Con quale ipocrisia l’eroe liberal dei “diritti delle donne” può legalizzare l’utero in affitto?

Surrogate pentite, etero e omosessuali scrivono al governatore Cuomo. Che si appresta a legalizzare la compravendita dei figli e trasformare New York in un ghiotto paradiso del turismo riproduttivo

«Caro governatore Cuomo, siamo state madri surrogate perché ci piaceva essere incinte e volevamo aiutare chi, per diversi motivi, non poteva avere figli. Pensavamo di fare una cosa meravigliosa e che le persone aiutate avessero a cuore il nostro migliore intesse». Inizia così la lettera che l’11 marzo scorso un gruppo di madri surrogate ha inviato al governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo per chiedergli di non legalizzare l’utero in affitto.

«NEW YORK STA CON GLI LGBTQ». NON CON I BAMBINI

Dopo avere posto la sua firma sotto un provvedimento che consente l’aborto oltre la 24esima settimana di gravidanza, lo scorso 2 febbraio Cuomo ha annunciato infatti al galà di Hrc, la più grande organizzazione per i diritti civili Lgbtq della nazione, «la nostra proposta di espandere la maternità surrogata a New York per realizzare il sogno di genitorialità delle coppie dello stesso sesso. Ora e sempre, New York sta con la comunità Lgbtq» (ha cinguettato su twitter).

Per Cuomo la legge approvata all’inizio degli anni Novanta che ha messo al bando i contratti di surrogacy è antiquata, e si prepara a scardinarla attraverso il Child-Parent Security Act. Un provvedimento che, a dispetto del nome, serve a legalizzare la pratica di affittare l’utero dietro compenso per produrre bambini e portare a termine gravidanze per conto di terzi. Trasformando così New York in un ghiotto paradiso per il turismo riproduttivo, favorendo un business ramificato in molti paesi e di cui beneficiano agenzie, cliniche, assicurazioni, medici, avvocati, oltre ovviamente le madri surrogate.

LA DENUNCIA DELLE SURROGATE PENTITE

Madri come quelle che pensavano che la gestazione per altri fosse «una cosa meravigliosa»: «Ma quando le cose sono andate male abbiamo scoperto di non avere un posto dove andare, nessuno che ci aiutasse, nessuna risorsa a disposizione. Ci hanno mentito, usato, sfruttato e ancora oggi soffriamo dei danni fisici, emotivi e psicologici per quanto accaduto – scrivono le firmatarie della lettera, pubblicata sul portale del Center for Bioethics and Culture Network dalla fondatrice e presidente Jennifer Lahl e sul sito del Corriere della Sera grazie alla giornalista Monica Ricci Sargentini –. Sappiamo che non tutti gli accordi di Gpa finiscono così ma di sicuro non ci sono garanzie e per queste ragioni ci opponiamo alle leggi che regolano la maternità surrogata che in primo luogo non proteggono le madri surrogate e i bambini che portano in grembo. Le agenzie di surrogacy non vi parleranno di noi. Gli avvocati che vi faranno firmare il contratto non lo faranno nemmeno, né ve lo diranno i genitori intenzionali. Noi siamo spazzate via, messe da parte e ignorate. Per favore considerate le nostre voci, le nostre storie prima di decidere di cambiare la legge a New York».

Tra le firme (non tutte rese pubbliche a causa dei contratti di surrogacy che hanno firmato e che vietano alle surrogate di rivelare la loro identità) compare anche quella di Melissa Cook, la prima madre ad aver denunciato la pressione cui è stata sottoposta per abortire. Californiana, nel 2015 venne assoldata da un uomo della Georgia per fargli da madre surrogata, ma quando rimase incinta di tre gemelli l’acquirente le ordinò di abortirne uno. Cook denunciò le minacce dell’uomo al New York Post, chiese supporto legale al Center for Bioethics and Culture di Lahl, filmaker e attivista che nel 2014 aveva prodotto il documentario Breeders, a subclass of women (“Fattrici, una sottoclasse di donne”), e quando la sua storia diventò pubblica altre mamme surrogate iniziarono a parlare ai giornali.

