Come vive un rifugiato in Italia? «Manger, dormir, Facebook, un film»

Emblematico reportage del Corriere della Sera tra i richiedenti asilo mantenuti dallo Stato a Briatico, in Calabria. Che non a caso vogliono tutti “fare i profughi”

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Il Corriere della Sera propone oggi un reportage di Federico Fubini da Briatico (Vibo Valentia) dove è raccontato in maniera esemplare come l’Italia rispetto all’emergenza immigrazione «sta riproducendo le peggiori tare dell’assistenzialismo degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso». Un «welfare che dà qualcosa in cambio di niente» come «sola risposta che la macchina amministrativa sia in grado di fornire nell’emergenza». Il nostro sistema, denuncia Fubini elencando alcuni casi assai significativi, «distribuisce vitalizi e protezione senza pretendere dai beneficiari lo sforzo di imparare un mestiere, né le leggi o la lingua del Paese ospitante, o anche solo senza chiedere loro una mano a tenere pulita la strada comunale».

ALL’OMBRA DEI PINI. A Briatico l’inviato del Corriere ha raccolto la testimonianza di Fofana Samba, 19enne cittadino del Mali che «da quando è sbarcato senza documenti dalla Libia a Vibo Valentia nel giugno di due anni fa» vive in Italia da perfetto mantenuto. «Di solito si sveglia alle nove – scrive Fubini – e trascorre le sue giornate in modo semplice: “Manger, dormir, Facebook, un film”. Qualche volta, una partita di calcio. Tiene pulita la sua stanza? No: ci pensa la signora Antonella, la donna delle pulizie. Si prepara da mangiare? “No. Vedo il cibo quando è pronto. Io non cucino”». Come Fofana secondo il Corriere vivono «tanti altri ragazzi sub-sahariani assorti nei loro smartphone all’ombra dei pini dell’hotel sul mare che oggi li accoglie».

RICORSI E CONTRORICORSI. A differenza dei profughi siriani e iracheni di cui si è tanto parlato negli ultimi mesi, le persone incontrate da Fubini in Calabria in genere non arrivano da paesi in guerra e non sono vittime di persecuzioni, ma «tutti hanno presentato domanda d’asilo politico per guadagnare tempo e intanto restare qui». Giocano con «ricorsi e controricorsi» sfruttando «la lentezza della giustizia italiana». Lo stesso Fofana dice al Corriere: «Voglio essere un rifugiato» e per questo «ha presentato una serie di domande di asilo» tramite avvocato, pagandolo con il denaro che gli arriva dall’accoglienza italiana (100 euro a domanda, informa Fubini). Le pratiche, per la cronaca, sono state «tutte respinte fino al ricorso attuale, pendente da mesi», ma comunque nel frattempo «Fofana non ha mai fatto lo sforzo di imparare una parola d’italiano».

IMPEGNO INUTILE. Altro esempio che lascia a bocca aperta è quello dell’Associazione Monteleone, che Fubini descrive come «una delle centinaia che gestiscono l’accoglienza per conto delle Prefetture». L’organizzazione ha vinto una gara per la gestione dei migranti e infatti incamera «1.100 euro al mese per ciascuno di essi». E come impiega tutti questi soldi? Spiega il giornalista del Corriere: «Ha investito 85 mila euro in un centro computer nell’hotel dell’accoglienza, ha organizzato corsi di italiano e da elettricista, fabbro, pizzaiolo, cartongesso, guida macchine agricole, salvataggio e primo soccorso in spiaggia, teatro. Non si è presentato quasi nessuno. I 219 richiedenti asilo sono rimasti tutti in camera a sonnecchiare e guardare la tivù, semplicemente perché potevano». Per convincerli a muoversi hanno dovuto offrire loro «50 euro in cambio della frequenza dei corsi».

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IN GERMANIA. Il sistema italiano secondo Fubini è improntato a un tipo di assistenzialismo che non esiste da nessuna parte, «neanche nei Paesi più aperti agli stranieri». In Germania, per dire, il governo ha annunciato una nuova legge per «rendere più facile per chi richiede asilo accedere al mondo del lavoro». Lo scopo è proprio «non renderli alienati, passivi e depressi, con un futuro da accattoni o da manovalanza criminale», e la chiave è esattamente l’approccio contrario al nostro: vitto, alloggio e diaria sì, ma in cambio Berlino «pretende dagli stranieri (…) frequenza a corsi di lingua, cultura e legislazione tedesca, con regolari verifiche dell’apprendimento; per chi non adempie c’è il ritiro progressivo dei benefici». L’Italia è lontana anni luce da questa impostazione. Scrive ancora Fubini: «A novembre scorso il prefetto Mario Morcone, capo dipartimento per l’immigrazione al ministero dell’Interno, ha scritto ai sindaci invitandoli a far fare ai richiedenti asilo piccoli lavori per i Comuni. Non è successo quasi nulla».

Foto Ansa
Infografica Corriere della Sera


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