da qui la separabilità e divisibilità dei diritti umani, mai più confliggenti, e perciò autoesecutivi e illimitati, perciò insaziabili.
Quindi la scelta del contratto tra le due forze politiche non è cambiamento ma caparra confirmatoria alla omologazione delle cosiddette leggi di Mercato, dimenticando che il Mercato non esiste allo stato puro ma trae forma da configurazioni culturali che lo specificano e l’orientano: qui il pensiero è quello capitalista.
Alla fine un sistema a due soggetti Stato – Mercato da una parte, Individuo dall’altra, un sistema che riducendo l’uomo a Individuo, solitario, lo rende preda dell’illusione di uno Stato e dei suoi poteri, capaci di rispondere ai suoi bisogni persino a quelli libidinosi se da una legge sono resi leciti: qui il marxismo.
Foto Ansa

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