Nicea, 1700 anni dopo, al Meeting di Rimini

Di Rodolfo Casadei
30 Agosto 2025
Il cardinale Kurt Koch e Sua Santità Bartolomeo hanno ricordato il primo concilio ecumenico della storia e il Credo che ripristinò l'unità della Chiesa
L’incontro “1700 anni dal Concilio di Nicea” al Meeting con Bartolomeo di Costantinopoli, arcivescovo di Costantinopoli, nuova Roma e Patriarca Ecumenico; Kurt Koch, prefetto Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e Andrea D’Auria, direttore Centro Internazionale di Cl (foto Meeting Rimini 2025)
L’incontro “1700 anni dal Concilio di Nicea” al Meeting con Bartolomeo di Costantinopoli, arcivescovo di Costantinopoli, nuova Roma e Patriarca Ecumenico; Kurt Koch, prefetto Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e Andrea D’Auria, direttore Centro Internazionale di Cl (foto Meeting Rimini 2025)

Il papa non vi prese parte, e dei circa 1.800 vescovi dell’epoca solo 200-250 risposero all’invito (anche se la tradizione vuole che fossero 318); la controversia teologica che ne aveva causato la convocazione non fu affatto risolta, anzi per un certo periodo la posizione dichiarata eretica fu maggioritaria e solo la risolutezza di un vescovo che non si arrese mai, Atanasio di Alessandria, creò le condizioni perché la vera fede non fosse spazzata via.

Eppure oggi la dottrina del Concilio di Nicea dell’anno 325 – Gesù Cristo ha natura divina, è consustanziale al Padre, homoousios, come si dice in greco – è una delle poche cose che mette d’accordo tutti i cristiani del mondo: cattolici e ortodossi, latini e orientali, protestanti vecchi e nuovi.

1.700 anni di Concilio di Nicea

Il riconoscimento niceno della divinità di Cristo è il fondamento della fede di ogni genere di cristiano. Invece la corrente che faceva capo al monaco e teologo Ario, che neoplatonicamente sosteneva che Cristo era una creatura speciale associata da Dio alla creazione (come demiurgo) del mondo e poi alla sua redenzione (come mediatore), si è estinta nel VII secolo.

Si capisce perciò perché il papa (decisione di Francesco confermata da Leone) abbia scelto di celebrare i 1.700 anni di quel concilio e di recarsi in visita sul posto, in quella che oggi con toponimo turco si chiama Iznik, e perché il nuovo papa abbia detto «Nicea è una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile di tutti i cristiani».

A scalare, si capisce perché una delle mostre del Meeting di Rimini e uno dei suoi incontri di alto profilo – quello che ha visto intervenire il cardinale Kurt Koch presidente del dicastero per la Promozione dell’Unità dei cristiani e Sua Santità Bartolomeo arcivescovo di Costantinopoli e Patriarca ecumenico ortodosso, introdotti dal direttore del Centro internazionale di Comunione e Liberazione don Andrea D’Auria – abbia avuto come oggetto quell’antica adunata di vescovi.

«Cristo non solo come redentore, ma come l’Alfa e l’Omega dell’esistenza umana»

A parte la non secondaria questione ecumenica propria del mondo cristiano, l’importanza della posta in gioco è evidente: se la natura di Gesù è divina, questo significa che Dio è entrato nella storia, come ha ricordato il presidente del Meeting Bernhard Scholz. Fosse entrato solo un uomo straordinario, di lui ci resterebbe solo la sua sapienza. Invece se è Dio, ci ha partecipato la sua natura divina, da allora e per sempre. È cominciata la divinizzazione dell’uomo. Nella libreria della manifestazione si trova un libro del teologo Giorgio Sgubbi dal titolo Si tratta di te! Il Concilio di Nicea, nel quale si legge:

«Nicea presenta Cristo non solo come redentore e liberatore dal peccato, ma anche e soprattutto come il progetto originario di Dio e della sua autocondivisione, come l’Alfa e l’Omega dell’esistenza umana (…) Come è possibile restare indifferenti all’annuncio della verità inaudita e sconvolgente che l’uomo è stato creato per diventare “partecipe della natura divina” (2Pt 1,4)?».