ETERO E OMOSESSUALI CONTRO LA SURROGATA

L’11 marzo viene indirizzata a Cuomo anche una lunga lettera di Jennifer Lahl a nome dei firmatari del movimento internazionale Stop Surrogacy Now, che conta oltre diecimila persone, molte residenti nello Stato di New York, «provenienti da diverse esperienze di vita. Siamo etero e omosessuali, impegnati e single, abbiamo convinzioni politiche e religiose diverse». Ma con un obiettivo comune: fermare la normalizzazione della maternità surrogata, raccontata come un atto di amore e altruismo dai media ogni volta che una celebrità annuncia la nascita di un figlio ringraziando la sua “portatrice gestazionale”. Si chiedono, i firmatari, se è questa l’immagine che il governatore vuole dare dello Stato di New York, quella dello stato di una industria che muove miliardi di dollari, bandita da India, Nepal, Thailandia e Cambogia e che Francia, Spagna, Germania, Italia, Svizzera, Svezia e Austria non hanno mai autorizzata. Una pratica che viola i diritti della orrendamente definita “portatrice” e del bambino portato in grembo, che a prescindere dal “materiale biologico” con cui è stato realizzato conosce solo il corpo di chi l’ha nutrito per nove mesi: «Se una donna ha il diritto di prendere decisioni riproduttive “per se stessa”, nessuna donna ha il diritto di decidere sulla vita del bambino cresciuto in lei dietro compenso e che poi le verrà portato via».

UN BUSINESS REDDITIZIO E PERICOLOSO

Leggete la lettera: enuncia tutti i motivi per cui la surrogata incensata da Cuomo rappresenta una violazione dei diritti umani e infrange diverse convenzioni Onu e trattati internazionali. Smonta gli slogan sbandierati dai sostenitori del Child-Parent Security Act che ammantano la “regolarizzazione” delle transazioni tra compratori e venditori di significati umanitari per nascondere interessi legati al business della fertilità: cliniche di fecondazione in vitro, broker di maternità surrogata, avvocati, consulenti per l’infertilità, agenzie per la donazione di ovuli. Elenca tutti i problemi di salute (documentati nel libro Broken Bonds: Surrogate Mothers Speak Out) che la pratica causa e ha già causato danneggiando madri, donatrici di ovuli. Ma anche gli stessi desideratissimi figli della surrogata.

I TUMORI DEI FIGLI DELLA GPA

Marina Terragni ne aveva già parlato a Tempi: «Chi ricorre alla gestazione per altri (Gpa) si serve di tutte queste tecniche – stimolazione ovarica, maturazione forzata degli ovociti, estrazione, fecondazione in vitro, inserimento di più embrioni nell’utero di una donna geneticamente estranea al 100 per cento – e danneggia la salute di due persone, la fornitrice di ovuli e la gestante, sottoposte a bombardamenti ormonali. La gestante deve controfirmare clausole contrattuali vessatorie che le impongono l’aborto nel caso in cui attecchiscano più embrioni (riduzione embrionale) o nel caso di malformazioni».

Ma chi ricorre a queste tecniche fa correre dei rischi anche ai bambini. Perché da almeno dieci anni tutti gli studi sottoposti ad attenta peer-review (valutazione tra pari) dimostrano che i bambini concepiti in seguito a trattamenti per la fertilità e con le tecniche – tutte le tecniche ­- di fecondazione assistita sono a maggior rischio di tumori infantili e di altre patologie. Lo scrivono l’American Journal of Obstetric & GynecologyPediatric Blood Cancer (rivista della Siop, Società internazionale di Oncologia pediatrica), Pediatrics, Human Reproduction, Fertility and Sterility. Maggiori rischi statisticamente significativi di insorgenza di retinoblastoma e tumori del rene, leucemia e linfoma di Hodgkin, tumori del sistema nervoso centrale e di neoplasie epiteliali maligne, malformazioni congenite e di nascite pre-termine.

L’ultimo studio, «cinese, non di Città del Vaticano», aveva precisato Terragni, pubblicato lo scorso 13 dicembre, «mostra che i bambini concepiti con trattamenti per la fertilità corrono un rischio significativamente più alto (rispetto ai bambini concepiti naturalmente) di sviluppare cancro», e declina il rischio per le varie tipologie di tumori. Perfino il Washington Post alla fine dell’anno ha rotto il silenzio denunciando con un ampio servizio in prima pagina  i rischi della fecondazione assistita. Del tumore teratoide rabdoide cerebrale nei bambini nati da Pma si è discusso anche in un recente un congresso di oncologia pediatrica a Denver.

È QUESTO CHE VUOLE NEW YORK?

È questo che vuole il grande governatore Cuomo? Dopo aver rivendicato sull’aborto il suo agire “da cattolico”, illuminando di rosa uno dei grattacieli del World Trade Center, dopo aver fatto dei “diritti delle donne” una questione di fede e avere inserito negli obiettivi della sua Women’s Agenda for New York “pari diritti” e “pari opportunità”, con quale ipocrisia può giustificare la legalizzazione di una pratica che viola i diritti umani e riduce le donne e i figli a categoria merceologica, minandone la salute?

Foto utero in affitto da Shutterstock