«La Chiesa non discute la Verità. Discute quando la Verità è messa in dubbio»

Nicea è ricordata come il primo concilio ecumenico della storia, e il cardinale Koch ha spiegato che è stata la natura delle questioni che si dovevano trattare a renderlo necessario: conciliare la definizione di Gesù Cristo come figlio di Dio con l’unità monoteista di Dio non era argomento per sinodi locali, che pure sono sempre esistiti nella Chiesa. «Fu anche l’inizio del metodo sinodale nella Chiesa universale», ha detto il cardinale. Metodo indispensabile al percorso ecumenico, da mettere sempre in relazione con la questione del primato. Ma la ricerca dell’equilibrio fra le due cose non deve basarsi su compromessi: «Non si tratta di arrivare a un compromesso, ma di far dialogare i rispettivi punti di forza delle nostre tradizioni per imparare gli uni dagli altri».

Bartolomeo, che ha letto il suo articolato intervento in un ottimo italiano, ha chiarito i confini di conciliarità e sinodalità («La Chiesa non discute mai la Verità, che è Cristo via, verità e vita. La Chiesa si riunisce a discutere quando la Verità è messa in dubbio»). Ha insistito sul fatto che le verità di Nicea erano conosciute e praticate nella catechesi e nella liturgia delle comunità cristiane del tempo, e che i vescovi semplicemente elaborarono la formula del simbolo o credo niceno (che nel 381 diventerà credo niceno-costantinopolitano dopo il Concilio di Costantinopoli sullo Spirito Santo) per controbattere Ario, che ebbe la possibilità di esporre le sue tesi nel corso dei lavori. Le Chiese del tempo erano certe della loro fede in un solo Dio che esiste in tre persone, in forza di quel che è detto nel Vangelo secondo Matteo («Andate e battezzate le genti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo») e in quello di Giovanni («”Signore, mostraci il Padre e ci basta”. “Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre”»).

La Russia «tradisce lo spirito niceno»

Il Concilio di Nicea è storicamente famoso anche per il fatto che non fu convocato dal papa, ma dall’imperatore Costantino, che aveva a cuore l’unità della Chiesa anche per ragioni politiche, e cioè perché la concordia religiosa contribuisse alla solidità dell’istituzione statale. Da cui le accuse contro la “Chiesa costantiniana”, subordinata agli scopi del potere politico.

Bartolomeo non si è sottratto alla diatriba, e senza assumere le difese della persona di Costantino (che in seguito sulla questione ariana oscillò molto) ha però ribaltato un’opinione diffusa in Occidente, affermando che l’Impero Romano d’Oriente (che noi chiamiamo “bizantino”) fu un vero modello di equilibrio fra potere politico dell’imperatore e potere spirituale della Chiesa nei suoi vescovi e patriarchi, mentre in Occidente Carlo Magno impose di fatto la subordinazione dei vescovi al potere imperiale, modello poi fatto proprio da alcuni stati dell’Oriente cristiano, come la Russia che a partire da Pietro il Grande passando per l’epoca sovietica fino a giungere a quella attuale ha creato un assetto che «tradisce lo spirito niceno».

«La verità non la decide una persona sola»

Bartolomeo si è mostrato ugualmente risoluto quando si è trattato di giustificare la posizione ortodossa rispetto a quella cattolica, sia sulla vexata quaestio del primato petrino, sia sui più recenti sviluppi sinodali. Rispetto alla prima ha ribadito la tradizionale dottrina ortodossa secondo la quale il primato nella Chiesa spetta al Concilio debitamente convocato, nel quale patriarchi e vescovi sono assistiti dallo Spirito Santo che fa sì che le loro deliberazioni siano infallibili («L’infallibilità non è del singolo vescovo, ma dei vescovi riuniti in Concilio»; «La verità non la decide una persona sola»).

Anche sulla questione sinodale pare avere lanciato messaggi, quando ha affermato che «la parola secolarizzata dei laici non può avere potere nei sinodi» e che il Sinodo «non è un’assemblea laico-clericale». Per Bartolomeo i vescovi riuniti in assemblea sinodale rappresentano in misura esauriente le comunità di cui sono pastori. Chiarissime affermazioni emergenti da un ampio e generoso intervento di cui potevano fare tesoro cristiani di ogni confessione. Come quando Bartolomeo ha spiegato: «A Nicea si sono scontrate la visione tutta filosofica di Dio come motore impersonale e immobile del creato, e quella cristiana di un Dio personale e relazionale che ama e si prende cura della creazione, e che chiama l’uomo a partecipare alla natura divina». Gesù, della stessa sostanza del Padre, ci vuole divini come lui.

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